Premessa
La dimensione dei problemi umani e sociali che caratterizzano il mondo
contemporaneo richiede interventi, azioni, progetti non centrati su se
stessi, su logiche autoreferenti, ma sugli effetti reali che essi producono
sulle modalità di organizzazione della vita umana. La vita umana,
la sua qualità (secondo le molteplici accezioni che può avere
il termine), diviene criterio (esterno) di valutazione delle logiche di
azione organizzata. E' l'ambiente (umano) ad essere misura della validità
sistemica. E il sistema è giudicato sulla base dell'ambiente umano
che produce.
In relazione alle problematiche di grande portata che interessano le
società attuali, alle sfide che ci vengono lanciate senza che sia
possibile lasciarle cadere, sono possibili due diversi atteggiamenti, afflitti
da limitazioni opposte. Il primo prende sul serio il compito che sta di
fronte, ma intende il proprio ruolo in senso di volta in volta pericolosamente
centralistico, unilaterale, egoistico, meccanicistico, asimmetrico, persuasorio,
oggettivante. Il secondo atteggiamento non nega certo l'esistenza dei problemi,
ma, nonostante gli sforzi, quasi non prende in considerazione l'azione:
insegue infatti tutti i rivoli del pensiero, attardandosi su questioni
non tanto teoriche o di principio (tale riflessione "radicale", profonda,
sui temi fondamentali, illumina l'agire, lo scegliere, il decidere), quanto
su temi e aspetti intermedi, a metà del guado tra teoria e azione,
del tutto ridimensionabili come giuste cautele, giusto senso del limite,
in presenza di progetti d'azione.
Una sociologia applicata orientata all'azione dovrebbe ovviare ai limiti
dei due precedenti approcci. Essa dovrebbe basarsi su un'ottica di senso
comune, ma essere orientata ad un'azione pratica illuminata da analisi
e riflessione. Non dovrebbe introdurre nel sociale modalità di vita
frutto di una progettazione artificiale, calata dall'alto, ma piuttosto
collocarsi in una posizione opposta all'asimmetria e all'artificialità.
La sua peculiarità dovrebbe essere quella di accumulare conoscenza
su concrete modalità, concrete pratiche in sistemi di azione, al
fine di valorizzare la qualità umana dei contesti di vita. La sua
azione andrebbe concepita come pluralistica e libera, e non centralistica.
Con il termine "sociazione" (o con l'anglicismo "societing"), ci si
potrebbe riferire al fare società (making society), al realizzare
progetti, interventi orientati alla società per mezzo di un complesso
di attività metodologicamente integrato ed ispirato a tecniche sociali
di ricerca e azione. Appare importante rimarcare che una sociologia applicata
orientata all'azione ("sociazione") non può essere una metodologia
"partigiana", che introduca in ambito sociale modalità di azione
legate a specifici interessi, non di natura generale (es. politica, mercato,
organizzazioni). La "sociazione" deve fare esclusivo riferimento ad azioni
di pubblico servizio, e a valori socialmente condivisi ma insufficientemente
realizzati. Soggetti tipici di tale attività possono essere le associazioni,
il privato sociale, i gruppi, lo stato. E' importante notare che non basta
che il soggetto sociale sia non-profit per avere automaticamente un agire
di questo tipo. Infatti, la pubblica amministrazione e le organizzazioni
non-profit sono anche produttrici di beni e servizi, e in questo stretto
senso (solo in questo senso) non si distinguono dalle aziende private,
in quanto la loro azione è connessa al vantaggio del sistema organizzativo
(interesse economico, organizzativo, o semplice punto di vista). In tali
casi non si parlerà di "sociazione", ma, ad esempio, di marketing,
di management dei servizi, etc.
Infine, spesso, quando si parla di problemi sociali, si intende l'intervento
come una macrocorrezione, un riportare (in senso quantitativo) un fenomeno
entro dimensioni accettabili. Tale approccio non è sufficiente -
sebbene la misurabilità e la concretezza siano fondamentali in un'ottica
di azione pratica -, in quanto non si tratta solo di incrementare-ridimensionare
eventi, ma anche di contribuire all'evoluzione culturale delle realtà
locali o nazionali, di interagire con mondi di significato a partire dai
"mondi di significato". Ma, affinché questo interagire sia accettabile,
il pensiero e l'azione devono uscire dalla torre d'avorio, dalla centralizzazione
di pochi e chiusi, separati, luoghi di potere e/o di sapere, per disciogliersi
in una molteplicità dei soggetti sociali, in osservanza di un principio
di pluralità. Esso solo è adatto alla multiformità
della società, dei suoi mondi di vita, delle sue culture, mantenendo
comune il metodo, in quanto sintesi di intenzionalità e analisi
empirica.
Il discorso sulla crisi della sociologia non è certo nuovo.
Lungi dal volere indagare sulle ragioni teoriche di tale situazione, sui
suoi fondamenti epistemologici, preferiamo fare riferimento alla situazione
concreta. Allora si potrà parlare del difficile ruolo della sociologia
in seno ad una società complessa a "trazione" economica, del difficile
rapporto della sociologia con il suo oggetto, la società appunto,
il più nobile, ma anche uno dei più generici di tutti. Così
esistono molteplici discipline che si occupano di oggetti o processi sociali
parziali (psicologia, scienza della formazione, marketing, teoria dell'organizzazione
e quality management, semiotica etc.), i quali risultano di fatto sottratti
(in termini di campo di azione pratica legittimata) all'azione del sociologo.
Ci sembra che, da un punto di vista pratico, la sociologia non dovrebbe
tanto (o soltanto) rivendicare specifici oggetti sociali in quanto "propri"
perché tipicamente bisognosi di intervento/assistenza. Ciò
rimanda ad un pensiero ontologico, secondo il quale esistono classi, gruppi,
personalità per loro natura svantaggiati o deboli, tali da richiedere
un intervento sociale (solitamente pubblico-statuale). Una sociologia di
questo tipo è condannata alla marginalità o alle critiche.
Ci sembra invece che non siano tanto gli oggetti, quanto lo sguardo (il
punto di vista) a dover caratterizzare il ruolo pratico della sociologia.
In questo senso si tratta di operare con i soggetti "normali" (individuali
e collettivi) della società contemporanea, la quale, per la sua
intrinseca complessità, richiede costanti "aggiustamenti" per quanto
riguarda gli eventi collettivi, sottratti non tanto alla consapevolezza
quotidiana dei soggetti (contrariamente a quanto alcuni sociologi pensano,
le persone non sono affatto stupide), quanto alla loro possibilità
di azione o di comprensione in tutti gli aspetti.
1. Alcuni inquadramenti generali
Si afferma la necessità di una sociologia "complessiva", che
integri micro e macrosociologia, mondi della vita e società. Con
questa intenzione, si afferma che il punto di vista della sociologia è
quello "della società nel suo complesso". Tale approccio è
probabilmente accettabile da un punto di vista teorico, in quanto risultato
di un atteggiamento conoscitivo di un soggetto che, sottraendosi alla cura,
all'utilizzare le cose del mondo come mezzi, si mette in una posizione
puramente cognitiva rispetto al mondo. Mentre gli aspetti teorici di tali
considerazioni esulano dall'economia del presente articolo, non così
le conseguenze pratiche.
Il punto di vista della società nel suo complesso è adeguato
alle esigenze di una sociologia pratica? Nel momento in cui un soggetto,
sottraendosi alla cura, all'utilizzare le cose del mondo come mezzi, si
pone in una posizione conoscitiva, teorica, la questione del punto di vista
diviene soltanto un fatto di scelta. Si può assumere, a seconda
delle esigenze, il punto di vista del soggetto agente, di un singolo sottosistema
sociale, del sistema sociale nel suo complesso, di un gruppo o di una cultura.
Ma è possibile fare qualcosa di simile in un'ottica di sociologia
pratica? A noi sembra di no. Una sociologia applicata orientata all'azione
ha bisogno di assumere il punto di vista di soggetti che possiedano capacità
di agire. Così, non è possibile un approccio applicato che
adotti il punto di vista della società complessiva. Essa può,
invece, assumere il punto di vista di sottoinsiemi sociali: il sottosistema
politico-amministrativo, gruppi portatori di valori, istituzioni di privato-sociale
(campagne e progetti sociali). Il rischio di una sociologia pratica che
faccia proprio, magari inconsapevolmente, il punto di vista della società,
è quello di identificarlo con uno arbitrariamente scelto.
Avremmo allora tante "private" discipline, e non più una sola?
Ciò sarebbe vero in mancanza di una organizzazione metodologica.
Tale disciplina è derivante dall'osservanza della metodologia della
ricerca (che è una delle componenti della sociologia pratica, ma
non la sola), e dall'osservanza di pratiche di azione consolidate e valutate
secondo la loro efficacia.
Il discorso relativo alla difficile "tecnicizzabilità" delle
teorie sociologiche, più che mettere in evidenza un problema difficilmente
risolvibile, mette in rilievo un passaggio problematico, ma necessario:
dalla mappa cognitiva, dagli orientamenti di chi si è posto in un
atteggiamento conoscitivo (nel rispetto delle metodologie che danno validità
alle conoscenze entro la disciplina specifica), all'agire pratico, che
trae conseguenze non necessarie da premesse generali. In questo modo si
stabilizzano delle pratiche la cui efficacia può entro certa misura
essere valutata secondo metodologie scientifiche. A livello teorico, vero
può essere considerato ciò che affronta le problematiche
proprie della concreta forma di vita, ovvero ciò che consente di
mettere in evidenza problemi precedentemente obliati della forma di vita.
A livello pratico non ci si pone il problema della verità complessiva,
ma quello del funzionamento efficace-efficiente nell'ambito della mappa
cognitiva prescelta. In questo senso, vero è ciò che funziona.
Le iniziative ispirate a posizioni di principio, ma prive di effetti positivi,
non interessano. L'etica può, in questo contesto, giocare un ruolo,
operando una selezione entro l'ambito di ciò che è ritenuto
praticabile in quanto efficiente-efficace. Assieme ad essa è importante
il ruolo di quella che potremmo definire "ermeneutica quotidiana", come
vivente consapevolezza dei riferimenti storici, culturali, dalla quale
provengono criteri di valore e di selezione, norme di comportamento.
Alla luce delle considerazioni precedenti, la "tecnica" (sociale) cessa
di essere un problema nel momento in cui:
"Per realizzare il compito che si prefigge, la sociologia relazionale deve riformulare le premesse conoscitive e i modelli interpretativi in interazione con le stesse modalità operative di "fare società", in contesti determinati (...). Si può cercare invece una nuova adeguatezza relazionale al proprio oggetto (...). Dal punto di vista pragmatico o applicativo, la sociologia potrebbe infine concepire gli interventi operativi come "gestione di relazioni". Essa potrebbe contribuire a modificare istituzioni, forme, strutture e processi sociali.."
Una sociologia applicata orientata all'azione ("sociazione") può essere vista come relazionale da almeno tre punti di vista:
2. Per una impostazione metodologica riferita alla sociologia applicata orientata all'azione ("sociazione")
La sociologia, per definizione, studia la società. E' una disciplina
empirica, nel senso che fonda le proprie affermazioni sull'esperienza del
mondo, filtrata attraverso modalità di accesso ad essa dotate di
validità e verificabilità intersoggettive. In concreto, tuttavia,
vi è una grave frattura tra la teoria orientata a sé stessa
(che mantiene a volte un debole legame con le problematiche di vita quotidiana
che l'hanno generata) e la ricerca (alle prese con l'inverificabilità
di concetti eccessivamente astratti, la difficile controllabilità
dell'influenza degli assunti del ricercatore che imposta indagine e raccolta-elaborazione-interpretazione
dei dati), e tra la ricerca e l'azione (problema della applicazione concreta
dei risultati d'indagine teorica ed empirica; questione del non sufficiente
controllo intersoggettivo-professionale degli assunti del ricercatore che
traduce risultanze "empiriche" in proposte di azione).
Tale situazione diminuisce gravemente il peso concreto della disciplina,
la frammenta in una miriade di approcci applicati, le impedisce di giocare
un ruolo sostanzioso nell'affrontare i problemi sociali, e pone in primo
piano la questione della rilevanza di una metodologia che da un lato porti
sotto controllo intersoggettivo gli elementi finora incontrollabili, e
dall'altro dia una maggiore efficienza-efficacia all'azione. Serve perciò
un approccio metodologico unificante che dia maggiore evidenza sociale
ad un pensiero applicato già esistente, sebbene in ambiti diversi;
già utilizzato, anche se secondo modalità non sempre unitarie,
non sempre coerenti, e perciò non sempre efficaci né visibili.
Un presupposto sovente accettato dalla sociologia pratica è
che il contenuto di conoscenza delle sue affermazioni possieda una verità
oggettiva (con maggiori o minori gradi di probabilità) su un determinato
stato di cose esterno, superiore a quella dei comuni soggetti. Un approccio
ontologico, insomma, come se la società (intesa come luogo di vita)
avesse un essere indipendente dall'azione (fondata su una conoscenza) che
la crea, ad essa necessariamente nascosto. Il problema vero, invece, è
sempre più quello di cogliere, determinare l'essere relazionale
dell'uomo e della società, al fine di strutturare valide condizioni
ambientali per l' azione pratica, situazionale, delle persone.
Si ha invece un pensiero orientato alla teoria di medio livello e alle
sue questioni interne, dimentico dei problemi di vita che hanno selezionato
i temi della riflessione teorica (altra cosa, naturalmente, è il
teorizzare profondo, radicale, che, pur astratto, sovente risponde ai problemi
di vita). In questa maniera, tuttavia, si pongono problemi difficilmente
risolvibili per l'applicazione pratica delle conoscenze relative alla realtà
sociale. Quella "semantica colta" sarebbe un livello di conoscenza più
articolato, più raffinato, più vero del sapere quotidiano,
caratterizzato invece da una molteplicità di limiti, di tare, affetto
da irrazionalità, ingenuità - un sapere senza fondamento,
insomma. Si giunge così alla separazione teoria-pratica, e all'esigenza
di "applicare" alla realtà le conoscenze teoriche.
Da un tale approccio discende una serie di conseguenze:
3. Gli aspetti rilevanti del progetto sociale
Al centro della "sociazione" vi sono i concetti di progetto sociale,
di scambio, di relazione. I soggetti tipici della "sociazione" in quanto
progetto sono: 1) lo stato e gli enti pubblici (nelle loro articolazioni
non-burocratiche, in quanto organizzati per unità di progetto, unità
culturali, nodi di uno stato-rete ispirato al principio di sussidiarietà);
2) le organizzazioni non-profit, ma, in seconda istanza, anche le imprese
a fini di lucro (sebbene non direttamente, ma tramite organismi non-profit
non ad essa collegati) nel momento in cui si caratterizzino come imprese
sociali.
Gli aspetti rilevanti di un progetto sociale (Tab. 1) possono essere
schematizzati in varie maniere. Una possibilità è quella
di individuare le dimensioni fondamentali della progettazione in :
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| Proposta | Proposta materiale | Oggetto/servizio (dotato di valore simbolico o funzionale, innovatore di comportamenti) | |
| Proposta sociale | Comunicazione (informazione, ristrutturazione del mondo) | ||
| Azione (agire puntuale dotato di valore simbolico o funzionale) | |||
| Comportamento (adozione stabile di modelli di comportamento) | |||
| Relazione (modalità di rapporto fra soggetti entro un mondo) | |||
| Comunicazione | Comunicazione diretta (operatori sociali, animatori, volontari, dipendenti, insegnanti, etc.) | ||
| Comunicazione indiretta (concertazione, pubblicità sociale, sistemi di relazione) | |||
| Comunicazione di massa vs comunicazione personalizzata | |||
| Costo | Monetario | ||
| Psicologico | |||
| Sociale | |||
| Rete | Rete primaria (famiglia, vicinato, amicizie, parentela) | ||
| Rete secondaria (associazioni) | |||
| Rete societaria (istituzioni) | |||
| Reti artificiali vs reti naturali | |||
| Sistema | Cultura condivisa | ||
| Modello organizzativo | |||
| Persone (qualità e motivazione) | |||
Destinatari del progetto, coloro che sono chiamati non solo ad accettarlo
o rifiutarlo, ma anche a interpretarlo e a costruirlo, dandogli così
una forma concreta, sono le persone in quanto membri di comunità.
Una sociologia applicata orientata all'azione ("sociazione") deve avere
come obiettivo la soluzione dei problemi sociali (la loro ristrutturazione
in forme accettabili), la ridefinizione di mondi, di sistemi, la realizzazione
concreta di modelli di organizzazione e azione coerenti con modelli di
valore e di significato generalmente condivisi a livello sociale ma non
ancora sufficientemente operanti.
Le attuali società complesse hanno un potenziale di azione,
in relazione alla dimensione delle problematiche presenti, delle sfide
attuali, radicalmente insufficiente. Tale inadeguatezza va connessa non
già alla debolezza degli strumenti a disposizione, quanto alla mancanza
di un approccio empirico adeguato. Elemento fondamentale dell'adeguatezza
dell'approccio è la relazione, sotto forma di coerenza. Coerenza
interna delle metodologie che costituiscono il mix di attività di
sociologia applicata ("sociazione"). Coerenza esterna, nel senso di adeguatezza
al contesto.
Pare opportuno avvalersi dell'apporto di varie discipline, integrandone
i diversi apporti nell'ambito di una metodologia più comprensiva.
E' necessario che tale metodologia - in quanto modalità integrata
di ideazione, analisi, pianificazione, azione, gestione, controllo-valutazione
- adotti un'ottica di scambio con l'interlocutore, salvaguardando la sua
individualità in quanto autonoma accettazione-rifiuto della proposta,
a differenza di ciò che accade con l'imposizione normativa (tipica
dello stato). Tale scambio non è inteso in senso utilitaristico
(valutazione razionale dell'utile individuale), ma in senso di bilancio
personale positivo (nei termini di volta in volta valutati positivamente
dal soggetto - es. affettivi). Non pare opportuno avere come criteri di
riferimento stimoli puntuali (comportamentistici), soggetti (solo) razionali,
comportamenti decontestualizzati, percezioni (tra loro slegate), quantità
(separata dalla qualità), etc. - sebbene siano necessari obiettivi
misurabili e valutazioni oggettive. Termini di riferimento sono invece
comunicazioni dotate di senso, significati e mondi di significato, persone,
modelli di comportamento, culture che fondano modi di agire e atteggiamenti,
azioni dotate di senso, in contesti di sistema.
A titolo indicativo, apporti possono provenire (Tab. 2) dalla semiotica
(analisi della significazione e delle strutture narrative), dalla psicologia
applicata (studio di processi psicologici in situazione), dal pensiero
del management dei servizi (filosofia e gestione dei servizi), dall'etica
(giudizio di accettabilità su azioni in situazione), dalla scienza
della formazione (strumenti educativi), dal marketing sociale (tecniche
di azione-comunicazione sociale). Essi possono essere integrati nel corpo
metodologico della teoria e della ricerca sociale orientate all'analisi
delle politiche sociali e del non-profit.
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| Politiche sociali | Criteri di azione sociale pubblica e di terzo settore | |
| Ricerca sociale | Tecniche di ricerca quanti-qualitative | |
| Marketing sociale | Tecniche di azione-comunicazione sociale | |
| Management dei servizi | Filosofia e gestione del servizio | |
| Semiotica | Analisi della significazione e delle strutture narrative | |
| Psicologia applicata | Processi psicologici in situazione | |
| Scienza della formazione | Strumenti educativi | |
| Etica applicata | Giudizio di accettabilità su azioni in situazione | |
Il progetto non è unilaterale, ma è una intenzionalità progettuale che tiene conto dei cittadini in due modi:
4. Lo sviluppo di una strategia di sociologia applicata orientata all'azione ("sociazione")
4.1 L'identificazione di tipologie di persone (segmentazione)
Elaborata una complessiva, generale strategia di azione, diviene possibile
costruire un progetto sociale specifico, mirante alla realizzazione di
determinati valori, in determinati contesti sociali o geografici. La strategia
è logicamente antecedente il progetto e più ampia rispetto
ad esso, tanto che essa può prevedere più progetti, ciascuno
contraddistinto da uno specifico mix di variabili (proposta, rete, messaggio,
costo, sistema).
Il presupposto di un progetto correttamente formulato è la definizione
di tipologie di persone, di realtà sociali destinatarie del progetto.
Alle loro caratteristiche, alle loro disponibilità, ai loro bisogni,
alla loro cultura, ai loro modelli di comportamento, al loro mondo, il
progetto deve essere adeguato. Caratteristica tipica delle iniziative pubbliche
(oltre alla non coerenza delle diverse azioni messe in atto, es. da parte
di diversi soggetti), è una carente attenzione alle identità,
alle specificità (scarsa segmentazione). Questo sia per ragioni
ideologiche (tutte le persone hanno gli stessi diritti, quindi tutte sono
uguali, e a tutte va riservato lo stesso trattamento), sia per un atteggiamento
autoreferenziale (iniziative realizzate a partire dalle esigenze dell'ente
o istituzione, e non sulla base della interazione bisogni-caratteristiche
dei destinatari/caratteristiche del progetto).
Base per la segmentazione in tipologie (identità personali o
comunitarie) sono le diverse variabili (di tipo geografico, socio-demografico,
culturale, comportamentale, psicologico, economico...). Pare utile notare
come le variabili soft (es. culturali, psicologiche, di atteggiamento e
disposizione al comportamento) acquisiscano un'importanza incomparabilmente
maggiore, nel momento in cui non ci si ponga più in un'ottica istituzionale
(vetero-statuale), oggettivante, economicistica, ma si abbia come termine
di riferimento la persona-in-comunità, il cittadino depositario
del diritto di accettazione-rifiuto di una proposta, di un progetto. In
questo senso, acquista peso, oltre alla capacità (es. diritto garantito
dalla norma, capacità garantita per via fiscale), anche la volontà
(scelta di un progetto coerente con la propria persona nella sua interezza).
4.2 La proposta
Quale può essere dunque il nocciolo di una sociologia applicata
orientata all'azione ("sociazione")? Quali le variabili decisive da prendere
in considerazione nel processo decisionale? Il cuore di un intervento sociale
risiede nel cosa viene proposto. La proposta (Tab. 3) si può caratterizzare
come idea, come agire, oppure come oggetto/servizio. Un'idea può
essere una credenza, un'attitudine o un valore. Un agire può essere
un'azione specifica, un comportamento stabile o un complesso relazionale.
Un oggetto/servizio può essere un prodotto tangibile o una prestazione
intangibile; il suo valore può essere funzionale o simbolico.
La credenza è la percezione di un fatto, è una cognizione
non-valutativa, una descrizione su uno stato di cose. L'atteggiamento è
una valutazione su oggetti che genera una disposizione ad agire (es. favorevolmente
o negativamente) nei loro confronti. Il valore è una convinzione
socialmente condivisa su ciò che è giusto o sbagliato. Un
agire può essere un singolo atto, un modello di comportamento o
un più generale modello di relazione, o addirittura un mondo, un
complesso di modelli di relazione culturalmente integrati. Un oggetto/servizio
può essere un oggetto materiale, oppure una relazione di servizio,
e il suo interesse può risiedere nella funzione che esso svolge,
oppure nel suo significato.
Una proposta sociale può intendere mutare la descrizione condivisa
riguardo ad un determinato stato di cose, oppure favorire un certo atteggiamento
verso quello stesso stato di cose, oppure agevolare l'interiorizzazione
di valori generali, norme di comportamento, con possibili effetti sulla
realtà in questione. La proposta sociale, d'altronde, può
mirare ad effetti più specifici, come il compiere una determinata
azione concreta, puntuale (es. compiere una donazione, fare una firma,
dare un voto), o l'interiorizzare un modello di comportamento stabile (es.
dedicarsi al volontariato, operare a favore della natura, assumere insomma
nuovi ruoli aventi una rilevanza sociale). Vi è altresì la
possibilità (sebbene si tratti di una cosa molto difficile, che
richiede tendenzialmente molto tempo e molte risorse), di intervenire su
modelli complessi di relazione che identificano mondi in qualità
di elementi metonimici. Si tratta della ristrutturazione di complessi relazionali,
di sistemi di ruoli - es. abbandono dell'economia criminale su base locale;
rinascita di aree depresse.
La proposta sociale, infine, può non caratterizzarsi principalmente
come una influenza diretta sul singolo soggetto (pensiero o azione individuali),
ma come l'offerta di un oggetto funzionale (es. pianta che risolve il problema
della fame sostituendo piantagioni illegali) o simbolico (es. cibo legato
ad una identità, una tradizione storico-culturale vs cibo prodotto
industrialmente); di un servizio prevalentemente funzionale (es. servizio
sanitario, formazione professionale) o prevalentemente simbolico (es. musei
della civiltà contadina, istituzioni che organizzano corsi ed iniziative
per giovani sul valore della natura). Si mira cioè ad un effetto
indiretto sulla persona, per tramite della comunità e dei sistemi
di organizzazione della vita in cui è coinvolta.
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| Idea | Credenza (cognizione non valutativa) | |
| Attitudine (valutazione che genera una disposizione) | ||
| Valore (valutazione socialmente diffusa su ciò che è giusto/sbagliato) | ||
| Agire | Azione specifica (es. donazione, firma, voto) | |
| Modello di comportamento (es. azione stabile a favore della natura, del volontariato, assunzione di nuovi ruoli specifici) | ||
| Modello di relazione/mondo (ristrutturazione di complessi relazionali, di sistemi di ruoli – es. abbandono dell’economia criminale su base locale; rinascita di aree depresse) | ||
| Oggetto/servizio | Oggetto funzionale (es. pianta come alternativa reddituale contro l’economia illegale) | |
| Oggetto simbolico (cibo simbolo di una tradizione culturale) | ||
| Servizio funzionale (servizio sanitario, formazione professionale) | ||
| Servizio Simbolico (museo della civiltà contadina, istituzione promozionale per l’ambiente) | ||
4.3 I costi sociali
Un approccio basato sullo scambio implica la considerazione dei "costi
di adozione" da parte dei destinatari della proposta. Essi sono lontani
dall'essere ancorati esclusivamente o principalmente a dimensioni economiche.
Tale impostazione appare rilevante nella scelta (propria del momento progettuale)
tra più proposte possibili. A parità di effetti positivi
(risultati pratici, efficacia-efficienza) o di "priorità valoriale"
(superiorità attribuita in una scala di valore), saranno preferibili
quelle proposte caratterizzate da minori costi di adozione. Le organizzazioni
sociali burocratiche (es. pubbliche) tendono a non preoccuparsi di tali
costi, prendendo in considerazione soprattutto la coerenza della proposta
con le esigenze organizzative interne o con assunti di principio generali,
universali (non importa quanto realistici, realizzabili, applicabili; non
importa quanto coerenti con i mezzi di "applicazione" prescelti, con le
identità personali o comunitarie). La sociologia applicata orientata
all'azione ("sociazione") dovrebbe rovesciare tale metodo, facendo sì
che non solo la progettazione della proposta avvenga dal punto di vista
del destinatario potenziale, ma anche che sia il destinatario effettivo
l'unico giudice deputato a decidere sull'appropriatezza della proposta
stessa (bilancio personale). Un tale modo di procedere fa anche giustizia
di talune progettazioni sommarie, che prendono in considerazione solo determinati
aspetti specifici, che riducono in modo non corretto l'interezza della
persona, senza valutare le conseguenze delle iniziative non soltanto es.
sul reddito, ma anche sullo stato psicologico dei destinatari e sul rapporto
tra essi e la società.
I costi (Tab. 4) possono essere monetari o non monetari. Per quanto
riguarda i costi monetari, la loro gestione può essere realizzata
in modo da perseguire differenti finalità (massimizzare le entrate;
recuperare i costi; massimizzare il numero degli utenti; realizzare obiettivi
di giustizia sociale; ottenere effetti di scoraggiamento all'uso). I costi
non monetari possono essere costi percepiti di natura psicologica (tempo,
distanza, difficoltà, minaccia all'integrità corporea, minaccia
all'integrità psicologica) e sociale (modifica di norme sociali
o culturali, di modelli comportamentali condivisi o accettati dal soggetto).
| Tab. 4 Tipologie di costi | ||
| Monetari | Massimizzare le entrate | |
| Recuperare i costi | ||
| Massimizzare il numero degli utenti | ||
| Giustizia sociale | ||
| Scoraggiamento all'uso | ||
| Non monetari: | ||
| Psicologici | Tempo | |
| Distanza | ||
| Difficoltà | ||
| Minaccia all'integrità corporea | ||
| Minaccia all'integrità psicologica | ||
| Sociali | Minaccia a norme sociali | |
| Minaccia a norme culturali | ||
| Minaccia a modelli di comportamento | ||
4.4 La comunicazione
4.4.1 L'identità e la narrazione al posto dell'immagine e della pubblicità
Il caratterizzare una sociologia applicata orientata all'azione ("sociazione")
come relazionale, implica che la comunicazione tra progetto e destinatari
sia inserita in un quadro di relazionalità. Questo fa sì
che il concetto di immagine come è usualmente impiegato nelle concettualizzazioni
applicate relative alla pubblicità sia del tutto insufficiente.
In questione è un rapporto comunicativo (reale e fondato, avente
al fondo valori e scelte di valore) tra identità, e non la costruzione
di maschere, di giochi comunicativi artificiali, di occasioni di seduzione.
Il concetto di identità sopra menzionato implica allora una
riformulazione del concetto di immagine. Quest'ultima è di solito
concepita come strumento pratico, operativo. E' intesa come strumento privo
di spessore teorico, sia nel senso di complesso di informazioni-manifestazioni
(azioni, eventi, oggetti) esterne ad un soggetto, del quale parlano, sia
in quello di strumentazione basata sull'esperienza per gestire praticamente
quelle manifestazioni (ma senza una vera conoscenza delle dinamiche sottostanti).
Negli approcci più grossolani, l'immagine si identifica con la pubblicità,
o con iniziative più o meno estemporanee, adatte a "fare scena".
In relazione ad un prodotto-servizio, l'immagine diviene marca e modalità
operativa di gestione della marca. Tale approccio è comune sia alle
imprese, sia alle organizzazioni burocratiche. Si tratta di soggetti senza
identità (senza volto) che hanno bisogno di semantizzare le proprie
manifestazioni (iniziative organizzative visibili, prodotti e servizi),
al fine di renderle dotate di un qualche significato e quindi appetibili.
Tale risultato è raggiunto per mezzo di azioni/comunicazioni "cosmetiche".
Nelle realtà di servizio l'impossibilità di una netta separazione
tra il momento della produzione e quello della consegna/fruizione, tende
a connettere l'identità reale del soggetto con quella manifestata.
Ciò vale ancor di più per le realtà di servizio
non-profit (di progetto sociale), caratterizzate da un approccio orientato
all'autenticità. In questo senso, non ha più significato
parlare di immagine come comunicazione esterna ed esteriore. Identità
comunicativa significherà allora: caratterizzazione reale del soggetto
in senso culturale. L'identità comunicativa è la cultura
distintiva (che si sostanzia in pratiche operative) del soggetto in questione.
Tali pratiche operative significano: organizzare modalità di azione
con caratteristiche coerenti con l'identità organizzativa; realizzare
comunicazioni coerenti con l'identità organizzativa.
Nella cultura corrente si tende ad avere una visione oggettivistica,
strumentale, dei mezzi di comunicazione, dei comunicati: si identifica
il mezzo con il messaggio. In realtà non si tratta altro che di
strumenti narrativi. Il paradigma della narrazione pare il più appropriato,
da un punto di vista concettuale, per pensare correttamente il fenomeno
della comunicazione (il suo trasmettere contenuti culturali, il suo non
essere mai unilaterale, perché soggetta ad interpretazione). Comunicare
è comporre e proporre un testo, una narrazione, che riceverà
il suo essere (relazionale) tramite la ricezione, la fruizione.
Proprio perché da un lato soggetta ad interpretazione (come
un testo), e dall'altro risultante dall'incontro del parlare di più
soggetti sociali (come in una conversazione), l'identità comunicativa
di una proposta è costituita dall'insieme dei discorsi tenuti su
di essa dai soggetti (individuali e collettivi) coinvolti nella sua generazione.
Essa risulta dall'incontro tra un'istanza semiotica, una maniera di segmentare
e di attribuire del senso, e il destinatario-interprete, portatore di mondi
di significato.
L'identità (comunicativa) ha una natura: reticolare, semiotica,
relazionale, intersoggettiva, contrattuale ed entropica. Reticolare, perché
è un fenomeno sociale discorsivo che si caratterizza come collettivo,
pubblico. Semiotica, perché è relativa a come il senso è
generato e trasmesso; perché si lega ad un universo di significazione
attorno ad un oggetto sociale. Relazionale, perché risulta da un
sistema di relazioni, ed è ciò che non sono le altre identità
(differenza). Intersoggettiva, poiché essa si forma alla confluenza
di una pluralità di discorsi emessi da molteplici enunciatori. Contrattuale,
poiché è una proposizione di contratto che spetterà
al destinatario sanzionare positivamente - stipulando il contratto - o
negativamente - rifiutando la proposizione contrattuale o non rinnovando
il contratto. Entropica, poiché essa tenderà naturalmente
ad affievolirsi, se non continuamente nutrita per mezzo di comunicazioni
o azioni comunicative.
4.4.2 La pubblicità sociale quale strumento di comunicazione sociale
La comunicazione propria di un progetto sociale si compone di messaggi
riguardanti tematiche pubbliche, realizzati nell'interesse pubblico. Si
tratta di comunicati "non profit", "non product", "non commercial". Essi
non possono in altre parole riguardare aziende con fini di lucro, non possono
essere legati a prodotti, non possono avere finalità di mercato.
Si tratta di una comunicazione che realizza nell'interesse collettivo,
un'informazione imparziale su temi d'interesse collettivo. Si tratta di
messaggi di tipo non partigiano, che si distinguono in tal modo dalla pubblicità
(di parte) realizzata da associazioni politiche (pubblicità politica).
Di più, i messaggi dovrebbero riguardare temi non controversi, sui
quali l'opinione pubblica non è divisa (a differenza dell'advocacy,
propria es. di gruppi di pressione attivi su specifiche tematiche parziali).
I soggetti della pubblicità sociale appartengono al polo dello stato,
della politica, dell'associazionismo, dei movimenti d'opinione e delle
istituzioni benefiche e religiose. Si tratta, in altre parole del polo
del non-profit, nettamente distinto da quello del mercato.
Non rientrano nella comunicazione di "sociazione" i comunicati realizzati
al fine di connettere ad un mercato (anche senza scambio di denaro) prodotti-servizi
di organizzazioni non-profit (stato o privato sociale). Né vi rientrano
quei comunicati nei quali si lega il messaggio sociale all'immagine di
un'azienda commerciale (pubblicità commerciale istituzionale), o
ad un prodotto commerciale (pubblicità commerciale di prodotto).
Vi rientrano invece quei comunicati a valenza sociale realizzati sia dallo
stato, sia dagli enti non-profit (nel momento in cui non si configurano
come "produttori-venditori" di beni o servizi), sia da soggetti privati
(tramite soggetti non-profit che da essi si originano, ma che con essi
non s'identificano, e che da essi non dipendono).
Passando ad un piano più pratico, la comunicazione sociale si
avvale di molteplici strumenti (pubblicità, comunicazione faccia
a faccia, comunicazione personale) e molteplici media (stampa, televisione,
radio, supporti informatici e reti informatiche, telefono e fax, posta).
In questo modo la pubblicità sociale (anche se usualmente con tale
termine s'intende tutta la comunicazione sociale) è in senso stretto
uno strumento particolare della comunicazione di "sociazione". Spesso si
compie, infatti, l'errore di identificare la comunicazione a livello societario
con la sola comunicazione pubblicitaria di massa. Vi è invece una
pluralità di strumenti comunicativi, perciò è più
corretto parlare di comunicazione sociale (comunicazione di "sociazione"),
più che di pubblicità sociale.
In tal modo la riflessione riguardante il tema della pubblicità
sociale viene ad essere inclusa nel campo della riflessione sulla comunicazione
sociale, e quest'ultima nell'ambito della metodologia di sociologia applicata
orientata all'azione ed al progetto sociale ("sociazione"), di cui è
parte costitutiva.
4.5 Ambiti di applicazione della "sociazione"
La cronaca riporta quotidianamente iniziative, interventi di questo
o di quel soggetto sociale. E' palese, tuttavia, la frammentazione delle
varie azioni sia tra loro (incoerenza interna tra proposta, comunicazione,
costo, rete, struttura, persone, cultura), sia verso l'esterno (inadeguatezza
degli obiettivi, inadeguatezza del progetto nei confronti delle peculiarità
dei destinatari, etc.). Così, ad esempio, si opera contro la povertà
con strumenti esclusivamente finanziari; contro malattie sociali o contro
l'inquinamento solo con campagne d'informazione; contro la criminalità
solo con strumenti legislativi, e così via. Piuttosto che rilevare
i difetti degli approcci correnti, si preferisce affermare l'inadeguatezza
insuperabile dell'azione a fronte della complessità, l'inutilità
d'ogni sforzo volto ad influenzare la spontanea evoluzione sociale, l'inconoscibilità
della realtà concreta.
Si ritiene, invece, che quelli sopra elencati non siano limiti invalicabili,
ma difetti della metodologia d'azione pratica.
Ambiti di applicazione di un approccio di sociologia applicata orientata
all'azione ("sociazione") possono essere: azione sociale delle istanze
di autoorganizzazione della società civile (gruppi, organizzazioni
non-profit) in sostituzione del W.S. burocratico in crisi; progetti sociali
per la diffusione di valori e/o comportamenti (dal rispetto della natura,
alla prevenzione contro l'Aids, alla raccolta differenziata dei rifiuti,
all'incremento del volontariato); lotta alla criminalità/devianza
(es. nelle aree ad alto tasso di criminalità); sviluppo economico
e/o sociale (aree depresse, terzo mondo); diffusione di valori e norme
morali (principi di comportamento sociale); lotta alla disoccupazione (e
sviluppo della cultura professionale); iniziative autonome per la soluzione
di problemi sociali da parte di istanze della società civile; iniziative
di prevenzione medica (comportamenti salutari).
5. I soggetti di una sociologia applicata orientata all'azione ("sociazione")
5.1 Dallo stato burocratico sociale allo stato-rete (stato socializzato): una nuova funzione di "stimolo e controllo della qualità sociale"
Lo stato burocratico-sociale si è ritenuto a lungo l'unico interprete
dei fondamentali valori pubblici. Fatti salvi i grandi meriti del Welfare
State nell'assicurare il benessere sociale, pare giusto (e scontato) affermare
che i problemi connessi all'azione di stato-sociale siano relativi alla
logica burocratica (astratto-normativa) che lo caratterizza. Le critiche
correnti a tale forma statuale ne evidenziano i limiti e spesso evocano
correttivi parziali (es. riorganizzazioni che lasciano immutate prassi
e cultura), sottrazioni quantitative (diminuzioni del numero delle prestazioni),
ma non pensano ad un mutamento sostanziale. Sembra invece auspicabile un
cambiamento del ruolo dello stato, della sua logica operativa, in direzione
di uno stimolo e controllo della "qualità" degli interventi dei
soggetti sociali, di una azione su variabili integrate - economiche, normative,
socio-culturali - del quadro generale di sistema secondo un meccanismo
di incentivazione-disincentivazione. Ciò in osservanza del principio
di sussidiarietà. Afferma a questo proposito P. Donati che chi è
comunità più grande ha l'obbligo di dare gli strumenti per
l'autonomia sociale alle comunità più piccole, e non di togliere
l'autonomia. A tal fine servono non solo soldi, finanziamenti, ma soprattutto
scelte politiche più generali, criteri, norme giuridiche, etiche.
L'aumento di complessità del sistema statuale organizzativo-burocratico
va a discapito della società, la priva di risorse, la colonizza.
La via pare invece quella di ovviare all'incremento continuo della complessità
dello stato (inglobante funzioni di società civile, dalla famiglia
al sostegno umano), tramite l'incremento delle sue funzioni di controllo
e invece l'esternalizzazione (possibile) dell'azione sociale.
Bisogna intendersi sul concetto di controllo. Esso non può essere
inteso nel senso di elaborazione di normative specifiche e dettagliate,
il cui rispetto è basato sulla coercizione. Va invece concepito
da un lato nel senso di elaborazione di normative generali, d'indirizzo,
che indicano i criteri generali ("culturali") di accesso alle risorse (incentivi
volti ad influire su variabili), e dall'altro nel senso di verifica di
conformità a norme specifiche, tecniche, per così dire, oggetto
di elaborazione consensuale e non aventi valore impositivo, ma valutativo,
di orientamento informativo delle scelte delle persone. Il reale e ultimo
sanzionatore di questo processo è il cittadino, informato delle
"prestazioni qualificanti" le varie proposte, i vari prodotti/servizi sociali.
Il potenziale massimo di un tale procedere sarebbe ottenuto nel momento
in cui il cittadino fosse titolare di "buoni" (per corsi, per donazioni,
etc.) e si potesse per tale via evitare la completa centralizzazione dei
finanziamenti, influenzata dallo scambio politico, dalla burocratizzazione.
Con ciò si intende: "orientamento dello stato al cittadino", "compimento
della democrazia in un'ottica di scambio (non utilitaristico)".
In questo contesto lo stato si configura, da un punto di vista organizzativo,
come stato-rete. In questo senso si dovrebbe avere un mutamento della cultura
statuale e si potrebbe parlare di "socializzazione dello stato". Non più
presenza totalizzante della cultura normativo-legale, non più esclusiva
spettante alla cultura economica (efficientistica) per quanto riguarda
gli aspetti gestionali, ma introduzione della sociologia orientata all'azione
("sociazione") come cultura sociale (non nel senso di generica e fumosa
attenzione al "sociale", ma come capacità di prendere concretamente
in considerazione una maggiore quantità di variabili - tra cui l'interezza
della persona umana in comunità - rispetto agli approcci precedenti).
Questo, sotto forma di pianificazione strategica dei servizi che tiene
conto delle risorse umane all'interno e delle comunità, delle associazioni,
delle organizzazioni finalizzate alla produzione di valore, dei mondi di
vita all'esterno.
Lo stimolo ed il controllo statuali favoriscono una corretta configurazione
della complessità sociale, che si autoregola per mezzo dell'interiorizzazione
(sostenuta da progetti sociali) di norme morali di comportamento, in quanto
sanzioni positive agevolanti la corretta risoluzione di problematiche pratiche.
E' principio di crescita sociale non tanto l'organizzazione burocratica
che sostituisce l'attore individuale ("egoista e malvagio", "tendenzioso"
o semplicemente "inconsapevole, incolto"), quanto l'attore individuale
in comunità, animato da conoscenza e da norme morali interiorizzate
(ed eventualmente incentivate). In questo senso la donazione o l'impiego
volontario di risorse economiche si configurano come "fiscalità
volontaria", mentre la donazione di tempo (il volontariato) si configura
come servizio sociale. Gli interventi autoritativi, coercitivi (legge,
prelievo fiscale) sono solo un'extrema ratio per uno stato "socializzato"
orientato alla qualità.
5.2 Le organizzazioni non-profit: il prodotto relazionale
Ciò che distingue le organizzazioni non-profit (a parte gli aspetti
giuridico-formali) è la peculiarità del prodotto/servizio.
Esso, infatti, non mira al soddisfacimento di un bisogno puntuale, parziale,
come nel caso delle imprese a fini di lucro. Né ha come giustificazione
la coerenza dell'agire con una prescrizione normativa che si intende interprete
dell'interesse pubblico, come nel caso delle organizzazioni burocratiche.
L'impresa economica si rivolge ad un cliente in quanto portatore di
un bisogno specifico, fatto che lo porta a valutare in modo tendenzialmente
circoscritto il valore contenuto nel prodotto/servizio offerto; il soggetto
è qui inteso a razionalità prevalentemente economica, anche
se vi è il tentativo di tener conto di aspetti culturali tramite
i cosiddetti "stili di vita", che però riducono in modo drastico
la complessità culturale-valoriale delle persone. Il cliente è
il ruolo che il sistema economico riserva agli individui in quanto esterni,
acquirenti.
Le organizzazioni burocratiche si rivolgono agli utenti, che non sono
neppure portatori di bisogni nel senso pieno ed autonomo del termine, ma
sono piuttosto occasioni standardizzate (tendenzialmente limitata è
la segmentazione dell'utenza in tipologie) d'applicazione delle teorie
astratte ed autoreferenti della pubblica amministrazione. La figura idealizzata
dell'utente è il ruolo che il sistema amministrativo, interprete
unico dei valori pubblici, collettivi, riserva alle persone.
Gli enti non-profit hanno la persona intera come termine di riferimento
tendenziale, come destinatario del concetto di prodotto/servizio (anche
se esistono ruoli specifici - es. donatore, volontario - e prodotti/servizi
specifici). Non si ha cioè costrizione della persona in un ruolo
riduttivo, relativo ad una sfera ristretta, ad uno specifico punto di vista,
in quanto essa è contemplata tutta intera nel pensiero e nel prodotto
di tali organizzazioni. Il non-profit è, perciò, tendenzialmente,
un luogo sociale di ricomposizione della persona. La valutazione del valore
del prodotto/servizio è legata (in misura molto più ampia
rispetto alle organizzazioni a fini di lucro) da un lato al valore attribuito
complessivamente al soggetto sociale proponente, e dall'altro all'insieme
dei bisogni del fruitore.
Una visione di questo tipo, incentrata sulla società civile
ed i soggetti di privato-sociale, intende contrastare la tendenza a vedere
i soggetti non-profit come estensioni dello stato. Un approccio di sociologia
applicata orientata all'azione ("sociazione"), è strettamente connesso
ad una visione che intende valorizzare l'autonomia e l'identità
dei soggetti di società civile. P. Donati afferma che bisogna definire
un progetto sul futuro, tramite un'organizzazione che faccia terzo settore,
che faccia società. Occorrono, in altre parole, un'etica dell'impresa
sociale, un management dell'impresa sociale e regole che possano essere
applicate in maniera universalistica.
Se ciò significa da un lato la necessità di una legislazione
"promozionale" per i soggetti di privato-sociale, dall'altro ciò
implica l'adozione di una logica interna al terzo settore come sistema
differenziato, la quale si distingua da quella economica e da quella burocratico-normativa.
Si ritiene che possa contribuire a questo scopo una metodologia applicata
integrata e rel-azionale quale quella sinora descritta.
5.3 Dall'impresa tradizionale all'impresa sociale: per una crescita della responsabilità sociale
Nel momento in cui la presenza della responsabilità sociale d'impresa
è identificata con una garanzia formale (es. totale democraticità
delle decisioni, assenza del fine di lucro), essa è legata strettamente
a specifiche forme giuridiche (es. cooperativa, associazioni non-profit).
Si realizza in tal modo una netta separazione tra gli enti che perseguono
il lucro "senza freni" e quelli che non lo ricercano come fine principale,
ma hanno solo o anche altre finalità, di natura più alta
.
Nel momento in cui, tuttavia, si realizzi un nuovo concetto di impresa
(impresa come istituzione sociale), e si giunga dal profitto come unico
fine al profitto come riconoscimento di valore sociale (che configura una
responsabilità); nel momento in cui l'impresa divenga luogo ispirato
a principi di valorizzazione (seppure interessata) delle qualità
della persona; nel momento in cui il rapporto con la società non
sia più legato al perseguimento del più alto profitto immediato,
ma sia ispirato ad una crescita sociale a lungo termine, allora il confine
tra impresa a fini di lucro e non-profit diventa, da un punto di vista
astratto, meno netto, sebbene necessariamente persista. Questo, per affermare
che le qualità "sociali" sembrano divenire sempre più importanti
per le imprese.
E' possibile pensare a modalità "oggettive" di valutazione (certificazione)
di tali aspetti sociali (es. certificazione di qualità sociale).
Nell'impresa a fini di lucro come istituzione sociale vi è un sempre
maggiore avvicinamento del marketing ad un socio-marketing (attento agli
aspetti culturali e vicino alle scienze sociali, alle discipline umanistiche).
L'impresa diventa soggetto (indiretto) di sociologia applicata orientata
all'azione ("sociazione") nel momento in cui finanzia (ma non gestisce)
progetti sociali.
Dal punto di vista di una "certificazione di qualità sociale"
l'impresa non è più concepita per principio come luogo di
sfruttamento, ambito di razionalità tecnica non umana, gerarchia
irrispettosa delle identità personali, macchina separata dalla vita
ordinaria, strumento avente come unico fine il profitto. L'abbandono di
tali concezioni non ha nulla a che fare con l'utopia, ma si lega ad un
processo concreto, in atto, direttamente connesso a due fenomeni: il passaggio
da aziende centrate sulla produzione ad aziende centrate sul cliente; l'incremento
delle aziende di servizi.
Il primo fenomeno fa sì che, in relazione al prodotto, perdano
d'importanza gli aspetti tecnico-produttivi (che divengono pre-condizioni
della realizzazione materiale dei prodotti), a favore degli aspetti legati
ai criteri di giudizio delle persone acquirenti. Tali criteri sono di natura
culturale (qualità e significato). Ciò porta al centro i
concetti di cultura e di valore. L'azienda è luogo di produzione
di valore (non solo economicamente, ma anche per le persone-acquirenti).
Il secondo aspetto è connesso alla contemporaneità di
produzione e fruizione, che s'identificano con la relazione persona di
servizio-persona acquirente. Ciò porta in primo piano l'assoluta
centralità della risorsa umana, la sua valorizzazione. Qui non vi
è modo di standardizzare la produzione in modo totale e indipendente
dalle persone. L'unico strumento utilizzabile a tal fine è la cultura.
Ma poiché le cose concrete da fare cambiano in relazione al mutare
dell'ambiente esterno all'azienda, non è più possibile o
desiderabile un addestramento esclusivamente incentrato sulla conoscenza
di atti, procedure (inquadramento tecnico). Occorre allora una formazione
umanistica (umana), della persona, quale sostrato alla padronanza di processi
mutevoli.
Tali concezioni implicano la definizione dell'impresa come società
(laboratorio socioeconomico), in cui la tecnica è semplicemente
un linguaggio, la gerarchia è trasformata (attenuata) in una rete
di autonomie e di presupposti informativi, e la superiorità competitiva
si lega al maggior patrimonio di conoscenza di chi facilita/supporta i
processi. L'impresa come laboratorio socioeconomico ha al proprio centro
il concetto di cultura, e si caratterizza come reticolo di elaborazione
continua di cultura. Su ciò si fondano l'identità e il vantaggio
d'impresa
Tale approccio, unitamente all'evoluzione dei consumatori (domanda
in particolare di prodotti/servizi di qualità, e in generale di
qualità della vita), consente di de-materializzare in senso sociale
i concetti del management. Così la responsabilità sociale
si connette non solo al momento della pianificazione strategica (attenzione
ai caratteri socio-economici dell'ambiente), ma anche a quello della progettazione
del beneficio (prodotto-servizio) al cliente, che sempre più spesso
assume connotati valoriali (salute, ambiente, famiglia, socialità,
etc.). L'attenzione alla qualità della vita diviene inedito strumento
competitivo e d'immagine, anche se questi due concetti vanno intesi in
un senso del tutto rinnovato.
L'impresa come laboratorio socioeconomico diventa sempre più
istituzione sociale da un lato perché al suo interno si riduce la
distanza tra essa e la vita (e allora la pianificazione strategica assume
connotati sociali, il marketing diviene sempre più socio-marketing,
la gestione del personale ha il fine della valorizzazione delle qualità
della persona); dall'altro perché essa dà forma alla sua
responsabilità sociale finanziando istituzioni non-profit indipendenti
che contribuiscono ad affrontare, con gli strumenti della metodologia sociologica
applicata, le problematiche sociali.
Tale evoluzione porta a ritenere possibile (auspicabile) una futura
influenza dei concetti del management dell'impresa sociale non-profit nei
confronti dei concetti di management delle imprese a fini di lucro.
6. Morale e sociologia applicata
Il rinnovato interesse per i temi morali è dovuto al fatto che
l'umanità deve affrontare sfide inedite. Nuove sono le dimensioni
(planetarie) degli eventi, e nuovo il ruolo ricoperto dalla tecnica. L'innovazione
tecnologica (intendendo con essa anche l'artificialità di forme
organizzative) ha un impatto senza precedenti sulla vita sociale e genera
un interrogativo su che cosa sia bene per l'uomo. Ci si chiede a quali
condizioni la tecnica sia giusta. La globalizzazione delle comunicazioni
e delle relazioni pone diverse questioni, tra cui quella di come realizzare
una nuova comunità mondiale, preservando la maggior varietà-diversità
possibile nelle realtà locali. L'influsso dello sviluppo economico
(di segno positivo o negativo) sui contesti locali e sulle identità
che in essi si formano è talvolta devastante. Forme di vita locali
sono affette da vere e proprie patologie (es. le narcomafie). Il rilievo
morale delle scelte che ci stanno di fronte deriva dalle ripercussioni
che esse possono avere sull'uomo, ovvero sulle forme di vita a partire
dalle quali le persone costituiscono la loro identità (attualizzano
una determinata forma-uomo).
Il problema esterno alle forme di vita: la globalizzazione e il pluralismo.
A fronte di una pluralizzazione delle forme di vita e dei valori, diviene
sempre più difficile ispirarsi ad etiche che mirino ad indicare
concretamente che cosa sia vita buona, che cosa renda un progetto esistenziale
sensato. Su quale base si è legittimati a fornire regole, prescrizioni
specifiche che prefigurino forme di vita e condotte dotate di valore? Allo
stesso modo, ci si trova in difficoltà se si scelgono etiche individualistiche,
del puro dovere. Può un uomo socializzato operare una chiusura così
rigida, ignorando il contesto che lo circonda nel seguire la sua legge
morale? Una morale di questo tipo, astratta e universale, su che cosa basa
la sua validità? Pare particolarmente interessante, invece, un approccio
mirante ad affrontare tali problemi per mezzo della distinzione (pur nella
reciproca connessione) tra valori concreti e morale procedurale.
Alla luce delle considerazioni precedenti, i temi dell'etica possono
essere visti in una corretta prospettiva. E' ancora adeguata un'etica municipale,
che identifica una determinata forma di vita come buona e l'assolutizza?
Con riferimento alla mondializzazione delle relazioni, tale prospettiva
non pare sufficiente. E' più corretta un'impostazione che ricerchi
gli elementi universalizzabili delle locali forme di vita buone. E' a partire
da una comunicazione tra forme di vita che si può costruire una
morale non basata su contenuti, che trovi un fondamento in presupposti
comunicativi universali.
Il problema interno alle forme di vita: il crimine, la mancanza di
solidarietà. I rilevanti problemi che le società contemporanee
si trovano ad affrontare, non sono soltanto relativi ai rapporti fra forme
di vita locali nell'ambito di una virtuale comunità illimitata della
comunicazione, ma si presentano anche al loro interno. Essi vanno in almeno
due direzioni: