La Ricerca-Azione: un breve excursus storico-bibliografico.
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1. Introduzione La ricerca-azione presentata in questo testo, non è intesa, nel senso propriamente lewiniano del termine, come già specificato da Cifiello, ma è figlia di una proposta metodologica relativamente nuova nel panorama italiano che si va ad inserire nel contesto del tentativo esemplificato da Minardi di creare una differente modalità di approccio alla ricerca sociologica che coinvolga gli attori-oggetto di ricerca e gli attori-ricercatori nel processo che conduce alla formazione di nuove determinazioni scientifiche. La ricerca-azione lewiniana ha dato il via alla costruzione di nuovi e differenziati approcci alla medesima problematica a seconda dell’oggetto e dello scopo della ricerca stessa. In linea di massima possiamo distinguere le seguenti "correnti" metodologiche. - la ricerca partecipatoria (participatory research) - la ricerca-azione partecipatoria (participatory action research) - la ricerca-azione partecipata (partecipated action research) - la scienza-azione (action science) - l’inchiesta-azione (action inquiry) - la sociologia dell’azione
(sociologie de l’action). Metodologicamente il ciclo della ricerca azione è piuttosto semplice e sostanzialmente valido per tutte le sue elaborazioni. Esso comprende (Walton e Gaffney, 1991): 2. Formulazione delle ipotesi di cambiamento e dei piani di implementazione; 3. Applicazione delle ipotesi nei contesti-obiettivo del piano formulato; 4. Valutazione dei cambiamenti intervenuti ed implementazione dei metodi applicati; 5. Approfondimento, istituzionalizzazione e diffusione
capillare delle applicazioni con valutazione positiva. 2. La ricerca-azione La ricerca-azione propriamente detta, come ben esemplificato in Brown e Tandom (1983), deriva i propri spunti scientifici dalle percezioni di problema proprie di comunità governate da professionisti e generalmente mantiene la propria funzione operativa nel quadro delimitato dall’accordo tra ricercatore, ambiente e dirigenza del luogo dove viene messo in atto il progetto. La delimitazione dei confini di ricerca è la peculiarità fondante i progetti di ricerca-azione. Detti progetti procedono sulla scorta di descrizioni ambientali che contribuiscono a formare delle teorie di risoluzione del problema che vengono testate attraverso interventi sperimentali sul tessuto ambientale studiato. La sperimentazione delle ipotesi nella ricerca-azione avviene in maniera progressiva, attraverso un processo che prevede il cambiamento nel corso dell’ applicazione delle tesi elaborate (developmental change). Questo ordine metodologico comporta la possibilità di testare immediatamente le ipotesi di lavoro avanzate e, contemporaneamente, di apportare dei cambiamenti in corso d’opera alle ipotesi stesse. Il risultato del loro lavoro tenderà, ovviamente, alla risoluzione del problema per il quale il progetto viene messo in atto nonché alla individuazione non di leggi generali ma di modelli tematici validi per dei contesti sovrapponibili a quello in cui gli stessi modelli sono stati elaborati (Argyris e Shön, 1991). La ricerca-azione oltre ad applicazioni meramente sociologiche, ha conosciuto uno sviluppo marcato in campo pedagogico. In Italia, essenzialmente, la metodologia è da tempo in uso quasi esclusivamente in tal senso (Pellerey, 1980). Le caratteristiche della ricerca-azione "pedagogica" sono state formulate da Klafki (1975), secondo il quale la metodologia va interpretata educativamente in quanto forma particolare di pratica sociale, realizzata in diretto collegamento con il tentativo di giungere alla soluzione dei problemi emersi in fase di interazione didattica al fine di giungere ad una soppressione della separazione tra insegnante e discente. Secondo il Nostro, la ricerca-azione è destinata ad incontrare un consenso sempre maggiore a causa della impossibilità di conservare alcuni tratti delle tradizionali metodologie di ricerca come ad esempio la separazione tra ricercatore e strumenti di ricerca -da una parte- e l’oggetto della ricerca -dall’altra-, oppure come la sempre minore possibilità di utilizzare il principio della ripetibilità secondo il metodo scientifico classico (isolamento di variabili e loro trasformazione in costanti per lo studio di altre variabili, etc.). Tra i precursori della ricerca azione, oltre al citato Kurt Lewin (1946), possiamo individuare coloro che sono stati i principali anticipatori della metodologia (Le Play, 1855; Mayo, 1933; Moreno, 1964) ed altri che ne hanno fornito le basi epistemologiche (Habermas, 1970, 1980; Popper, 1982;). Dopo Lewin, la ricerca azione ha seguito due distinte strade, una in Europa con i lavori del Tavistock Institute di Londra (Jaques, 1952; Rice, 1958) ed una americana con Chein, Cook e Harding (1948) oppure Corey (1953) od infine Shumsky (1956, 1958). Nel particolare caso della sociologia della ricerca-azione americana si è assistito, specialmente nel corso degli anni 40-50, ad una sorta di auto-censura degli studiosi provocata dagli evidenti collegamenti con il materialismo dialettico e dalle forti ricadute di tipo sociale che la teoria implicava in se. Questo processo ha condotto gli studiosi a tendere al depotenziamento del legame tra ricerca-azione ed azione sociale tanto da filtrare tutta la metodologia facendola giungere sino alla fine degli aa. 70 in una versione denaturata e ben al di sotto della soglia di nuovo paradigma sociologico. Questo ha comportato l’adozione della metodologia in contesti controllati, quasi sempre aziendali, dove la ricerca-azione viene usata efficacemente per la risoluzione di problemi organizzativi od anche strutturali. I principali fautori della ricerca-azione intesa in tali termini sono Argyris (1970,1978,1983, 1985) e Trist (1976) che si rifanno esplicitamente al lavoro del Tavistock Institute sulle applicazioni in campo industriale della metodologia. Altri autori di rilievo, impostisi dopo il risveglio nel nuovo continente della metodologia, sono Rapaport (1970), che ha fornito una definizione di ricerca azione ancora comunemente accettata, Susman ed Evered (1978), Alderfer (1972, 1975,1982) e Brown (1978,1981,1983). Ovviamente gli autori qui indicati vogliono essere una piccola traccia per un panorama assai vasto come quello della ricerca azione degli anni 70-80. In India Tandom (1981, 1988) e Pareek (1990) ed altri, tracciano il solco di una scuola di pensiero di ricerca-azione in un paese non industrializzato, che riscuoterà consensi in tutto il mondo accademico. In Europa, nello stesso periodo, vengono elaborate
delle versioni meno aziendalistiche della ricerca - azione che trovano
terreno estremamente fertile nei paesi scandinavi e del nord Europa
(Elden, 1979; Gustavsen 1985; Levin, 1985) dove il massiccio apparato
di welfare state esistente favorisce la crescita di progetti socio-emancipativi;
anche in Inghilterra abbiamo una produzione scientifica di rilievo (Elliott,
1991; Winter, 1987 ) sul versante sociale sorta sulla scorta degli impulsi
del gruppo di studio formatosi a Cambridge. Secondo Alain Touraine, è necessario emanciparsi dalla metodologia propria del funzionalismo parsoniano, che nel dopoguerra è giunto sino a voler assumere in se tutta la scienza sociologica, al fine di riscoprire l’importanza dello studio degli attori sociali inquadrandolo in un contesto storicistico inteso come ricerca delle origini dei modelli culturali e dei rapporti sociali di una determinata società. Ciò si può ottenere attraverso l’applicazione di una metodologia di studio nella quale il ricercatore attraverso un setting di tipo psicoanalitico, conduce il proprio gruppo, denominato "di intervento" ad una esplicitazione dei comportamenti di progetto e conflitto a scapito di quelli di risposta ed adattamento (Touraine, 1980). Attraverso questa attività, che necessita un coivolgimento totale dei partecipanti, il ricercatore cessa di essere parte dell’ordine costituito e diviene elemento catalizzatore del proprio processo di ricerca che sfocerà in una presa di coscienza del significato profondo dell’azione sociale. La Sociologia dell’Azione toureiniana risulta dunque
essere più aderente, per tipologia d’azione, alla ricerca partecipatoria,
che qui di seguito vedremo, piuttosto che alla ricerca-azione di inpronta
lewiniana. A differenza di questa, però, lo stesso Touraine ammette
che la metodologia della "Sociologia dell’Azione" non può esaurire
in sé la spiegazone di tutti i comportamenti sociali; infatti,
dice il Nostro (ivi): "è impossibile stabilire a priori che
un tipo di condotta sociale non ha alcun rapporto con il campo della
storicità e con i movimenti sociali che la animano, ma si commetterebbe
l’errore inverso credendo che sia possibile ricondurre tutti i comportamenti
sociali ai comportamenti di livello superiore" (cioè storicamente
determinati). 3. La ricerca partecipatoria e la ricerca azione
partecipatoria. La ricerca partecipatoria, come prima indicato, altro non sarebbe che la versione critica od "emancipativa" della ricerca-azione classica (Kennis, 1993). La ricerca partecipatoria pur generando una metodologia in parte sovrapponibile a quella della ricerca-azione classica, si rivolge a persone soggetto-oggetto di studio completamente diverse da quelle della ricerca azione (Brown e Tandom, 1983) perseguendo scopi differenti e richiamandosi esplicitamente allo stretto legame originario esistente tra la metodologia e le sue ricadute sociali. La ricerca partecipatoria coinvolge i soggetti parte della ricerca come co-ricercatori. Essi fattivamente contribuiscono a profilare il modello definitivo della ricerca e gli scopi a cui la ricerca deve tendere. Ciò viene ottenuto grazie alla presenza del ricercatore che, in una qualche misura, dovrebbe assumere un’atteggiamento di ricerca simile a quello adottato nell’osservazione partecipante. Il suo ruolo è quello di dare carisma di scientificità alle esperienze personali, alla conoscenza popolare e ad altre forme di sapere comunemente ritenute non-scientifiche quali la letteratura orale oppure le percezioni quotidiane. Secondo Stoecke e Bonacich (1992) la ricerca partecipatoria risponde a due esigenze fondamentali: a. la democratizzazione del processo di creazione del sapere scientifico b. il cambiamento sociale. La presa d’atto che la struttura di potere vigente in un dato luogo, alimenta, logicamente, la produzione di sapere scientifico in senso auto-referenziale, conduce i due autori ad indicare come indispensabile l’emancipazione della cultura popolare dal sapere ufficiale attraverso un processo di ricerca che conduca alla dignità di dato scientifico la saggezza o l’esperienza delle masse. La conoscenza viene assunta quale strumento di potere e, pertanto, lo scopo della ricerca partecipatoria diviene quello di legare la produzione della conoscenza alla coscientizzazione ed alla emancipazione (self-reliance) delle masse. La partecipazione diviene così il concetto centrale della metodologia. Tale concetto non si riferisce alla partecipazione del popolo ma alla partecipazione diretta del ricercatore alla propria azione di indagine che coniugherà istanze scientifiche, di esplicitazione della cultura popolare, con istanze legate al cambiamento sociale vero e proprio (Volpini, 1992). Per esplicita ammissione di uno dei padri della metodologia, Paulo Freire (1972), scopo del lavoro di inchiesta è quello di permettere alle persone di farsi sentire e non quello di misurare e/o descrivere un’operazione ben riuscita di manipolazione sperimentale nella pratica . Naturale evoluzione della ricerca partecipatoria
è stata la ricerca-azione partecipatoria. Numerosi autori (ad
esempio F. Vio Grossi, O.Fals Borda, W.F.White, M.A.Rahaman) pur partiti
da una sostanziale accettazione del termine "ricerca partecipatoria",
sono giunti ad assumere il termine "ricerca-azione partecipatoria" come
termine d’uso per indicare sostanzialmente la stessa metodologia. Come
affermato da Rahaman (1985:108), ... (il termine) è estremamente
utile perché riesce ad enfatizzare con efficacia il fatto che
si sta parlando di ricerca-azione, che è partecipatoria, e ricerca
partecipatoria, che viene unita all’azione (al fine di trasformare la
realtà). Principale propugnatore del termine è stato
Orlando Fals Borda che identifica nella ricerca scientifica, nell’azione
politica e nell’educazione degli adulti i tre elementi costitutivi della
metodologia. Sempre secondo il nostro, scopo della metodologia è
quello di: - produrre ed elaborare
un pensiero socio-politico autonomo (Fals Borda, 1984:18).
Già dalla lettura delle righe precedenti si possono delineare coloro che risultano essere i principali autori riconosciuti nell’ambito della metodologia: è da sempre riconosciuta la paternità di questo approccio a Paulo Freire, grande pedagogista, recentemente deceduto, che con la sua Pedagogia degli oppressi (1972) ha tracciato la via maestra poi seguita e perfezionata in campo sociologico da Orlando Fals Borda (1981,1984,1987,1990,1991), da Bud Hall (1979,1981,1982) Heinz Moser (1977,1981) e Francisco Vio Grossi, (1981). La metodologia viene poi ulteriormente approfondita da un vasto gruppo di sociologi americani tra cui Peter Park (1988,1992) John Gaventa (1981,1988) , Billy D. Horton (1981,1993), Beverly Cassarra (1985) ed altri ancora. L’esperienza della ricerca azione partecipatoria sembra però non permeare l’Europa mediterranea, fatte salve alcune eccezioni come ad esempio Danilo Dolci (1973,1988) oppure Paolo Orefice (1981) e G.B. Sgritta (1988). La metodologia incontra maggiore fortuna nei paesi scandinavi dove il citato Ulf Himmelstrand (1981) e Paul Oquist (1978) contribuiscono in modo rilevante alla sua crescita, seguiti da più sociologi tra cui Max Elden (1983,1985,1991) e Morten Levin (1985,1991). Numerosi sono anche i progetti e gli studi di ricerca partecipatoria
condotti in Asia e Sud America. Tra gli autori più impegnati
in questo senso troviamo ancora Rajes Tandom (1980), De Silva (1979)
e D’Arcy de Oliveira (1975). 4. Le altre variazioni della metodologia di ricerca. Esaminate, pur molto brevemente, le due evoluzioni principali della ricerca-azione lewiniana, riteniamo opportuno concludere questa breve rassegna con un’analisi altrettanto sintetica di nuove forme in cui la ricerca azione si è evoluta e viene applicata. Domenico Volpini (1992) partendo da una esperienza meramente antropologica elabora una metodologia che chiama "ricerca-azione partecipata" che vuole essere lo strumento attraverso il quale giungere ad un autosviluppo integrale delle popolazioni del terzo mondo considerando il conflitto socio-culturale come un elemento permanente del mutamento (ivi, 154). Questa metodologia vuole differenziarsi dalla ricerca partecipatoria in quanto latrice di una concezione differente di conflitto: marxiano quello della ricerca partecipatoria (cioè principalmente incentrato sulla lotta tra classi), più esteso, più comprendente, il secondo che vorrebbe assumere in sé tutte le tensioni dinamiche conflittuali che pervadono la società nel suo complesso. In sostanza, nella teorizzazione di Volpini il conflitto si genera dallo scontro-incontro tra le varie soggettività e diviene il propulsore dinamico del processo di critica e di autocritica globale (ivi). Il superamento degli squilibri di ordine sociale, culturale, ecc., viene dunque perseguito attraverso il potenziamento di questo processo, per mezzo di una criticizzazione delle dinamiche culturali (ivi). La teorizzazione proposta cerca in sostanza di sfuggire alla dicotomia consenso (ricerca-azione)/conflitto (ricerca partecipatoria) proponendo un approccio definito di comunicazione ed interscambio critico che tenti di sintetizzare costruttivamente i due approcci precedenti, considerandoli specificamente sotto un’ottica di tipo antropologico. La scienza-azione e la inchiesta-azione, rappresentano in ordine temporale le due più recenti elaborazioni della metodologia originaria della ricerca-azione. La prima è stata concettualizzata Argyris e Shön (1991), due tra i maggiori teorici della ricerca-azione classica, che hanno ipotizzato essere la scienza-azione una forma di ricerca-azione che, pur condividendo i valori e le strategie generali della metodologia originaria, pone il proprio nodo teoretico centrale sull’uso inconscio di un sistema di teorie che gli autori chiamano "modello I " (ivi, 86) che sarebbe attivato inconsciamente dal ricercatore nelle varie fasi della ricerca, in special modo quando questa coinvolga la sua sfera emozionale. Il modello citato includerebbe strategie di controllo unilaterale del lavoro, atteggiamenti di autoprotezione culturale e difensivistici in generale -di negazione e/o rimozione delle situazioni di minaccia anche solo percepita- durante le varie fasi della ricerca. Tutti questi atteggiamenti concorrono a minare seriamente i vari tentativi di implementazione del ciclo proprio della ricerca-azione, distorcendo frequentemente i risultati finali, specialmente di ordine teorico. L’uso di questa metodologia, in sostanza, riesce a focalizzare meglio l’influenza che le relazioni interpersonali ed i processi intrapsichici hanno nella formazione del modello di ricerca. Infatti secondo White (1991) la corretta applicazione della metodologia della scienza-azione dovrebbe prevedere: - la necessità di procedere imparando a pensare e percepire correttamente, cioè in modo per lo più scevro dagli errori descritti nel "modello I", prima di dare corso alle fasi di implementazione dell’azione; - un controllo più esteso possibile da parte di tutto il gruppo di lavoro sull’intero processo di intervento e ricerca. Per quanto discutibile (e sostanzialmente differenziante dalla Ricerca Partecipatoria freiriana) la scienza-azione rifocalizza l’importanza dell’osservatore neutro e dell’avalutatività nella elaborazione della metodologia e nella conduzione della ricerca. La inchiesta-azione, secondo Reason (1994), risponde esattamente ai medesimi presupposti della ricerca-azione, cioè richiede la conoscenza preliminare degli scopi, della strategia, del comportamento e del mondo esterno al sistema su cui ci si accinge ad operare. Ciò che differenzia la metodologia è che l’ inchiesta-azione dovrebbe (o vorrebbe) essere una sorta di ricerca scientifica condotta sul vissuto quotidiano di ogni giorno; essa differisce dalla scienza ortodossa in ciò che concerne il considerare di importanza primaria la risultanza riscontrata sul momento, sul campo -stando praticamente a metà via tra percezione ed azione- e nel porre in secondo piano le informazioni reperite da fonti accessorie. Secondo Torbert (1991) l’inchiesta-azione rappresenterebbe "la consapevolezza (scientifica) nel mezzo dell’azione". Lo stesso autore inquadra brevemente le fasi per la messa in opera di un progetto di inchiesta-azione, essi sono: - modalizzazione: il ricercatore deve esplicitare il percorso che intende seguire nel condurre l’azione; - illustrazione: le modalità dell’azione devono essere sostenute da un esempio concreto oppure da una storia efficace; - inchiesta: gli uditori
vengono esplicitamente invitati ad esporre i loro punti di vista.
5. Conclusioni Il nostro paese, così come in altri rami della Sociologia, anche nella Ricerca-Azione accusa un grave ritardo culturale che lo relega in un purgatorio da cui è necessario uscire al più presto, anche in virtù della potenzialità insite in questa metodologia che, come abbiamo visto, molto si avvicina alla dignità di nuovo paradigma sociologico, tanto vasta è la sua portata, tanto è rilevante la sua capacità di riforma dell’esistente. L’insieme dei saggi presentati nel testo, giocoforza, rappresenta una prima analisi parziale, correttamente e volutamente indirizzata verso una sola tradizione di ricerca-azione (quella francese) tra le molte esistenti, ritenuta tra le più idonee a fornire il proprio supporto epistemologico alla fondazione di una sociologia professionale in Italia, scopo per cui il presente testo è stato concepito. Non per questo si è potuto prescindere dall’esistenza di ciò che da alcuni è già stato descritto come un nuovo paradigma sociologico, come una nuova metodologia capace di mobilitare le risorse profonde della Sociologia. Il caleidoscopio delle posizioni di arrivo (ma anche di partenza) che hanno condotto la ricerca-azione a diversificarsi così radicalmente tanto da interessare studiosi e pubblici estremamente differenti per scopi e necessità, sembra essere riunito sotto l’egida della comune aspettativa di comporre scienza ed azione, di risolvere, in modi e misure spesso molto diversi, l’eterno dilemma fra teoria e prassi. La ricerca-azione vuole essere una sorta di riscoperta del dubbio, un ripensamento del metodo scientifico o anche, come afferma Fals Borda (1981), un depotenziamento dello stato di feticcio a cui sovente la scienza è elevata. Il parziale snaturamento che la metodologia ha subito negli USA negli anni 50-60, ha di fatto prodotto una profonda frattura nella sua tradizione, frattura sostanzialmente insanata a tuttora. Infatti lo scritto di Brown e Tandom (1983) conserva in sostanza tutta la sua validità anche a distanza di 15 anni dalla sua elaborazione. I due grandi gruppi di ricercatori che adottano questa metodologia continuano a dividersi in ricercatori "d’azione" e ricercatori "partecipatori", elaborando istanze operative autonome, rivolgendosi a "clienti" molto diversi e partendo da assunti politici spesso radicalmente differenti. Ma, a nostro giudizio, è proprio questa ricchezza, questa ampia offerta, che può elevare la metodologia a paradigma ed è proprio per questo che questa breve raccolta di saggi vorrebbe essere un sasso nello stagno della sociologia italiana al fine di valorizzare una tradizione di ricerca internazionale da noi per troppo tempo misconosciuta. Bibliografia
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