Le
economie e le società locali del ravennate verso il 2000
Strategie e strumenti
per lo sviluppo delle aree socio-economiche della provincia
Documento di base
per la conferenza economica provinciale
promossa da
CGIL,CISL,UIL
Venerdì 5 Giugno 1998
al Teatro Rasi di Ravenna
1. La pluralità degli sviluppi nelle aree socio-economiche del ravennate
2. Le strategie e gli strumenti per attivare gli sviluppi possibili
3. I fattori critici dello sviluppo
4.2. Gli strumenti di governo dei mercati del lavoro
4.3. Il ridisegno delle politiche dell’occupazione a livello locale
5.1. I modelli locali di sviluppo
5.2. Le politiche di innovazione
6. I settori e gli strumenti dello sviluppo
Nel considerare un territorio, le sue risorse e le politiche di intervento per il suo sviluppo, è ormai convinzione consolidata che sia necessario abbandonare l'idea di intervenire con provvedimenti macro-economici; a tale prospettiva, di cui si sono già ampliamenti sperimentati i limiti, si oppone l’indicazione di perseguire piuttosto alcuni obiettivi di livello intermedio:
Con questo contributo le organizzazioni sindacali dei lavoratori intendono proporre alcune indicazioni strategiche per riavviare la dinamica dello sviluppo delle imprese e dell’occupazione nelle diverse aree socio-economiche della provincia, non solo richiedendo che ogni soggetto economico ed istituzionale faccia la sua parte, ma anche e soprattutto esprimendo attenzione verso gli strumenti differenziati (istituzionali, infrastrutturali e di cultura dell’imprenditorialità e del management, che sono sempre più necessari per attivare i processi innovativi dell'impiego dei fattori produttivi presenti o da attirare ex novo sul territorio.
Tale elaborazione sui temi dello sviluppo nasce anche dalla convinzione che occorra procedere ad innovazioni significative nel governo del mercato del lavoro, delle sue ormai frammentate modalità di impiego della forza lavoro rispetto a sistemi produttivi difficilmente riconducibili ad una omogenea struttura di scelte manageriali e ad una linea dominante di gestione delle relazioni industriali.
Rispetto a tale contesto di forte variabilità, la negoziazione
tra le parti economiche e sociali si ripresenta come lo strumento prioritario
di governo delle diverse situazioni in cui si articola il mercato del lavoro
e quindi in cui si strutturano le dinamiche dei diversi sistemi produttivi.
1. La pluralità degli sviluppi nelle aree socio-economiche del ravennate
Ciò che si presenta all'orizzonte non è uno sviluppo omogeneo, continuo come risultato di un nuovo determinismo economico e sociale, ma piuttosto un insieme di sviluppi possibili con caratteristiche distintive all'interno dello stesso territorio; e ciò sulla base di una diversa composizione e distribuzione di componenti essenziali, quali:
Se vogliamo capire le ragioni per cui in un'area, come quello provinciale, vi sono situazioni di sviluppo, ma anche situazioni caratterizzate da incipiente o già manifesta involuzione, occorre sviluppare una diagnosi in profondità all'interno della formazione e della composizione sia del capitale culturale, del capitale finanziario che del know how tecnologico.
Questi possono contenere, infatti, fattori che possono incidere sia positivamente (fattori di successo) che negativamente (fattori di insuccesso) sulle dinamiche endogene dello sviluppo, ma anche sulla capacità di attrarre risorse dall'esterno.
A tali fattori occorre prestare una specifica attenzione, anche per
la loro influenza differenziata nelle diverse aree socio-economiche del
territorio provinciale. La loro diversa combinazione si può tradurre
in tipologie di sistemi produttivi diversificati, ma anche in modalità
non omogenee di impiego del fattore lavoro, con la conseguente necessità
di sviluppare un particolare adattamento degli strumenti negoziali.
2. Le strategie e gli strumenti per attivare gli sviluppi possibili
La diversa distribuzione dei fattori critici per lo sviluppo sul territorio provinciale e soprattutto le diverse combinazioni che si determinano nel corso delle sue dinamiche, rendono necessario un nuovo modo di fare programmazione economica e sociale.
Il territorio provinciale non va più pensato nella sua presunta continuità, ma secondo una differenziazione di caratteri socio-economici, di cultura e modelli imprenditoriali, nonché di modalità di impiego della forza lavoro, che tendono a caratterizzare in maniera non casuale l'insieme del territorio provinciale.
La comprensenza di territori ed economie che vanno da quella marittima, turistica a quella industriale a quella agricola, agroindustriale e montana, se rendono la provincia di Ravenna un mosaico particolarmente ricco e rappresentativo dei diversi sistemi che compongono oggi le economie e le società a crescente complessità, sembrano in realtà rappresentare per la stessa provincia una situazione di debolezza e di svantaggio.
La nostra ipotesi è che di fronte ad una situazione molto differenziata e dotata di numerose opportunità imprenditoriali ed occupazionali, sia assai poco evoluta e differenziata l'azione di programmazione e di gestione delle sviluppi possibili. In altri termini, è nostra convizione che siano deboli e non ancora sufficientemente flessibili le strategie e le metodologie di gestione del territorio, delle risorse formative, delle risorse finanziarie interne ed esterne al territorio; risulterebbe di conseguenza ancora troppo debole e discontinua l'azione volta a sostenere l'innovazione tecnologia sia nei sistemi produttivi che nella gestione delle imprese.
In questo senso le istituzioni (dalle regionali alle locali) e le forze economiche e sociali sono chiamate ad effettuare un salto di cultura e di prassi:
3. I fattori critici dello sviluppo
Da dieci anni a questa parte l’uso del termine globalizzazione si è talmente diffuso nel linguaggio degli attori socio-economici e dei cittadini stessi, che non sembra aver bisogno di nuove interpretazioni.
Da più di dieci anni si sente parlare della crescente tendenza delle grandi aziende a superare le frontiere nazionali per trasformarsi in colossi della produzione e dei servizi in grado di competere sul mercato mondiale, ormai trasformatosi in un unico, esteso terreno di gioco.
Oggi, tuttavia, forse per la prima volta da quando il termine globalizzazione è entrato nel linguaggio corrente dell’economia c’è una novità: la globalizzazione si sta materializzando davvero grazie al concorso di tre fattori:
A sostegno di queste affermazioni un recente rapporto di McKinsey stima che entro il 2015 le aziende globali produrranno almeno il 50% del Pil mondiale contro il 20% attuale. Una crescita di quasi 3 volte in importanza sul totale dell’economia mondiale, che in termini assoluti si traduce in un passaggio del "fatturato della globalizzazione" dagli attuali 4 mila miliardi di dollari a 21 mila miliardi di dollari nel 2000 fino ad arrivare a 50 mila miliardi di dollari nel 2015.
Dallo studio si evince che in una logica di economia globale, quello che si pone alle imprese è molto semplicemente il problema della sopravvivenza. "Nella nuova economia globale la maggior parte delle società, defraudate della possibilità di nascondersi dietro patronati locali o posizioni dominanti, sono costantemente vulnerabili. Le dimensioni delle opportunità globali, la complessità del contesto competitivo e la disciplina della performance imposta dai mercati dei capitali metterà le aziende di fronte ad una drastica alternativa: specializzarsi e diventare operatori di prima classe nelle rispettive aree di attività, o uscire di scena".
Occorre in questa prospettiva interrogarsi su quali potranno essere gli effetti, non lontani nel tempo, sulle imprese emiliano-romagnole, e su quelle della provincia di Ravenna, che non si distanziano dalle tipologie proprie della realtà regionale.
Anche nel territorio provinciale certo non mancano esempi al riguardo di imprese che, incapaci di diventare leader nel proprio settore, sono state sostanzialmente inglobate da aziende più grandi, con l’esito peraltro prevedibile di un successivo smantellamento delle strutture produttive più piccole ed inefficienti.
A livello nazionale, tutte le analisi più recenti ed approfondite mettono in rilievo che, per effetto di una combinazione di fattori di crisi connessi sia alla caduta dei mercati interni che alla concorrenza dei mercati esteri, si è verificata una vera e propria selezione "naturale" di imprese dipendenti dalla domanda interna ed in particolare quelle vincolate alla domanda pubblica attraverso rapporti di subfornitura di prestazioni e di prodotti tradizionali a basso contenuto di tecnologia e quindi a scarso valore aggiunto.
Gli effetti negativi di questa selezione sono stati particolarmente incidenti sulle piccole e medie imprese delle aree centro meridionali italiane, che presentano imprese con un orientamento prevalente ai mercati interni.
La domanda pregnante che a questo punto è giusto porsi è se anche per le imprese della provincia di Ravenna ed in particolare per quelle dell’area ravennate, assai più simili alle piccole e medie imprese dell’area centro meridionale del paese, sarà inevitabile passare attraverso questo "collo di bottiglia", attraverso il quale, dopo la fase della selezione e dello sfoltimento delle imprese inefficienti, andrà a riscoprire la competitività, come regola con cui misurarsi per raggiungere il successo; o se viceversa, attraverso un’azione concertata di tutti gli attori economico - sociali dei diversi territori della provincia di Ravenna, sarà possibile imprimere una forte accelerazione verso il nuovo tracciato della ricerca di "qualità" e del miglioramento continuo nelle aziende divenute ambito di una partecipazione di tutte le componenti produttive.
Con questi interrogativi, riteniamo perciò necessari affrontare in termini mirati un’attenta analisi dei fattori strutturali che possono mettere le imprese delle diverse aree provinciali nella condizione di affrontare la sfida della globalizzazione economica. I segni negativi di una sfida in atto sono già presenti; è necessario anticipare quanto più possibile le risorse e le politiche per migliorare la capitalizzazione delle imprese e la qualificazione di un management ancora troppo localistico nella formazione e negli orientamenti ed occasionale nei suoi percorsi di ingresso nelle imprese.
Prenderemo perciò in considerazione:
Con capitale culturale s’intende la capacità da parte dei sistemi sociali di acquisire attraverso le diverse generazioni in termini sempre crescenti tassi elevati di scolarizzazione, di accesso all'istruzione superiore, con l’esito di ampliare la possibilità di formare competenze ed abilità qualificate sia per la direzione che per la gestione di sistemi produttivi ed organizzativi complessi, anche attraverso l'utilizzo dei risultati della ricerca scientifico tecnologica e delle metodologie di sviluppo dei sistemi produttivi e di governo delle organizzazioni sociali.
Sulla formazione di tale capitale possono incidere positivamente o negativamente fattori operanti all'interno dei diversi sistemi funzionali preposti alla crescita del capitale culturale :
A tale quadro informativo "ufficiale" concorrono altresì altre più circoscritte rilevazioni empiriche, che possono anch’esse fornire – come nel caso del Distretto scolastico faentino – una rappresentazione ancora più adeguata delle tendenze in atto, in corrispondenza con le diverse caratterizzazioni delle aree territoriali della provincia.
Relativamente alla scuola media, i dati del Provveditorato, nel biennio 1994/1996, evidenziano:
Infatti, gli esiti scadenti si possono far risalire con molta cautela al 10% dei ragazzi (che si presentano quindi con elevate probabilità di rischio nel passaggio alla superiore); seguendo il commento del Provveditorato agli studi, "sommando la percentuale dei bocciati e degli abbandoni dei primi due anni della secondaria di II grado si arriva al 22% (1994-1995) ed al 17% (1995-1996)". "Considerato che dopo la terza media – continua sempre lo studio del Provveditorato, si iscrive alle superiori più del 90% dei licenziati, il numero degli alunni che nei primi due anni delle superiori vanno a costituire l’area dell’insuccesso è di gran lunga superiore del numero degli alunni inclusi nella stessa area della scuola dell’obbligo".
Da tutto ciò si desume una prima considerazione, in merito alla permanenza all’interno del sistema scolastico provinciale, di una notevole dispersione di capitale culturale. La percentuale intorno al 20% di dispersione scolastica è molto elevata per un’area territoriale che ha bisogno di capitalizzare, in breve, nuove risorse conoscitive e culturali per sostenere una nuova dinamica di sviluppo non più basato sulle tradizionali produzioni, ma su quelle innovative legate all’impiego ed alla riproduzione delle nuove tecnologie informatiche e telematiche.
D’altra parte i dati sopra esposti mettono in evidenza un altro aspetto di particolare preoccupazione per la nostra analisi; esso riguarda la qualità della performance di qualità del sistema scolastico provinciale. Pur ribadendo la cautela di una considerazione che non può non tener conto della mancanza di un sistema condiviso e generalizzato di valutazione dell’attività scolastica, per ammissione della stessa autorità scolastica, "pur mettendo in conto scelte sbagliate post-obbligo, variabili molteplici e di natura extrascolastica, rimane il dato di una notevole diversità di criterio e di atteggiamento valutativo dei docenti dei due gradi di scuola nei confronti degli stessi alunni".
Esiste in altri termini un insieme di deficit di prestazione nel sistema scolastico che tendono ad appesantire la dinamica già molto pesante della dispersione scolastica.
Un sistema scolastico che in un certo senso contribuisce a produrre effetti patologici che si traducono in destini deviati e deformati di vita formativa e lavorativa di numerose decine di ragazzi, ha necessità di una profonda e rapida revisione del suo funzionamento, nonché di un rilevante investimento nelle risorse umane e professionali che attualmente lo conducono.
Una rapida considerazione di ulteriori dati concernenti la scuola secondaria superiore confermano l’urgenza di un intervento qualificato su un sistema scolastico che appare invecchiato, poco differenziato e con molte rigidità interne sia relative all’offerta che alla qualità del lavoro formativo.
Sempre relativamente ai due anni considerati, si può osservare:
La nostra valutazione non può non indirizzarsi nei confronti
della forte connessione che si evidenzia tra disagio ed insuccesso scolastico
ed indirizzi dell’istruzione tecnica e professionale, laddove soprattutto
sembra essere colpita significativamente l’area della formazione di profili
e di abilità essenziali per sostenere nuovi percorsi di imprenditorialità
e nuove opportunità occupazionali nei settori a crescente contenuto
di tecnologia innovativa.
La rigidità e l'obsolescenza dell'offerta nel sistema formativo non scolastico
La difficoltà di individuare una significativa dinamica di accumulazione, di arricchimento e di differenziazione del capitale culturale sembra trovare un’ulteriore conferma, allorquando si passa a considerare le componenti del sistema formativo non scolastico, in definitiva il sistema della formazione professionale (sia esso di primo o secondo livello).
In questo occorre evidenziare come si stiano protraendo nel tempo alcune caratteristiche che già hanno evidenziato i loro decisivi effetti negativi:
Prima di addentrarci nel merito di questi due nodi fondamentali che si riconnettono all’obiettivo dell’implementazione sia delle politiche della formazione che delle politiche del lavoro, occorre prioritariamente sollecitare l’autorità scolastica e l’organo provinciale di gestione del sistema di formazione professionale a valutare il grado delle performance che contraddistinguono il sistema formativo scolastico, nei passaggi critici dalla scuola media inferiore ai diversi indirizzi della secondaria superiore, e nel passaggio da questo ordine di scuola agli studi superiori oppure alla struttura delle opportunità degli sbocchi occupazionali. A tale scopo risultano essenziali precise strategie rivolte a:
La formazione del capitale finanziario si presenta oggi come un fattore decisivo non solo per avviare attività imprenditoriali, ma anche e soprattutto per sostenere l’innovazione nei processi tecnologici e nei prodotti da destinare a mercati sempre più differenziati.
Perciò, le caratteristiche e le prestazioni del sistema creditizio e finanziario locali divengono oggetto di particolari attenzioni, anche se si considera che la più forte richiesta nei confronti di prestazioni innovative nei suoi confronti avviene in corrispondenza con mutamenti strutturali impressi dalla legislazione recente soprattutto al sistema bancario al fine di mutarne le tradizionali ed oggi inadeguate configurazioni sia giuridiche che funzionali. La creazione di strutture di livello europeo diviene ormai una svolta di cui si avverte la necessità anche nell’ambito di economie locali destinate ad entrare in mercati più ampi, almeno a livello comunitario.
In modo particolare stanno venendo meno le caratteristiche di protezione del sistema bancario imposto dalla legge bancaria del 1936, che a sua volta aveva anche sancito la separazione tra attività creditizia e proprietà e controllo di imprese industriali; con la legge del 1994, ancora in fase di attuazione, è mutato profondamente lo scenario operativo in cui il sistema bancario si è venuto a collocare, con la netta evidenziazione dei limiti della sua cultura imprenditoriale, scarsamente orientata all’innovazione e molto orientata allo sfruttamento di posizione di privilegio e di potere nell’ambito di economie locali anch’esse spesso chiuse su se stesse.
L’andamento complessivo del sistema bancario provinciale
Proprio in relazione ai mutamenti in atto nel sistema delle imprese creditizie sia di livello locale che regionale e nazionale, occorre operare una prima distinzione nell’analizzare i dati disponibili sulle caratteristiche del sistema bancario.
Tale distinzione concerne le caratteristiche e le tendenze del sistema di credito nel suo complesso in primo luogo e le modalità con cui operano e si sviluppano le banche locali; a livello provinciale, infatti, il ruolo ricoperto da istituti di interesse locale si rivela, a differenza di altre province – ancora di notevole rilevanza.
Sotto il profilo descrittivo, occorre rilevare che in complesso nella area provinciale di Ravenna esistono 250 filiali di aziende bancarie (1 ogni 1400 abitanti circa), di cui 8 banche locali e le altre di livello regionale e nazionale. In termini temporali, si è passati da 226 sportelli del 1993, a 234 nel 1994, a 243 nel 1995 per giungere a 250 al termine del 1996.
Con questo dato la provincia di Ravenna si colloca al di sopra della media europea ed a quella italiana di sportelli per abitanti, in alcuni piccoli comuni come Bagnara, Casola Valsenio e Sant’Agata sul Santerno si arriva ad avere uno sportello per ogni 900 abitanti.
Nell’intero sistema sono occupati a livello provinciale 2500 lavoratori circa. Soprattutto le banche locali allo stato attuale non sembrano affette da problemi di esuberi di lavoratori, come avviene invece per alcune banche di interesse nazionale; negli ultimi due anni le banche locali hanno incrementato gli organici di 69 unità, compensando parzialmente i posti di lavoro persi dal restante sistema.
Per quanto concerne le performance creditizio-finanziarie occorre invece segnalare che il sistema provinciale, che aveva conosciuto una forte accelerazione nello sviluppo durante la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, ha incontrato gravi difficoltà a partire dal 1993, allorquando la crisi di gruppi industriali e finanziari – come Ferruzzi – determinò una caduta verticale degli impieghi ed un incremento non irrilevante di crediti inesigibili.
Se si prendono in considerazione i dati forniti dal Bollettino statistico della Banca di Italia per gli anni che vanno dal 1993 al 1996, relativamente alla provincia ravennate, bisogna inoltre rilevare che:
Tale fenomeno va peraltro considerato anche alla luce di una progressiva crescita di rilevanza di istituti bancari che coinvolti in concentrazioni o fusioni di livello nazionale, tendono ad indebolire progressivamente il loro legame con il territorio, assolvendo alla funzione di raccolta nell’economia provinciale, ma perseguendo obiettivi decisamente più remunerativi degli impieghi. In questo periodo ovviamente l’economia provinciale non sembra particolarmente attraente sotto questo profilo; perciò è da presumere che il divario tra raccolta ed impieghi nei prossimi anni tenderà ad ampliarsi.
Anche il rapporto decisamente positivo tra sportelli e clientela, che oggi sembra tradursi in un insieme di vantaggi per i clienti stessi, non sembra destinato a permanere nel tempo; la ricerca continua di forti economie di scala da parte delle aziende bancarie, sottoposte ad una concorrenza in un certo senso inedita, porterà a non piccoli mutamenti nel rapporto tra sistema creditizio e clienti, tra servizi bancari ed imprese.
Anche la situazione di difficoltà che incontra una parte rilevante di imprese dell’area ravennate non costituirà un fattore di incentivazione degli investimenti bancari nel territorio. Il sistema bancario, infatti, ha ancora notevole difficoltà ad incontrarsi con realtà aziendali di cui conosce solo alcuni aspetti; il divieto prolungato alle banche ad intervenire nel merito delle prestazioni aziendali ha ingenerato un insieme di rapporti tra banche ed imprese decisamente insoddisfacenti per le une e per le altre. Soprattutto le imprese, ancora prive di una solida base patrimoniale, risultano estranee alla cultura ed alla attenzione del sistema bancario, che preferisce rivolgersi per operazioni di finanziamento a breve, fortemente garantite, ad imprese consolidate, lontane dal presentare situazioni di rischio.
Ciò in un certo senso si può osservare anche nella provincia di Ravenna, laddove soprattutto nei confronti delle piccole imprese e delle giovani imprese, si è dovuto sviluppare un sistema parallelo di garanzia nei confronti di finanziamenti a cui ha dovuto dare un rilevante sostegno la stessa amministrazione pubblica, regionale e locale.
In altri termini il sistema bancario risulta ancora fondamentalmente estraneo alle scelte strategiche delle imprese, partecipa alle sue attività a breve, ma non partecipa alla sua capitalizzazione; in ciò contribuendo a rafforzare lo stesso deficit di cultura imprenditoriale, propria dei protagonisti delle imprese locali. Si è già infatti rilevato come in un contesto di economie locali scarsamente orientate all’innovazione ed al rischio, l’imprenditore preferisca non reinvestire interamente il profitto aziendale, ma tenda a patrimonializzarlo in larga parte in termini personali e famigliari, con ciò impedendo la vera e propria formazione di un capitale di rischio.
Il sistema bancario anche nel ravennate sembra bloccato in questo circuito incapace di superare i vincoli che esso pone alla ripresa di una dinamica economica rinnovata e soprattutto incentrata in attività ad elevata intensità di capitale e di tecnologia.
La situazione delle banche locali in provincia
Le banche locali rappresentano – a differenza di altre province – una componente rilevante, forse non adeguatamente e omogeneamente valorizzata nel contesto delle economie locali della provincia.
Tali istituti stanno peraltro in questo periodo attuando un significativo mutamento strutturale e dimensionale che dovrebbe portare nei prossimi tempi ad ulteriori aggregazioni con una progressiva diminuzione numerica delle stesse.
Relativamente al 1996 vi sono alcune rilevanti performance da segnalare:
Tuttavia, l’assetto del sistema è in fase di trasformazione e ad eccezione degli istituti che si basano su uno statuto cooperativo e su un’estesa base sociale, il radicamento locale dell’attività bancaria non può essere dato per scontato; soprattutto le casse di risparmio sono coinvolte in un processo di ristrutturazione che non trova il centro dei processi decisionali nel territorio provinciale.
C’è da rilevare inoltre che anche le banche locali non sembrano ancora decisamente impegnate in una differenziazione dell’offerta di prodotti bancari, finanziari ed assicurativi. Vi sono orientamenti ed esperienze in tal senso, ma sembra ancora deficitaria la diffusione di una cultura imprenditoriale in questo settore.
Il rischio maggiore che attualmente in definitiva si corre nella realtà provinciale è che gli sportelli, sempre più numerosi sul territorio, abbiano esclusivamente funzione di raccolta di risorse che saranno poi investite in altre zone considerate più vantaggiose. Esempio eclatante di questo fenomeno è Rolo Banca 1473 che raccoglie in Romagna il 30% circa del denaro depositato; tale denaro poi viene investito, tenendo conto delle scelte strategiche del gruppo di appartenenza (il Credito italiano) in altre aree considerate meglio remunerative.
Il capitale finanziario e patrimoniale delle imprese locali
Se il quadro delineato per gli Istituti di Credito sembra apparire sufficientemente idoneo (dal punto di vista patrimoniale) a reggere l’evolversi della situazione, altrettanto non si può dire della situazione generale in cui versano le Imprese private nella realtà provinciale.
Al fine di fornire una percezione sufficientemente adeguata della situazione, sono state monitorate 330 imprese di tutti i settori produttivi e con tutte le forme giuridiche (con una fortissima rappresentazione del mondo della cooperazione). Il campione mirato a rappresentare il più fedelmente possibile la struttura produttiva ed imprenditoriale locale è fortemente orientato su piccole e medie imprese, tipiche della struttura regionale nonché caratteristica di quella provinciale. Sono state altresì inserite le imprese più significative per dimensione, sia dei volumi di vendita sia dei volumi occupazionali.
Le 330 Imprese assunte a riferimento rappresentano oltre il 10% delle società di capitale operanti nella provincia di Ravenna e nel complesso, nell’esercizio 1996 hanno fatturato £.15.657.181 milioni avendo alle loro dipendenze 28.279 lavoratori. Analizzando l’insieme di questi volumi si è valutato che la campionatura assunta, fosse sufficientemente significativa per assumerne gli andamenti tendenziali quali rappresentativi dell’andamento generale dell’intera economia provinciale.
Fatte queste doverose premesse, l’argomento studiato, al fine del capitolo in argomento riguarda l’andamento degli stati patrimoniali delle società, per trarre una percezione sugli andamenti strutturali che consenta di predefinire, in un certo senso, l’andamento degli sviluppi futuri.
Il primo indicatore assunto è relativo al patrimonio netto
La componente patrimoniale evidenzia le dotazioni degli azionisti e i risultai prodotti dalle gestioni delle varie società. Il totale della voce risulta essere per il 1996 di £. 2.633.140 milioni. Come si vedrà i dati disaggregati per settore restituiscono valori diversi tra i vari comparti.
Agroindustria 22,5%, Costruzioni edili e legno 21,8%, Metalmeccanica 35,1%, Commercio e Servizi 23,7%, Chimica e Affini 35,2%, Trasporti 23,4%, Tessile abbigliamento calzaturiero 20,6%, Sanità privata 32,1%, Assicurativi 74,9%.
Questi risultati pur differenziati tra loro evidenziano la scarsa attenzione delle società ravennati alla patrimonializzazione dell’impresa. Dai risultati del conto economico si ricava che per effetto della generalizzata sottocapitalizzazione, pur avendo conseguito l’indice generale un lieve miglioramento del saldo negativo della gestione finanziaria, ha un potere di erosione sul risultato dell’attività caratteristica (indice di reddito operativo) del 79,3%. Quindi per quasi otto decimi il valore dei beni prodotti dall’attività tipica vengono utilizzati per pagare gli interessi passivi sui debiti contratti.
Il secondo riferimento riguarda il totale dei debiti
A supporto di quanto sopra descritto viene riportata l’aggregazione delle voci che concorrono a questo totale in particolare sono stati monitorati il totale dei debiti conseguiti a breve e medio lungo termine nei confronti delle banche, i debiti verso i fornitori e ove presenti i debiti nei confronti delle altre società con le quali esistono rapporti partecipativi. L’ammontare della componente è di £. 6.447.549 milioni, che vengono così percentualmente suddivisi all’interno dei comparti :
Agroindustria 74,3%, Costruzioni edili e legno 72,1%, Metalmeccanica 56,5%, Commercio e Servizi 68,9%, Chimica e Affini 57,2%, Trasporti 61,7%, Tessile abbigliamento calzaturiero 71,5%, Sanità privata 51,5%, Assicurativi 13,2%.
Come si può notare alcuni dei comparti che manifestano la percentuale
più elevata di questa voce sono gli stessi che hanno registrato
nella gestione economica i risultati negativi prima citati. Alla luce delle
considerazioni che si possono svolgere sull’esercizio 1996, che in ogni
caso confermano l’andamento negativo già manifestato anche in diversi
esercizi precedenti, si può affermare che alcuni settori sono entro
una vera e propria soglia di allarme in quanto a fianco di una manifesta
carenza di capitali propri idonei a gestire l’attività produttiva
si manifesta ogni anno una progressiva destrutturazione dei patrimoni a
seguito delle continue perdite di esercizio. Aldilà, quindi, degli
andamenti congiunturali che la macroeconomia determina, la cronica difficoltà
manifestata rischia di emarginare interi settori anche a fronte di potenziali
sviluppi futuri. Paradossalmente questi segnali si sono già manifestati
anche durante il 1997, anno in cui ci sono stati i primi veri accenni di
ripresa, ma che per alcune significative imprese ha evidenziato l’impossibilità
di acquisire quote ulteriori di mercato per la sofferenza di liquidità
ed il rischio di sforare dai già consistenti livelli di indebitamento.
3.3. Il know how tecnologico nelle aree socio-economiche della provincia di Ravenna
Ancor prima di entrare nel vivo della ricerca su questo importante segmento fortemente integrato con le attività produttive – ancora largamente sconosciuto nella nostra provincia – può risultare opportuno evidenziare in specifico quelle attività e funzioni a cui intendiamo riferirci.
L’innovazione tecnologica: una definizione operativa
Infatti, oggetto della nostra ricerca in questo caso è l’insieme di attività e funzioni organizzative che nelle imprese si individuano come ricerca e sviluppo, e come innovazione tecnologica applicata ai processi di produzione ed ai prodotti. Si tratta di aspetti che non sono presenti in tutte le imprese, ma che oggi si configurano come componenti essenziali per il suo sviluppo, soprattutto in relazione con le dinamiche selettive della globalizzazione che possono mettere a dura prova le capacità di sopravvivenza delle imprese stesse.
Già a partire dagli anni 60 negli Usa l’attenzione verso i processi di innovazione nelle imprese era elevata; in modo particolare si cominciava a sottolineare il ruolo propulsivo della R & S; essa veniva rappresentata con il modello pipeline, cioè come con una corsa a staffetta in cui la prima tratta è percorsa dalla ricerca ed il testimone passa via via allo sviluppo, all’ingegnerizzazione, alla produzione ed alle vendite. Tale approccio di converso tendeva a sottovalutare i limiti che si annidavano in un processo di innovazione concepito in termini sostanzialmente deterministici; tuttavia, con il tendenziale superamento dei modelli fordisti di organizzazione aziendale, l’innovazione (di cui la ricerca e lo sviluppo restano componenti essenziali) viene acquisita all’interno di strategie di management aziendale nel cui ambito le conoscenze tecnologiche divengono uno strumento competitivo cruciale.
In questa prospettiva l’innovazione viene concepita come il prodotto dell’interazione continua e complessa tra la ricerca, le funzioni tecnico-produttive (sviluppo, ingegneria, qualità, logistica, produzione, etc.) e non tecniche (marketing, vendite, distribuzione, assistenza, finanza, etc.), lungo tutto un percorso che va dall’avvio di un progetto all’introduzione di un nuovo processo di produzione, all’immissione sul mercato di un nuovo prodotto.
In questo contesto le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni,
tra loro fortemente interdipendenti, acquistano una crescente importanza.
Ciò in quanto esercitano un effetto dirompente sull’intero sistema
tecnologico, perché sono in grado di fertilizzare i fattori della
produzione e di determinare sempre nuovi progressi sia nelle aree tradizionali
(dalla meccanica all’agricoltura) sia in quelli emergenti (dai nuovi materiali
alle biotecnologie).
L’innovazione tecnologica nei sistemi produttivi della provincia di Ravenna
Proprio l’attenta considerazione dei cambiamenti consistenti e diffusi generati dai processi di innovazione (diffusione orizzontale delle nuove tecnologie, possibilità di integrare tecnologie nuove e tradizionali per dare soluzioni innovative ai problemi organizzativi e gestionali della produzione; i vantaggi per la produttività, la flessibilità, il decentramento a rete delle sedi produttive e distributive; il rafforzamento delle comunicazioni tra fornitore e cliente in condizioni di reciprocità), rende particolarmente cruciali gli interrogativi che si possono porre in merito alla situazione riscontrabile in provincia di Ravenna. Infatti, la struttura produttiva della provincia è costituita in gran parte da piccole e medie imprese che, oltre ad essere interessate da non rilevanti investimenti nel settore delle tecnologie informatiche e telematiche, sono operanti nei settori dove l’integrazione tra tecnologie tradizionali ed innovative può risultare determinante per la sopravvivenza e lo sviluppo delle imprese stesse.
Per poter strutturare tale analisi, in mancanza di studi sistematici effettuati su questo ambito, occorre che assumiamo alcuni criteri di riferimento; e ciò con lo scopo ulteriore di mettere a confronto le tipologie dei processi di innovazione delle imprese ravennati con quei modelli di innovazione che presentano i requisiti essenziali per il loro successo.
In definitiva, nella realtà locale traspare una non sufficiente capacità delle imprese di utilizzare appieno le disponibilità per costruire il proprio portafoglio tecnologico che consenta loro di passare dalla fase divergente esplorativa ad una fase convergente operativa; e ciò per attivare almeno tre livelli di utilizzo che si riconducono a:
- tecnologie di base (i prerequisiti per competere);
- tecnologie chiave (che offrono un decisivo vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza);
- tecnologie emergenti (potenzialmente in grado di alterare le basi della competitività).
Rispetto a tale quadro di riferimento, sarà perciò indispensabile che le imprese si orientino ad individuare dei campi di azione sui quali agire con determinata rapidità. Tali campi di azione si possono individuare in:
I poli ed i parchi tecnologici: una presenza non valorizzata nel territorio provinciale
Per sostenere le imprese nella sfida tecnologica sono sorte nei paesi industrializzati ed anche in Italia, numerosi organismi (spesso definite istituzioni ponte), con il compito di collegare le imprese con il mondo della scienza e della tecnica, in particolare le Università e le strutture pubbliche di ricerca.
Tipologie e denominazioni sono le più varie: parchi scientifici e tecnologici, tecnopoli, poli tecnologici, incubatori; essi mirano a favorire investimenti locali in attività ad alta tecnologia, su cui convergono sia i programmi di ricerca applicata che le strutture produttive orientate al mercato; rispetto a tali centri sono stati istituiti centri o agenzie che offrono servizi per valorizzare la ricerca, per assistere le imprese e per favorire il trasferimento di tecnologie.
In termini generali, numerosi esperti osservano che fino ad ora le esperienze maturate – non solo in Italia – non hanno prodotto risultati efficaci, in quanto si tratta di un’innovazione condotta in termini essenzialmente istituzionali; si cerca quindi ancora la via ottimale per superare le barriere residue tra scienza ed impresa.
Nel contesto delle economie della provincia di Ravenna, forse anche in ragione delle loro caratteristiche, si sono già prodotti alcuni specifici insediamenti di strutture di ricerca e di servizio alle imprese per l’innovazione, e ciò in relazioni a specifiche vocazioni territoriali.
Le strutture di maggiore rilevanza sono:
Anche in questa provincia solo pochissime imprese dispongono al proprio interno di una struttura di ricerca autonoma, mentre é più diffusa la delocalizzazione di tali attività. Si differenziano dal "coro" quelle imprese che per motivi diversi oggi sono condotte sia sul piano finanziario che gestionale da manager di imprese straniere o provenienti da regioni del nord dove la sensibilità nei confronti della ricerca risulta più marcata che nelle aree ravennati.
A parte questa specificità è comunque la proprietà il maggiore gestore di queste strategie e raramente nel conteste viene coinvolto il responsabile della gestione finanziaria, ciò in quanto la R & S viene considerata un costo e non un investimento. In ogni caso questo segmento risulta il primo ad essere tagliato quando la redditività di impresa accenna a ridimensionarsi; un’esplicita conferma di questo orientamento la si é potuta cogliere proprio con riferimento al territorio provinciale allorquando con riferimento all’esercizio 1996, attraverso l’analisi dei bilanci aziendali – condotta dall’Osservatorio provinciale della Cgil – è stato possibile verificare i drastici tagli subiti dagli investimenti (comprese le spese per la ricerca), innescando una pericolosa spirale negativa sull’effettiva capacità competitiva delle imprese nel medio-lungo periodo.
I programmi internazionali di cooperazione nella ricerca scientifica e tecnologica
Quasi il 10% delle attività di ricerca scientifica e tecnologica (Rst) realizzata in Italia, viene attualmente effettuata in programmi cooperativi internazionali, prevalentemente in ambito comunitario. In campo industriale negli ultimi anni questa quota è stata anche superata. Per le grandi imprese le collaborazioni internazionali hanno raggiunto dimensioni analoghe a quelle interne ai confini nazionali. Per le Università e gli istituti pubblici di ricerca, i progetti di cooperazione in ambito comunitario hanno costituito fino ad oggi l’unica opportunità di attivare progetti di ricerca internazionali, godendo di appositi finanziamenti esterni. Contrariamente a quanto avvenuto in altri paesi, entrambe sono state escluse dalla possibilità di avere finanziamenti in ambito Eureka.
Nell’ultimo biennio si è registrata in Italia una caduta della spesa destinata all’attività di R & S, sia sul fronte pubblico sia, per la prima volta negli ultimi 50 anni nel settore privato. Anche guardando al futuro, la maggioranza delle imprese e – in misura ancora maggiore – dei centri pubblici di ricerca e delle università, prevede una caduta delle risorse disponibili. A fronte di questo, la crescente importanza attribuita ai Programmi-quadro di ricerca scientifica e tecnologica della Unione europea, sia dalle autorità comunitarie che da quelle nazionali, si è concretizzata nel notevole aumento delle risorse disponibili; le risorse disponibili sono passate da 5,7 milioni di Ecu del III^ Programma-quadro agli 12,3 milioni di Ecu del Quarto Programma-quadro. Oggi la ricerca comunitaria costituisce anche, sia per le imprese sia per le Università ed i laboratori pubblici, una precisa opportunità di salvaguardare o accrescere il loro livello di attività Rst.
A proposito della realtà italiana e della provincia di Ravenna in particolare, possiamo affermare senza timore di smentita che si dedica scarsa attenzione all’analisi degli effetti della partecipazione italiana ai programmi comunitari di ricerca, mentre negli altri paesi la valutazione degli effetti sulle performance delle imprese e delle istituzioni pubbliche è svolta con regolarità. Per quanto concerne i motivi di tale sottovalutazione della ricerca, si può riconoscere che uno dei motivi più attendibili risiede nel fatto che per effettuare il sopraddetto processo di valutazione, le imprese stesse devono partecipare ad un meccanismo selettivo che richiede forti capacità progettuali ed organizzative a cui non sono per tradizione abituate.
Tutto ciò in realtà contrasta con un forte interesse registrato dall’Osservatorio provinciale dei bilanci aziendali (attivato dalla Cgil per la provincia di Ravenna) nelle Relazioni di bilancio, laddove si dichiara da parte delle aziende costituenti il campione una potenziale attenzione verso i programmi comunitari e nazionali di Rst, nonostante le stesse continuino a denunciare una estesa disinformazione al riguardo.
Analogo ritardo si riscontra sul versante nazionale e locale, dove l’attivazione
di leggi nazionali (n.46/82, n.317/91), di leggi regionali (E.-R., n.9/94)
e di leggi a diffuso impatto sulle imprese come la cosiddetta legge "Tremonti",
non sembra indurre significative reazioni nelle imprese ravennati (in merito
alla legge "Tremonti" i dati forniti dal Ministero dell’Industria rilevano
una scarsa adesione di imprese ravennati alle opportunità offerte).
4. Il governo dei mercati del lavoro
4.1. Le tendenze attuali
Il mercato del lavoro costituisce oggi l'ambito più importante per avviare un insieme di sviluppi differenziati sul territorio provinciale. Infatti, se fino a poco fa poteva considerata una variabile del tutto indipendente dalle dinamiche dello sviluppo delle imprese, nel contesto odierno, con l’avvento della sua progressiva deregolamentazione, la sua struttura e la sua collocazione cambiano profondamente.
In primo luogo, il mercato del lavoro perde la sua forma compatta di istituzione di controllo e di regolazione monopolistica del collocamento, per assumere il volto e le caratteristiche dinamiche dei sistemi economici e territoriali su cui esso disegna le sue dinamiche di incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. In altri termini, al mercato del lavoro definito e regolato istituzionalmente dallo stato si sostituisce più realisticamente una pluralità di luoghi e di sedi dove si sviluppano molteplici tipologie di transazioni in cui soggetti della domanda e soggetti dell’offerta assumono ruoli più espliciti con la possibilità di concordare la messa a punto di nuove regole e nuovi modelli di impiego della forza lavoro.
In secondo luogo, il carattere plurale dei mercati del lavoro e la loro più stretta connessione con i sistemi di impresa territoriale, diventano ambiti di relazioni di scambio non solo più facilmente agibili da imprese e da altri soggetti imprenditoriali, ma anche un campo dove risultano più facilmente osservabili i processi e le dinamiche che precedono ed accompagnano l’allocazione della risorsa umana.
In particolare il superamento del modello tradizionale di controllo e di regolazione del mercato del lavoro consente di considerare con maggiore attenzione un insieme di processi che si svolgono a valle ed a monte del momento allocativo della forza lavoro.
Essi si possono indicare in:
2. Monitoraggio delle dinamiche di entrata/uscita, domanda/offerta nei mercati del lavoro; la deregolamentazione delle transazioni nel campo dell’allocazione della forza lavoro deve contribuire a diverse forme regolative delle transazioni stesse in cui un ruolo particolarmente significativo possa essere assolto in forma diretta dalle associazioni di rappresentanza degli interessi collettivi. In questa prospettiva è necessario avviare un sistema di osservazione e di monitoraggio delle soluzioni allocative della forza lavoro nel contesto delle economie locali, con una particolare attenzione ai percorsi compiuti dalla forza lavoro nel rapporto con le imprese e con le dinamiche di domanda ed offerta di professionalità.
3. Analisi periodica dei fabbisogni di profili occupazionali e professionali nelle imprese; la natura composita dei processi di sviluppo ed il peso crescente che la qualificazione del lavoro e delle condizioni di lavoro assumono nella determinazione delle caratteristiche specifiche degli sviluppi, anche su piccola scala, devono diventare qualcosa di più che semplici parametri di valutazione e di identificazione delle tipologie di sviluppo. La risorsa umana si configura, di conseguenza, come una componente essenziale nell’evoluzione dei sistemi produttivi e nella qualità dei sistemi imprenditoriali. La formazione delle risorse umane, pertanto, si presenta non solo di rilevante importanza per la dimensione soggettiva, individuale dei soggetti coinvolti, ma anche per lo sviluppo di un territorio e di una comunità attraverso gli sviluppi dei suoi settori produttivi e dei suoi sistemi relazionali di imprese.
4. Rilevazione della diffusione delle forme di lavoro nero, lavoro irregolare e lavoro atipico; la riorganizzazione dei servizi per l'impiego a livello provinciale e subprovinciale non sarà un'operazione facile e scontata, poiché si dovrà, oltre che ridisegnare gli strumenti normativi necessari per gestire il sistema decentrato di regolazione delle diverse forme occupazionali, tenere conto delle profonde modificazioni strutturali che si sono sviluppate nelle economie locali e negli stessi mercati del lavoro. Rispetto a queste ultimi, le amministrazioni locali si trovano nella necessità di differenziare ed affinare gli strumenti di rilevazione ed analisi nei confronti di un lavoro che ha modificato (e sta ancor più rapidamente modificando) la sua configurazione: da lavoro dipendente a lavoro "atipico", da lavoro regolare a lavoro irregolare, da lavoro a tempo pieno a lavoro part time, dal lavoro pubblicamente negoziato a lavoro invisibile (o lavoro nero). Diverse sono le ragioni che rendono necessaria soprattutto un’azione promozionale che a livello locale solleciti nuove forme di regolazione dei mercati del lavoro e nuove esperienze di imprenditorialità soprattutto a livello giovanile.
Recenti dati concernenti i settori ed i livelli di impiego dei lavoratori in provincia di Ravenna consentono di mettere in evidenza alcuni aspetti di particolare rilevanza:
La fase di trasformazione istituzionale ed organizzativa dei servizi per l’impiego trova la provincia ravennate in una situazione critica:
Allo stato attuale, in coerenza con quanto previsto dalla convenzione tra Ministero del lavoro e Regione Emilia-Romagna, in sede provinciale si è provveduto a perseguire un primo obiettivo di integrazione tra servizi e prestazioni di livello provinciale con la realizzazione del "Progetto sperimentale di un servizio integrato di orientamento" (Sio). Si tratta di un servizio, promosso dalla Provincia in collaborazione con la Direzione provinciale del lavoro, inizialmente limitato solo all’area del Comune di Ravenna e gestito dal Consorzio provinciale per la formazione professionale, con il compito di fornire i necessari servizi di accoglienza, informazione, consulenza orientativa e l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro.
Il suo avvio va valutato in termini positivi, ma non si può non rilevare il carattere parziale dell’intervento, nonché l’assetto paradossalmente a debole integrazione delle funzioni individuate per la provincia di Ravenna; un servizio allocativo del lavoro che intenda superare il modello del collocamento, già ampiamente criticato, non può non ricomporre in un ciclo unitario tutte le componenti, a gestione pubblica o privata, che vanno ad incidere sulla formazione della forza lavoro, sulle modalità del suo ingresso sul mercato e quindi sulle domande di tutela, qualificazione e sviluppo professionale che il concreto contesto occupazionale genera in diverse fasi critiche della vita lavorativa.
Quindi, occorre ridare continuità al rapporto tra formazione di base, orientamento, gestione della occupazione e formazione permanente sul lavoro; sono ancora troppo visibili i segni di una persistente sconnessione tra dinamiche occupazionali ed offerta formativa di primo e secondo livello.
Con gli strumenti normativi di cui potrà disporre l’Amministrazione provinciale, l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro ma anche tra domanda ed offerta di formazione professionale diverrà una priorità indifferibile per lo sviluppo di un’innovativa strategia nel campo dei servizi per l’impiego.
Sarà altresì necessario aprire un serio confronto tra le diverse parti sociali, non escluso il terzo settore, per giungere alla sperimentazione di soluzioni gestionali dei servizi per l’impiego che siano in grado di dare sin dall’inizio un assetto di effettivo decentramento all’organizzazione degli stessi. Se già fin d’ora la gestione pubblica diretta dei servizi del Sio non sembra in grado di superare i confini del Comune di Ravenna, attraverso le necessarie forme concertative e partecipative, da parte dei diversi organismi di rappresentanza degli interessi delle imprese e dei lavoratori si dovrà attivamente e professionalmente concorrere alla realizzazione di sedi decentrate dove massimizzare per lo meno le funzioni orientative ed informative, più strettamente connesse all’output formativo (scolastico e non scolastico) ed alla domanda delle imprese.
Ciò che si rende altresì necessario è la messa in campo di azioni finalizzate al contenimento e quindi al riorientamento delle soluzioni occupazionali che hanno dato origine da un lato ad una preoccupante moltiplicazione dei rapporti di lavoro a tempo determinato e dall’altro alla vera e propria esplosione dei contratti di lavoro "atipici". Proprio sulla scala di un decentramento effettivo dell’osservazione e della diagnosi dei mercati del lavoro, sarà possibile esplorare più in profondità i fattori e le strategie che generano tali tendenze, non solo dalla parte delle imprese, ma al tempo stesso anche da parte di soggetti che partecipano al lavoro sulla base di modelli gestionali del tempo di lavoro e del tempo di vita forse abbastanza diversi da quelli che sottostavano alla base della cultura generalizzata del lavoro dipendente.
Ciò che in altri termini va posto al centro dell’attenzione dei servizi per l’impiego nel loro futuro assetto non riguarda solo l’ampliamento della base occupazionale del lavoro dipendente, ma anche e soprattutto le modalità della diffusione di forme di lavoro autonomo e/o associato che possono meglio corrispondere alla trasformazione di assetti imprenditoriali e professionali sempre più influenzati dallo sviluppo dell’economia dei servizi imperniata sulle tecnologie dell’informazione.
4.3. Il ridisegno delle politiche dell’occupazione a livello locale
In questo quadro di riferimento, si precisa il compito prioritario che il governo dei mercati del lavoro assume in merito ad una nuova fase di promozione dello sviluppo dell’economia provinciale. Poiché al centro dei nuovi percorsi di imprenditorialità e di professionalizzazione stanno risorse a crescente contenuto di intelligenza e di tecnologia, i mercati del lavoro non si trovano più solo a regolare flussi di forza lavoro caratterizzati da livelli elevati di omogeneità, ma anche e soprattutto ad individuare i diversi livelli di corrispondenza tra una struttura della domanda aziendale sempre più condizionata dai livelli tecnologici e da una gamma di offerte di professionalità che, anche nella competizione di gruppo (i nuovi "gruppi professionali"), richiedono di accrescere il livello della loro qualificazione.
Ciò trova la sua giustificazione che proprio i soggetti del lavoro sono sempre più coinvolti, non solo nei passaggi critici della vita aziendale, nel processo di arricchimento e di sviluppo di contenuti professionali che spesso non hanno più alcun significativo riferimento con il profilo professionale di origine.
Perciò il ridisegno delle politiche dell’occupazione a livello locale non può limitarsi solo alla razionalizzazione ed alla messa in condizione di efficienza dei servizi per l’impiego. E’ necessario intensificare le politiche di promozione e di sostegno alla formazione di nuove occupazioni e, soprattutto, alla promozione ed all’insediamento di nuove imprese.
Si è più volte rilevato, infatti, come il contesto ambientale della società ravennate, significativamente orientato da una base culturale e valoriale di economia sociale, sia in grado di sostenere processi di innovazione e diversificazione della struttura imprenditoriale, con la conseguente creazione di nuove imprese, ma come queste trovino notevoli e persistenti ostacoli nel conseguimento dei loro obiettivi per mancanza di un effettivo coordinamento tra le diverse entità istituzionali, economiche, formative e tecniche che concorrono sinergicamente alla creazione di impresa.
L’esigenza di una maggiore organicità nella gestione delle funzioni economiche di area provinciale, in primo luogo, e di area vasta interprovinciale, in secondo luogo, costituiscono allo stato attuale un obiettivo non accidentale, ma strategico; la convergenza di una pluralità di risorse essenziali per l’avvio di processi innovativi di impresa rappresenta, inoltre, una condizione senza la quale diventa problematico attivare il concorso intenzionale di altri soggetti decisivi sul successo dell’iniziativa imprenditoriale, quali la finanza ed il credito.
Occorre perciò avviare al più presto un sistema di relazioni tra i soggetti istituzionali ed i soggetti dell’azione economica, al fine di costituire le condizioni per l’affermazione di un’effettiva democrazia dell’accesso all’opportunità dell’azione economica imprenditoriale. Quello che oggi si presenta come un percorso accidentato, pieno di ostacoli e dall’esito incerto, è necessario che diventi una scena dove si propongono attori che recitano in ragione del proprio ruolo, esercitando competenze e svolgendo funzioni, nonché adottando decisioni, in situazione di parità di trattamento con il latore di un progetto di impresa, di una business idea.
Se la strategia dello sviluppo implica un insieme di condizioni capaci di dare protagonismo all’impresa, soprattutto alle giovani imprese, la deregolamentazione dei mercati del lavoro e soprattutto la loro interna differenziazione richiede un radicale mutamento di prospettiva nell’azione di rappresentanza, di promozione e di tutela dei soggetti che in esse sono coinvolti. Tendenzialmente l’accrescersi dei lavori precari ed atipici ingenera dissonanze ed incoerenze all’interno della cultura e delle prassi negoziali finora condivise. Paradossalmente si va determinando una situazione in cui se è vero che non vengono meno, anzi si aggravano le cadute nella tutela dei lavoratori, a questo deficit di tutela non si riesce più a rispondere con strumenti normativi di carattere generale, ma ad essi occorre sostituire un'azione negoziale capace di collocarsi al livello in cui le norme istituzionali non riescono più a giungere.
Lo sviluppo di un territorio si gioca perciò oggi sempre più
nella capacità che istituzioni e forze economiche e sociali hanno
di stabilire regole e pratiche negoziali di intervento che si adattino
flessibilmente al contesto di relazioni tra imprese e lavoratori laddove
ambedue sono portatori di "filosofie" dell'impresa e del lavoro molto diverse
dal passato.
5. Le strategie praticabili per lo sviluppo dei sistemi produttivi locali
5.1. I modelli locali di sviluppo
La prospettiva in cui con ogni probabilità si sta muovendo anche l’articolata realtà provinciale, è quella di un’accentuata differenziazione delle tendenze e degli spazi dello sviluppo, con una più decisa caratterizzazione delle risorse e dei fattori sociali e culturali che entrano nella definizione delle strategie e delle scelte imprenditoriali, superando i tradizionali localismi produttivi ed andando piuttosto in direzione di raggruppamenti sistemici di diversa entità e natura.
Numerosi contributi di organismi di studio e di ricerca socio-economica hanno già opportunamente messo in evidenza il ruolo particolarmente innovativo che stanno assumendo nella ristrutturazione dei sistemi produttivi le forme organizzative, spesso inedite che conseguono alla costruzione di reti di comunicazione e di transazione tra imprese essenzialmente di piccola dimensione.
La formazione dapprima di aree sistema, quindi sistemi produttivi integrati, successivamente la crescita di veri e propri distretti industriali, caratterizzati da un’elevata differenziazione di livelli tecnologici ed al tempo stesso da una diffusa integrazione di processi e di prodotti, rappresentano le fasi di maturazione ed al tempo stesso le modalità organizzative di determinazione di forme e di dinamiche di sviluppo che modificano profondamente le tradizionali configurazioni sia territoriali che settoriali di una data realtà economica.
La necessità di passare, perciò, da una rappresentazione necessariamente unitaria ed "equilibrata" dello sviluppo ad una incentrata sull’evoluzione dinamica delle reti di relazione tra le imprese e sulla trasformazione continua delle sue forme organizzative, al di là delle circoscrizioni territoriali, nell’ipotesi di una pluralità di soluzioni di sviluppo per le realtà socio economiche locali, pone inevitabilmente l’accento sui fattori non immediatamente strutturali del processo di accumulazione e di combinazione dei fattori finanziari e tecnologici delle imprese, quanto piuttosto sui fattori più decisamente caratterizzanti il capitale umano e culturale a cui le imprese stesse attingono per accentuare la loro dinamicità di prestazioni, la flessibilità delle forme organizzative, la versatilità delle relazioni di transazione con i mercati, la capacità di gestione dei feedback tecnologici e di mercato conseguenti alla costruzione di strategie virtuali di rete da parte di una pluralità di imprese a crescente differenziazione.
I caratteri sociali dello sviluppo in altri termini vengono necessariamente posti al centro dell’attenzione per una diagnosi dei limiti e delle potenzialità dello sviluppo stesso all’interno di realtà sociali e culturali a crescente complessità; le variazioni del capitale culturale e sociale di un territorio divengono il contesto ambientale di riferimento per cogliere ed interpretare i modelli imprenditoriali e le scelte organizzative concernenti i rapporti tra le imprese, nonché la scelta delle strategie produttive e di mercato.
Le modalità con cui si procede all’accumulazione ed alla distribuzione del know how sociale e tecnico nell’ambito di specifici sistemi sociali (il sistema formativo scolastico e non, le sedi della socializzazione lavorativa ed imprenditoriale, i contesti di orientamento e di costruzione dei comportamenti di ruolo, lavorativi ed imprenditoriali) costituiscono un altro elemento di riferimento analitico ed interpretativo dei caratteri diversificati dello sviluppo di una determinata realtà territoriale.
A nostro avviso, nella dimensione provinciale ravennate, anche in virtù delle sue matrici sociali e della sua identità culturale (come anche di recente è stato messo in evidenza), è possibile assistere ad un’elevata densità di fattori sociali e culturali fortemente caratterizzanti le dinamiche generative delle attività imprenditoriali e le modalità differenziate ma intensive di valorizzazione del fattore lavoro. La spiegazione va forse identificata nel carattere diffuso di forme preesistenti, ampiamente praticate (anche se sulla base di fattori motivazionali diversi) di economia sociale, con un’incidenza dei modelli di organizzazione delle attività economiche e sociali di tipo solidaristico (sotto forma di economia cooperativa e di organizzazioni oggi definibili come "non profit") particolarmente elevata; tali modelli peraltro non sembrano essere stati finora attentamente considerati nella loro capacità di influenzare o di attivare veri e processi di innovazione e di sviluppo.
La loro più puntuale considerazione si rende necessaria tuttavia proprio per sottolineare la diversità, cioè il carattere polimorfo delle modalità accumulative del capitale di impresa e dei redditi di lavoro, nonché delle forme organizzative delle imprese, non casualmente orientate allo sviluppo di comportamenti di gruppo. In un quadro di relazioni strutturali tra soggetti sia istituzionali e che di mercato, tendenzialmente antitetici nella affermazione delle strategie e degli interessi, la presenza di una forte componente di economia sociale e di terzo settore allargato (comprendente oltre ai soggetti essenzialmente economico-imprenditoriali, anche le associazioni volontarie ed i molteplici organismi a finalità essenzialmente sociale, non di profitto) ha certamente impresso alla realtà socio economica provinciale, seppur in termini tutt’altro che omogenei, un orientamento dinamico teso ad ottimizzare la combinazione tra componenti valoriali e motivazionali alla prestazione economica, i modelli di una comunicazione aperta e diffusa, propria di una cultura capace di gestire ed interpretare il conflitto e la negoziazione, e la pratica partecipativa e consensuale di forme organizzative orientate allo scambio ed al confronto dinamico con l’ambiente esterno.
In altri termini, la presenza di una struttura economica non irrigidita nel confronto tra istituzioni politiche e soggetti dell’economia di mercato, ma temperata da una cultura sociale diffusa maggiormente orientata alla valutazione sociale dell’impatto dei fatti e dei valori economici, costituisce a nostro avviso una dimensione che va maggiormente riconosciuta e valorizzata dal punto di vista analitico e nella fase di elaborazione di un nuovo approccio alla società ed all’economia provinciale.
Proprio in questo senso ci sembra che anche scelte di carattere programmatico e strategico su aspetti rilevanti dell’economia a livello provinciale non abbiano considerato a sufficienza la compresenza di componenti valoriali e sociali diverse sulla scena dei comportamenti economici, finendo con il privilegiare comunque indirizzi e scelte operative rilevatesi poi non attendibili o addirittura non attuabili.
In realtà l’adozione di una prospettiva di analisi e di valutazione dello sviluppo incentrata sul riconoscimento della pluralità delle forme organizzative (al di là delle stesse consolidate gerarchizzazioni territoriali) conseguenti alla combinazione dei fattori strutturali e culturali, nonché capace di cogliere la funzione di mediazione e di rinforzo motivazionale che le identità valoriali e culturali sono in grado di esercitare sui comportamenti economici, accentuando la propensione all’intensificazione di relazioni di rete e di rapporti di transazione economica, si presenta come un passaggio - non solo metodologico - che consente anche di agire sui processi reali dello sviluppo, di differenziare anzi le azioni in relazione ai diversi sviluppi possibili, nonché di modulare le stesse azioni in rapporto con i diversi contenuti culturali e strutturali delle diverse dinamiche di sviluppo socio-economico.
5.2. Le politiche di innovazione
Sulla base delle indicazioni analitiche sopra esposte, è nostra convinzione che il tentativo di ridisegnare le linee di sviluppo della provincia ravennate debba partire essenzialmente da due assi di riferimento, a cui assegnare ogni priorità:
Specializzazioni produttive, integrazione delle reti, innovazione tecnologica, fattori motivanti dei localismi produttivi si presentano perciò come le componenti che occorre opportunamente combinare, a nostro avviso, anche nelle specificità delle aree socio-economiche ravennati. Rispetto ad esse occorre altresì innalzare le prestazioni di sistemi di servizi a gestione pubblica che possono significativamente concorrere (è il caso del sistema formativo scolastico e non scolastico e del sistema universitario) proprio all’ottimizzazione delle combinazioni tra gli elementi sopra indicati.
Una volta individuati gli elementi di riferimento, e tenuto conto degli interventi strutturali ed infrastrutturali in atto in ambito provinciale, ci sembra di dover esplicitare le nostre valutazioni lungo alcune linee di intervento:
a. massimizzare la combinazione di conoscenze, tecnologie e mercati per la specializzazione dei sistemi produttivi locali
Sotto il profilo metodologico, occorre uscire dal carattere illusoriamente globale di alcune analisi e guardare allo sviluppo della provincia ravennate nei termini di un territorio caratterizzato da insediamenti e sistemi produttivi profondamente disomogenei sia in termini merceologici che tecnologici.
Da ciò la necessità di superare la connotazione negativa di tali diversità, per adottare una prospettiva di analisi invece volta a riconoscere e valorizzare la varietà dei sistemi produttivi e professionali locali, come una risorsa da connettere in un sistema di relazioni istituzionali e di mercato a più ampio raggio.
Ciò implica perciò l'adozione di una prospettiva di programmazione che sia capace di individuare le specificità del territorio, far l'inventario delle imprese tradizionali ed innovative, diagnosticare le dinamiche endogene ed esogene dello sviluppo delle imprese relativamente ai settori ed ai mercati. Occorre altresì valutare le capacità di ricezione ed applicazione da parte delle imprese delle ricadute dell’innovazione scientifica e tecnologica prodotta sia in Italia che all'estero, l'idoneità a partecipare a processi di trasferimento tecnologico finalizzato all'implementazione dei processi produttivi ed alla diversificazione dei prodotti finali.
Nonostante le tante iniziative di ricerca anche di recente condotte in proposito, si tratta però di un lavoro ancora largamente incompiuto, dalle fonti disperse, non coordinate e dagli esiti incerti e soprattutto frammentari, quindi spesso inutilizzabili.
Se soprattutto le amministrazioni locali sapranno con specifiche iniziative condurre una rivisitazione accurata del know how disponibile nelle aziende e nelle comunità sociali del territorio, sarà possibile intraprendere un cammino - ed i programmi di azione conseguenti - che porti all'individuazione dei soggetti imprenditoriali e delle aree dove si può sviluppare un'ulteriore spinta alla specializzazione dei sistemi produttivi e delle professionalità.
Tutto ciò però deve prioritariamente riferirsi all'effettiva capacità di trasferire innovazione da parte dei centri e dei servizi di ricerca scientifico-tecnologica a cui ogni sistema specializzato di produzione si connette organicamente.
Ciò vuol significare che l'individuazione delle "vocazioni" alla specializzazione produttiva delle diverse aree della provincia deve indicare anche la presenza o l'assenza dei centri di capitalizzazione delle conoscenze e della loro distribuzione nelle strutture produttive del territorio.
In altri termini, dal settore agro-industriale a quello meccanico per arrivare ai servizi ambientali, occorre stabilire un sistema di relazioni di cooperazione e di scambio tra centri (universitari o non) di ricerca e di sperimentazione tecnologica ed imprese, per valorizzare al massimo le innovazioni nella modernizzazione dei processi e dei prodotti del settore.
In termini di una rinnovata e concreta strategia di politica industriale, a nostro avviso, si possono individuare alcuni nuclei di specializzazione, unitamente alle strutture di formazione e di ricerca che possono ad essi connettersi stabilmente, su cui dovrebbe concentrarsi sia l’attività di programmazione economica che l’attività di negoziazione e concertazione tra le parti sociali; essi possono essere individuati nel:
| Settore | area | centri di formazione | centri di ricerca |
| 1. chimica e petrolchimica | Ravenna | no | Centro ricerche ambientali Montedison
Centro ricerche Enichem |
| 2. nuovi materiali (ceramurgici etc.) | Faenza | no | Irtec-Cnr
Cnm-Enea Agenzia Polo Ceramico |
| 3. ecologia | Ravenna
Cervia |
Facoltà di scienze ambientali | Centro ricerche Montedison
Laboratorio ambiente spa Cervia-ambiente |
| 4. calzature | Fusignano | Centro di formazione professionale | no |
| 5. moda | Faenza
Castelbolognese Lugo |
no
no no |
no
no no |
| 6. piccola cantieristica | Ravenna | no | no |
| 7. movimento terra | Lugo | no | no |
| 8. agroalimentare | Faenza
Lugo |
no
no |
no
no |
| 9. enologia | Faenza
Castelbolognese Lugo |
Istituto prof. "Persolino" Faenza
Istituto tecnico Agrario Ravenna |
Polo scientifico e di servizi viti-vinicolo "Terre Naldi" |
| 10. agriturismo e turismo termale e sociale | Faenza
Brisighella Riolo Terme |
no
Comunità montana Istituto prof.le alberghiero |
Consorzio valorizzazione prodotti tipici
Società d’area |
| 11. artigianato di produzione e restauro ceramico e musivo | Faenza
Ravenna |
Istituto d’arte per la ceramica
Centro di formazione professionale ISIA (istituto statale per le industrie artistiche) Istituto per il mosaico Scuola per il restauro del mosaico |
Irtec-Cnr
Enea Agenzia del Polo Ceramico Parco scientifico tecnologico |
| 12. beni culturali artistici e museali | Ravenna
Faenza |
Conservazione dei beni culturali
no |
SBN Polo romagnolo
Pinacoteca nazionale Museo Internazionale delle Ceramiche |
| 13. Servizi portuali ed import-export | Ravenna | Centri di formazione professionale | no |
Se prendiamo in considerazione le molteplici diagnosi socio-economiche compiute nelle diverse sedi sia delle istituzioni del governo locale che delle forze economiche e sociali, ci sembra di poter selezionare i bersagli delle azioni promozionali dello sviluppo con specifico riferimento alle articolazioni territoriali del territorio provinciale.
In particolare vi sono settori in cui la connessione tra sistemi di imprese, centri di formazione e centri di sviluppo del know how scientifico tecnologico, è potenzialmente presente, ma probabilmente non è fatta oggetto di specifiche azioni volte a massimizzare le reciproche sinergie; in altri casi, su cui peraltro si esercita da tempo il dibattito e gli interventi anche pubblici, si osserva invece la mancanza di quelle connessioni di sistema che invece sono essenziali per lo sviluppo qualificato del settore.
In tali casi, se si valuta la priorità strategica di tali settori di produzione, occorre effettuare significativi investimenti in direzione o dell’innovazione dell’offerta formativa oppure dell’insediamento di strutture di ricerca avanzata, idonea ad implementare le tecnologie esistenti, oppure a trasferire tecnologie appropriate da altri paesi e da altri sistemi economici.
Ad esempio, la notevole attenzione alle attività portuali, espressa dalle istituzioni locali e dalle forze imprenditoriali non sembra ragionevolmente fondarsi su know how consolidati ed alimentati da strutture formative qualificate nonché da strutture avanzate di ricerca e di consulenza ed orientamento degli investimenti rilevanti necessari per il decollo del settore.
Ben diverso è invece il settore dei beni culturali e delle relative azioni di promozione e valorizzazione da un lato e di conservazione, recupero e restauro dall’altro, dove la presenza di qualificate strutture formative e di professionalizzazione non sembra generare significativi rapporti con unità imprenditoriali a carattere aziendale o libero professionale
b. incrementare i servizi di rete per l'integrazione dei sistemi economici locali
Una volta individuati i settori caratterizzati da una forte specializzazione e quindi da una convergenza di percorsi formativi, profili professionali adeguati nonché da know how di conoscenze tecnico-scientifiche consolidate, occorre verificare la collocazione di tali settori rispetto alla struttura delle reti di comunicazione di cui dispone il territorio.
L’argomento è particolarmente sensibile proprio per il territorio ravennate, che è distribuito su assi di comunicazione di diversa consistenza e con effetti di dispersione e non di convergenza dei processi che attraverso le reti si sviluppano.
Il riferimento va certamente fatto rispetto alla struttura viaria e ferroviaria, che risulta nel complesso abbastanza deficitaria; la sua attuale configurazione, incentrata sull’asse della via Emilia e su quello più debole della direttrice Adriatica, tende ad enfatizzare i movimenti centrifughi piuttosto che quelli centripeti rispetto alle proprie strutture produttive e di servizi. Risultano particolarmente privilegiate sotto questo profilo le aree intermedie dell’imolese in primo luogo e del cesenate e del riminese in secondo luogo, che fungono da primo bacino di raccolta e di smistamento di risorse verso le grandi aree di attrazione industriali e commerciale dell’Emilia e dell’Italia centrale.
Il territorio ravennate ha bisogno di una struttura di comunicazione che sia capace di introdurre fattori di equilibrio attraverso lo sviluppo e la qualificazione di percorsi trasversali che siano in grado di spezzare la dominanza delle direttrici di traffico che oggi rendono l’area ravennate un territorio di transito o di uscita delle proprie risorse. Se il polo portuale tende ad enfatizzare proprio tali movimenti, con la necessaria richiesta di intensificare le strutture esistenti, l’obiettivo di accrescere le potenzialità di sviluppi endogeni per via di una capitalizzazione delle risorse umane ed imprenditoriali presenti nelle diverse articolazioni del territorio, impone significativi interventi di trasformazione delle connessioni trasversali tra le direttrici della Emilia, della S.Vitale e dell’Adriatica. In questo senso assumono un rinnovato significato alcuni obiettivi quali il rinforzo della via ferroviaria Ravenna-Firenze, ma anche la riqualificazione delle ferrovie secondarie interne che possono dare autonomia ad un sistema integrato di trasporti su ferro e su gomma, configurabile come una rete di comunicazione metropolitana capace di ridare centralità al circuito Ravenna-Rimini-Forlì-Faenza-Lugo-Ravenna.
Il riferimento allo sviluppo dei sistemi di rete nella provincia ravennate non coinvolge ormai solo le strutture viarie e ferroviarie, ma anche e sempre più frequentemente i sistemi di comunicazione in linea.
Pertanto società che si avviano ad essere progressivamente caratterizzate da un’economia in cui lo scambio di informazioni è destinato a superare lo scambio di merci nella determinazione delle quote di profitto, richiedono l’esistenza di sistemi informativi integrati e di adeguate linee di telecomunicazione. Le cosiddette "autostrade digitali" sono quindi destinate ad avere nell’epoca della globalizzazione dell’economia lo stesso ruolo propulsivo avuto in passato dalla costruzione e dallo sviluppo di altre linee di comunicazione.
Sotto questo profilo andranno prese in particolare considerazione le innovazioni che si stanno profilando per l’intero territorio provinciale per iniziativa sia delle imprese di telecomunicazioni che dell’amministrazione pubblica. Anche sul territorio provinciale sono ormai accessibili sia dalle imprese che dai più diversi soggetti sociali reti di comunicazioni a carattere commerciale basate su innovative tecnologie di trasferimento di dati (è il caso della rete Argotel offerta dalla Telecom come nuova ed efficiente modalità di comunicazione tra le imprese e tra sistemi di imprese e referenti esterni anche sul piano internazionale).
L’iniziativa da parte dell’Amministrazione provinciale e delle principali amministrazioni comunali una rete civica di comunicazione (Racine, Ravenna Civic Network) consente di affermare in maniera diffusa il criterio della flessibilità e della multipolarità, oltre che della diffusa accessibilità, nella costruzione di reti informative e comunicative che trovano nel cittadino e nelle sue espressioni partecipative il referente attivo di domande e comportamenti attivi nella stessa produzione informativa e nel rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione l’obiettivo di una qualità della vita sociale e della partecipazione democratica non sempre estesamente garantita nell’attuale ordinamento sociale.
In realtà occorre rilevare come sulla base dei dati disponibili, la "messa in rete" delle imprese ravennati sotto questo profilo sia ancora un fenomeno non molto frequente. Assai debole è la valorizzazione della rete a fini di comunicazione tra le imprese ed il sistema dell’informazione della società provinciale, ancora occasionali e discontinui sono i casi di utilizzo della rete Internet a fini di commercio elettronico, o dei sistemi Intranet ai fini dello sviluppo di comunicazione all’interno della stessa impresa o nell’ambito di settori dove operano aziende a crescente interrelazione.
In realtà l’accesso e la valorizzazione delle reti di comunicazione e di scambio rappresenta un fattore assai rilevante di innovazione per le imprese che in un certo senso possono spezzare l’isolamento di un rapporto troppo intenso con mercati e pubblici esclusivamente locali. L’accesso alle reti tende a rinforzare l’orientamento mentale e pratico all’internazionalizzazione delle imprese, alla riconfigurazione permanente dei loro prodotti, alla ricerca continua di innovazione di processo, anche attraverso la praticabilità di significativi trasferimenti di tecnologia. Per una provincia che rivela una debole capacità di competizione nel campo della registrazione dei "brevetti" (conseguente a troppo deboli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica), ma al tempo stesso aspira - tramite le attività portuali ed i "depositi di beni culturali" - ad inserirsi in circuiti pregiati di carattere internazionale, l’apertura delle imprese ad una dimensione comunicativa di carattere globale rappresenta una condizione essenziale per introdurre innovazioni rilevanti nella cultura imprenditoriale e della gestione dei processi produttivi e tecnologici.
In questa prospettiva, acquistano una nuova rilevanza il processo di sviluppo di servizi avanzati alle imprese (una sorta di nuova terziarizzazione) che nelle diverse aree della provincia ravennate si rivela ancora decisamente deficitario. Anche negli ultimi, nonostante gli sforzi di organismi come la Camera di Commercio, non si è determinata una svolta significativa in questo settore: l’insediamento di nuove iniziative imprenditoriali nel campo del marketing, della formazione manageriale, dell’elaborazione dei dati, dei servizi import-export non sembra ancora raggiungere i livelli di concentrazione e di qualificazione capaci di imprimere un effetto di take off ai settori più sensibili della economia provinciale.
In altri termini il mix di risorse imprenditoriali, finanziarie e tecnologiche non sembra ancora avere raggiunto il livello di concentrazione tale da giustificare l’effetto di differenziazione nella struttura produttiva che si verifica nelle fasi di svolta nello sviluppo di un sistema economico territoriale.
Ciò significa che nelle aree del territorio provinciale bisogna giungere a finalizzare ed a concentrare risorse, anche in una logica di più accentuato marketing territoriale, al fine di determinare quella dinamica di sviluppo all’interno della quale si giunga ad attivare il punto di svolta, il salto di qualità nella configurazione dei sistemi produttivi.
c. investire per l'innovazione tecnologica
Per raggiungere nel territorio provinciale una situazione in cui delineare i possibili take off dei settori più rilevanti della economia provinciale, occorre una forte disponibilità di risorse economiche e finanziarie per gli investimenti.
Le osservazioni in precedenza avanzate hanno invece evidenziato come le trasformazioni del sistema bancario costituisca un fattore di indebolimento e di nuovo rischio per le possibilità di sviluppo dell’economia provinciale. Proprio il carattere composito dei sistemi economici locali, la debole configurazione dei settori in cui effettuare interventi strategici di medio-lungo periodo, invece che attrarre capitali per l’innovazione di processo e di prodotto, tende ad allontanarli in direzione di aree socio-economiche (come quelle emiliane e del nord-est) a più esplicita caratterizzazione.
Le imprese e le istituzioni locali del territorio ravennate si trovano nella condizione di dovere aprire per tempo un’approfondita riflessione su ciò che può comportare un sostanziale effetto di estraneazione delle strutture creditizio-finanziarie dalle economie locali; anche perché gli effetti della crisi finanziaria del gruppo Ferruzzi non sono stati ancora completamente assorbiti dal sistema bancario locale.
Inoltre, si deve ancora constatare come il livello di innovazione negli stessi prodotti finanziari e nell’evoluzione dei servizi bancari, soprattutto nei confronti delle imprese, è ancora molto basso, con un persistente ancoraggio alle attività tradizionali e tipiche di un sistema bancario che si interpreta ancora come una sorta di "istituzione" locale, piuttosto che come un attore di una competizione aperta su mercati che ormai esorbitano quelli locali.
In realtà, proprio il quadro che abbiamo delineato, di uno sviluppo incentrato sulle specializzazioni produttive di settori che nella innovazione tecnologica e nella globalizzazione dei mercati trovano i loro punti di traino e di qualificazione – con la necessaria costruzione di sistemi di rete nelle comunicazione interne e esterne all’economia locale – richiede un ruolo attivo, di forte carattere strategico alla risorsa economica finanziaria, quindi alle imprese che operano nel settore della raccolta delle risorse, e soprattutto nel settore degli impieghi e degli investimenti alle imprese.
Ci sembra di dover rilevare, invece, che già i sistemi produttivi locali incontrino difficoltà al riguardo, indicando in una debole innovazione del sistema bancario e finanziario un fattore che tende ad indebolire le imprese ed i settori trainanti delle stesse economie locali.
A più riprese ed in più sedi è stato messo in evidenza il ruolo, in un certo senso unico nel panorama delle economie locali, assolto dai Consorzi fidi e dalle cooperative di garanzie, ormai estese anche al settore agricolo; questo fenomeno, da valutarsi in termini fortemente positivi anche come manifestazione di coesione tra forze economiche e politiche istituzionali, può tuttavia essere interpretato come la risposta ad un sistema bancario che affronta i rischi degli investimenti nel sistema produttivo con un’ottica patrimonialista piuttosto che di una moderna impresa di servizi.
Il problema finanziario nell’economia provinciale è cruciale e prioritario; non c’è settore che non venga negativamente coinvolto da una debole innovazione del settore, in una fase storica in cui peraltro i bassi tassi di interesse possono risvegliare l’interesse delle imprese per il credito, rendendo possibile il superamento di fenomeni preoccupanti come l’usura (nel 1996 per la sola realtà faentina, secondo le autorità competenti, il giro di affari accertato degli usurai identificati superava i 18 miliardi).
In questa direzione, il ruolo delle imprese del credito cooperativo e di altre banche di interesse locale è certamente importante, ma forse allo stato attuale non decisivo. Si impone in altri termini la necessità di pensare a proposte capaci di attrarre sul territorio ravennate importanti flussi finanziari per gli investimenti di impresa; da ciò l’urgenza di scelte che siano in grado di individuare i settori trainanti dello sviluppo, capaci di rendere – attraverso una elevata crescita di valori tecnologici e professionali – remunerativi i capitali impiegati.
d. valorizzare le culture dei localismi produttivi per la creazione delle nuove imprese
Abbiamo in precedenza analizzato le caratteristiche del prodotto dei sistemi formativi, scolastico e non scolastico, evidenziando le disfunzioni di cui soffre il sistema formativo nel suo complesso. Se a ciò si aggiungono le persistenti difficoltà di rapporto tra sistema scolastico e sistema della formazione professionale, la notevole difficoltà di quest’ultima ad imboccare le strade dell’innovazione in più stretta sintonia con le dinamiche delle imprese e dei sistemi produttivi locali, si desume un quadro di valutazione di particolare preoccupazione.
Tuttavia, proprio la necessità di ridisegnare gli sviluppi possibili dell’economia provinciale sulla base della specializzazione produttiva, della capacità delle imprese di "mettersi in rete" per affrontare gli effetti della globalizzazione, riporta l’attenzione sulle direzioni di sviluppo e sulla qualità delle prestazioni del sistema formativo scolastico, non scolastico e di istruzione superiore tuttora presente nella realtà provinciale.
Ciò non solo per la funzione che la scuola e l’università hanno di trasmettere know how tecnici e professionali, ma anche e soprattutto per ciò che tali aree di socializzazione giovanile rappresentano per la trasmissione e la rielaborazione dei sistemi di valori culturali e sociali, componente essenziale della cultura del lavoro e dell’imprenditorialità.
La riqualificazione delle imprese esistenti e la formazione di nuove imprese sono processi, infatti, che non è possibile separare dall’intreccio profondo dei sistemi di valori e di comportamenti sociali che nello sviluppo delle professionalità e nel conseguimento di obiettivi imprenditoriali trovano la loro esplicitazione.
L’attenzione e la conseguente capacità di proposta e di innovazione va perciò oggi principalmente rivolta a:
I fattori critici dello sviluppo
Premessa
Da dieci anni a questa parte, l’uso del termine globalizzazione si è talmente diffuso nel linguaggio degli attori socioeconomici e dei cittadini stessi che non necessita ulteriormente di nuove interpretazioni e delucidazioni.
Da più di dieci anni si sente parlare della crescente tendenza delle grandi aziende a superare le frontiere nazionali, per trasformarsi in colossi della produzione e dei servizi in grado di competere sul mercato mondiale, ormai trasformatosi in un unico terreno di gioco. Ma oggi, forse per la prima volta da quando il termine globalizzazione è entrato nell’uso corrente dell’economia, c’è una novità: la globalizzazione si sta materializzando davvero grazie alla concorrenza di tre fattori. Innanzi tutto le crescenti dimensioni, mobilità e integrazione dei mercati dei capitali a livello mondiale, che permettono alle aziende di accrescere i volumi di risorse in tempi inimmaginabili1. Ma a questa immensa disponibilità di capitali vanno aggiunte la progressiva perdita di importanza dei confini nazionali, via via che procedono fenomeni di integrazione come quello in atto in Europa e un’aumentata capacità di moltiplicare le conoscenze e i talenti in tutto il mondo grazie alla diffusione della tecnologia. Tre fattori che si sostengono l’un l’altro e che hanno impresso ed imprimeranno un’accelerazione senza precedenti alla trasformazione del business in senso globale.
A sostegno di queste affermazioni un recente rapporto di McKinsey (Istanbul, Settembre 1997 J.Fraser e J.Oppenheim "Cosa c’è di nuovo sulla globalizzazione") stima che entro il 2015 le aziende globali produrranno almeno il 50% del PIL mondiale contro il 20% attuale. Una crescita di quasi tre volte in importanza sul totale dell’economia mondiale, che in termini assoluti si traduce in un passaggio del "fatturato della globalizzazione" dagli attuali 4 mila miliardi di dollari a 21 mila miliardi di dollari nel 2000, fino ad arrivare a 50 mila miliardi di dollari nel 2015.
Le proiezioni McKinsey non osano oltre questa data, ma simili numeri non possono lasciare indifferenti quelle aziende che, in tutto il mondo ed in ogni settore produttivo, sono alla ricerca di strategie di crescita, ma anche di sopravvivenza, sui mercati del futuro. Dallo studio si evince inoltre che, in una logica di economia globale quello che si pone alle imprese è molto semplicemente il problema della sopravvivenza. "Con la maggiore libertà dalle barriere nazionali e la possibilità di scelta offerte dalle mutate condizioni dei mercati - spiega il rapporto - arrivano anche l’intensificazione della concorrenza, minore capacità di controllo sul business, un’accelerazione dei cicli produttivi e una maggiore incertezza. Nella nuova economia globale la maggior parte delle società, defraudate dalla possibilità di nascondersi dietro patronati locali o posizioni dominanti, sono costantemente vulnerabili. Le dimensioni delle opportunità globali, la complessità del contesto competitivo e la "disciplina della performance" imposta dai mercati dei capitali metterà le aziende di fronte a una drastica alternativa. Specializzarsi, e diventare operatori di prima classe nelle rispettive aree di attività, o uscire di scena". Un mondo insomma, quello della globalizzazione, in cui chi non diventa leader del proprio settore è sostanzialmente destinato ad essere inglobato da un’azienda più grande.
1- Si consideri che solo i flussi di capitali sovranazionali (escludendo dal computo gli investimenti stranieri diretti) sono passati dai 536 miliardi di dollari del 1991 ai 1.258 miliardi del 1995
Nel territorio provinciale certo non mancano esempi al riguardo che, per la conoscenza specifica dei quali abbiamo, sono di natura ancora più articolata in quanto aziende leader di settore entrate in crisi finanziaria sono state assorbite da gruppi extranazionali di settori con indirizzi diversi.
Ma cosa vuol dire per le aziende essere "globali"? La globalità si misura sostanzialmente tramite due parametri: performance e dimensioni. Performance nel senso di capitalizzazione di mercato2, che permette loro di avere risorse finanziarie così immense da poter fare ciò che vogliono ovunque vogliano. Dimensione nel senso di valori di bilancio e di assetti aziendali. Solo chi possiede entrambe detiene il controllo del proprio destino e si può reputare significativamente al riparo dagli attacchi della concorrenza. Ma la frontiera del controllo strategico delimita l’accesso in questa area di relativa tranquillità solamente ad un numero assai ridotto di aziende. Tutti sono in qualche misura vulnerabili, anche se sono numerose le aziende che hanno ottenuto un grado di controllo più soddisfacente attraverso il potenziamento di una delle due caratteristiche.
Proprio nella performance, spiega il rapporto McKinsey, sta oggi un’opportunità strategica per molte aziende che vogliono sopravvivere nell’area della globalizzazione. Per queste società si pone l’imperativo della capitalizzazione di mercato. Ovvero avere le risorse finanziarie per diventare e rimanere una società globale o perdere il controllo del proprio futuro.
E se tutto questo pone delle immense opportunità di fronte a buona parte delle aziende mondiali (soprattutto quelle che si trovano fuori da America e Europa occidentale), visto che circa due terzi dell’economia mondiale e quasi tutti i servizi sono all’inizio del processo di globalizzazione, resta il fatto che per riuscire in questa missione di sopravvivenza, ci vuole un nuovo approccio strategico. Dal rapporto si desume che i passi fondamentali sono tre:
2 - Da una stima prodotta su alcune grandi società si evince che l’incremento del market cap negli ultimi dieci anni è incrementata dell’552.6%. Basti pensare che ad esempio una società quale Bulgari è riuscita ad avere una assegnazione del valore di capitale pari a 2706 miliardi di lire, teoricamente il doppio di quanto vale Alitalia e 500 miliardi in più di quanto vale Autostrade S.p.A.
Ma cosa succede quando ci si trova di fronte ad una classe dimensionale di impresa come quella emiliano-Romagnola caratteristica anche della provincia di Ravenna?
Non si è del tutto digiuni di esperienze anche se molto "dure". Un caso è quello identificabile nelle Pmi particolarmente concentrate nell’area meridionale del paese; sul come hanno affrontato il triennio 1991 - 94 durante il quale si è assistito sull’intero territorio nazionale alla caduta della domanda interna, ma anche alla sopravvalutazione della lira.
Come sempre accade, i riflessi non sono stati identici per tutti. Se ne sono avvantaggiati gli esportatori abituali, specie di prodotti molto sensibili al prezzo, mentre ne hanno sofferto soprattutto le imprese dipendenti dalla domanda interna ed in particolare quelle vincolate alla domanda pubblica attraverso un rapporto di subfornitura di prestazioni e di prodotti tradizionali. Un insieme di caratteristiche che ha creato danni irreparabili, determinando un consistente sfoltimento dell’industria che presentava la configurazione sopradescritta.
Tuttavia le analisi più recenti e approfondite mettono in rilievo che si è verificata una vera e propria selezione dalla quale è uscita una struttura produttiva qualitativamente rafforzata. Rapportando i dati più recenti rispetto a quelli del periodo antecedentemente analizzato (1991 - 94), si rileva che la quota di export è notevolmente incrementata riallineando questa tipologia di imprese a quelle che tradizionalmente esportano. La enunciazione viene rafforzata dai valori dell’indicatore attinto a riferimento che restituisce un quadro evolutivo così successivamente configurato:
Uno sforzo di tale portata ha lasciato comunque delle tracce negative evidenziando una contrazione delle redditività e quindi una forte difficoltà di autoproduzione di ricchezza con l’evidente conseguenza di vanificazione del risultato d’industria ed il pericolo di tornare nella spirale negativa dell’incidenza finanziaria.
La domanda pregnante che a questo punto è giusto porsi è
se anche per le imprese della provincia di Ravenna ed in particolare per
quelle dell’area ravennate, assai più simili alle PMI dell’area
centromeridionale del paese, sarà inevitabile passare questo "collo
di bottiglia" che andrà a riscoprire la competitività dopo
avere attraversato la fase dello sfoltimento e della selezione; o se viceversa
attraverso una azione concertata di tutti gli attori economico-sociali
dei territori ravennati sarà possibile imprimere una forte accelerazione
verso il nuovo tracciato della ricerca di "qualità" e del miglioramento
continuo nell’azienda partecipata.
6. I settori e gli strumenti dello sviluppo
Premessa
Numerosi e qualificati sono i contributi di analisi settoriale dei diversi comparti dell’economia provinciale, attraverso i quali si possono evidenziare le particolari caratteristiche delle dinamiche imprenditoriali ed occupazionali in atto.
In questo studio non si è inteso riprodurre tali contributi, ma mettere a fuoco le elaborazioni e le valutazioni che nella sede delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, si vengono a definire in corrispondenza delle modificazioni in atto.
E’ opportuno ricordare in questa sede che gli elementi conoscitivi e valutativi di seguito riprodotti sono stati ripresi sia da un’attenta lettura della documentazione disponibile sia da una serie di appositi incontri condotti d’intesa con le principali categorie dell’agroindustria, dell’industria e dei servizi.
Per quanto concerne il settore primario, CGIL CISL UIL di categoria hanno prodotto, nel corso di due convegni tenutisi nel 95 e nel 97, importanti indicazioni di spessore, da sostenere anche attraverso un’azione sindacale confederale in grado di coinvolgere i lavoratori in primo luogo e tutti gli interlocutori.
Tuttavia occorre aggiungere una premessa a quel lavoro importante, una premessa coraggiosa ed opportuna, che contribuisca ad imprimere quella svolta necessaria alle relazioni, che richiami ogni interlocutore ad un ruolo più attivo e più incisivo, rispetto all’attuale ed insufficiente livello di iniziativa.
Negli ultimi anni lo scenario è mutato radicalmente: nuovi paesi produttori si sono prepotentemente affacciati alla ribalta, nuovi investimenti sono attratti da paesi mediterranei con clima più favorevole e soprattutto costi di produzione infinitamente più bassi.
Questi fattori hanno radicalmente cambiato i connotati di un mercato già in difficoltà di sovraproduzione a livello Europeo su quasi tutti i prodotti principali, latte e derivati, carne e frutta, rendendo ancora più deboli e problematiche le posizioni di un Paese come il nostro, che in mille modi ha sempre aggirato i vincoli delle cosiddette quote di produzione.
Oggi parlare di "primizie" non ha più senso, quando a Natale c’è l’uva del Sudafrica, da febbraio le fragole israeliane e i prodotti cileni a prezzi più accessibili e di qualità non discutibile.
Affrancatosi da un regime odioso e razzista, il sub-continente Sud Africano è ora in grado di esportare le proprie produzioni agricole, favorito anche dal posizionamento agli antipodi rispetto all’Europa; Tunisia e Marocco sono in grado di attrarre capitali spagnoli, italiani e francesi per promuovere lo sviluppo dei settori peschicolo, olivicolo e degli agrumi ; fra pochi anni, per cultura e tradizione, Ungheria e Moravia saranno in grado di produrre vino da tavola in grandi quantità, ma con costi del 50% inferiori ai nostri.
Se questo è lo scenario presente e futuro prossimo, occorre progettare un nuovo futuro per la nostra economia, prima che la "larga" risolva da sola e traumaticamente la situazione già compromessa da annate caratterizzate da scompensi meteorologici.
Se assumiamo questa premessa, occorre modificare i meccanismi tradizionali su cui ha retto l’equilibrio di questi anni.
Il dibattito ed i primi orientamenti assunti riguardo l’ipotesi di un "patto d’area" per questo territorio non può tradursi nella riproposizione di politiche assistenzialiste e di interventi a pioggia ; deve invece riuscire a mettere in campo spinta all’innovazione ed ammortizzatori sociali nello stesso tempo, prevedendo un tempo medio breve entro cui le scelte dolorose siano temperate dal sostegno al reddito e le scelte innovative avanzino spedite, individuando gli interlocutori disponibili.
C’è un nuovo spazio e un nuovo ruolo per la cooperazione in quest’ottica, se sarà in grado di procedere agli accorpamenti, incentivare le unificazioni, affrancarsi dai vincoli che le varie associazioni professionali le impongono da tempo, sfruttare il proprio patrimonio umano e di risorse materiali da mettere in circolo per favorire nuovo sviluppo.
Regioni come Toscana, Piemonte, Veneto, Umbria hanno individuato una strada, che non può essere fotocopiata, certamente, ma può servire come elemento che spinga al cambiamento, ancorché doloroso ma non rinunciatario, né difensivo ad oltranza; regioni come Lombardia, Puglia ed in parte Lazio sono lì a testimoniare che il punto di non ritorno è vicino, se si continua nell’illusione che, prima o poi passi la nottata e tutto tornerà come prima.
Il sindacato è pronto in questa provincia a fare la sua parte e solleciterà in tal senso tutti gli interlocutori, con opportune iniziative.
L’industria chimica nel mondo
Gli elementi che caratterizzano l’evoluzione della chimica a livello mondiale sono :
Sempre più globalizzati
Nel 1996 la chimica dei paesi industrializzati ha visto la sua crescita attestarsi intorno al 2-2,5%, non oltre la crescita del Pil. Il totale del fatturato nei paesi delle tre aree principali (Usa, Giappone ed Europa) - limitato nello sviluppo anche dall’andamento dei prezzi - si è fermato nel 1996 a 1.100 miliardi di dollari (come nel 1995). Sono dinamiche che indicano come la crescita della domanda di questi paesi non sarà più fattore sufficiente a risolvere i problemi del settore : un sostegno alla crescita della produzione, potrà venire solamente o da un rinnovato sforzo innovativo o dalla capacità di attrarre investimenti e di aumentare le quantità esportate.
La ricerca di un mercato di riferimento più grande per poter sostenere investimenti sempre più rilevanti, la necessità di vicinanza del cliente, la dinamica di crescita dei paesi di nuova industrializzazione, insieme alla ricerca di fattori di competitività, hanno fatto sì che l’industria chimica sia tra quelle ove la globalizzazione è più avanzata. Spesso si rileva che le principali imprese realizzano più del 50% delle loro produzioni fuori del paese di origine e la dinamica e i risultati operativi legati alle produzioni all’estero sono generalmente più alti di quelli realizzati all’interno.
La chimica tedesca produce all’estero per circa 65 miliardi di dollari (in media oltre il 55% del proprio fatturato). Per la media delle imprese americane - tra le più avanzate in tale processo - la quota delle vendite all’estero legate a produzioni realizzate sul posto, si colloca al 65%. E tale quota è destinata a crescere, secondo le previsioni delle stesse imprese, a oltre il 70% nel 2001. Anche le imprese francesi realizzano oltre il 40% delle proprie produzioni direttamente sui mercati esteri (dato 1993 oggi probabilmente più sostenuto).
Lo sviluppo verso l’Asia
La chimica è al centro dei processi di sviluppo dei paesi di nuova industrializzazione, in quanto fondamentale sia per la realizzazione delle infrastrutture, sia come fornitrice di beni primari, intermedi e ausiliari per la nascente industria locale, sia perché alla base del boom dei nuovi consumi (igiene, cosmesi, salute, packaging, ecc...).
La domanda aumenta soprattutto dai paesi dell’Estremo Oriente. Secondo un recente studio si prevede, infatti, una crescita del 4,7% annuo fino al 2005, con una domanda mondiale di etilene che dovrebbe passare da 70 a 111 milioni di t/a. La quota dell’Asia (escluso il Giappone) balzerà dal 14% al 22% (grazie a una crescita del 9,5% annuo) mentre quella dell’Europa (a fronte di una crescita non superiore al 2% annuo) scenderà dal 25 al 19%. Parallelamente allo sviluppo della domanda si rafforzerà il flusso degli investimenti verso quell’area a scapito in particolare degli investimenti in "nuova capacità" in Europa Occidentale : ben il 43,6% della capacità addizionale di etilene verrà realizzato nel Sud - Est asiatico e meno del 10% in Europa Occidentale.
La chimica USA continua a crescere
Fattori strutturali che ne rafforzano la competitività e un traino stabilmente positivo della domanda interna continuano a far crescere la chimica americana che nel 1996 ha sfiorato i 373 miliardi di dollari di vendite con una crescita del 3,9% in valore che sottintende una crescita di produzione dell’ordine del 3%, che si riduce al 2% escludendo la farmaceutica.
Il confronto con i cicli precedenti mostra la lunghezza della fase di crescita in atto, ma anche i relativamente bassi tassi di sviluppo, per la parte strettamente chimica.
La chimica americana è sostanzialmente un settore "maturo" come ben evidenziato dai rapporti di crescita della domanda chimica rispetto al prodotto interno lordo: soltanto la farmaceutica - come indicatore di un’economia più orientata ai servizi o a prodotti con alto contenuto di servizi - continua a crescere molto più della domanda aggregata, mentre la chimica ormai mostra da tempo una elasticità più bassa.
In questo contesto si devono apprezzare i risultati di crescita stabile e l’elevata redditività della chimica americana.
Quest’ultima nel 1996, confermando la tendenza anche nel 1997, ha raggiunto nuovi livelli record, intorno ai 43 miliardi di dollari, con un aumento di circa il 19%, per merito della farmaceutica, ma anche degli altri comparti che non hanno sofferto molto per la debolezza dei prezzi. In particolare la chimica di base ha potuto avvantaggiarsi della flessibilità nelle cariche dei propri cracker, mentre il down - stream ha potuto sfruttare proprio la debolezza dei prezzi dei suoi input chimici.
Il commercio estero - pur confermando la chimica come primo esportatore tra i settori americani - mostra una forte crescita delle importazioni (+11.1%), a fronte di variazioni marginali dell’export (+1.7%).
Appare sempre più evidente il processo di globalizzazione, secondo un modello dove i flussi dell’export portano a una presenza produttiva che però non indebolisce i flussi di vendita (sia per acquisti infragruppo, sia per la migliore presenza sul mercato).
Nelle previsioni delle imprese americane, gli investimenti produttivi negli Stati Uniti scenderanno dal 74.9% del 1996 al 67.7% del 2001 sul totale investito da imprese americane nel mondo. Cresceranno di ben cinque punti (dal 4.2% al 9.3%) gli investimenti nei paesi emergenti dell’Asia, mentre scenderanno quelli in Europa (dal 13.9% al 12.5% del totale e dal 55.4% al 38.7% degli investimenti fuori Usa).
La dinamica del 1997 è stata fortemente caratterizzata da fasi diverse, a inizio anno abbastanza contenuta scontando un rallentamento della crescita economica, è via via migliorata soprattutto a causa di una forte crescita della domanda interna, sia dell’industria che dell’edilizia che dal consumo, con un evidente effetto di traino sia sulle produzioni interne che sugli scambi con l’estero. Le previsioni delle imprese, a consuntivi oramai conclusi, ritengono possibile un aumento produttivo intorno al 4%.
Il 1996 in Europa : crescita bassa e prezzi in calo
Coinvolta direttamente nel globale ristagno dell’economia europea, la crescita del settore nei paesi Ue si è attestata nel 1996 sul 2% in termini reali. I risultati produttivi al netto dell’apporto della farmaceutica sono ancora più contenuti e insoddisfacenti in tutti i paesi (ad esclusione della Francia) collocandosi nella media intorno all’1.5% reale, come nel 1995. La chimica ha ormai un pallido ricordo del breve momento di euforia provocato dal ciclo delle scorte di fine 1994 inizio 1995, anche se durante il 1997 si sono avvertiti sempre più chiari i segnali di recupero, in particolare della domanda industriale e delle aree extra Ue.
Come negli Stati Uniti, la chimica europea mostra una incapacità di crescere in modo indipendente dallo sviluppo dell’attività industriale nel suo complesso.
Ciò non è ovviamente vero per specifici prodotti e anche per alcuni sottosettori, ma è sempre più chiaro nei dati macrosettoriali.
Mentre nei decenni passati - al di là dei caratteristici cicli di sovracapacità, soltanto in parte riconducibili al rallentamento della domanda - la chimica europea risentiva soltanto marginalmente dell’evoluzione economica generale, sempre più negli anni ’90 il legame si è fatto diretto.
E’ diminuita la capacità di sostituzione, mentre i settori trainanti sono sempre meno collegabili a quelli tradizionalmente acquirenti di chimica.
Ciò non significa affatto che la chimica sia un settore destinato a un’involuzione strutturale : significa invece che le capacità di crescita oltre la media dipendono o da un rinnovato sforzo innovativo o dalla capacità di sostenere le produzioni con un effetto positivo netto dal commercio estero. Entrambi questi fattori sono strettamente collegati ai temi della competitività che, per la chimica europea - sia di base che secondaria - sono in discussione in commissione europea e nei singoli paesi.
L’attenzione alla chimica è, infatti, giustificata - oltre che dalla sua importanza quantitativa - dall’essere l’unico settore relativamente avanzato in cui l’Europa detiene una sostanziale leadership nei volumi prodotti, nel commercio mondiale, nella classifica tra le principali imprese. Oggi si rischia di perdere questa leadership, a partire dall’innovazione, quella che conta per la chimica e per l’Europa del 2000. Un solo esempio : uno sguardo ai premi Nobel per la chimica vede sì una netta predominanza dell’Europa in questo secolo, ma anche una netta inversione di tendenza nell’ultimo periodo.
Tornando alla congiuntura, i dati a consuntivo del 1997 ci restituiscono un trend di moderato sviluppo (intorno al 2,4%) per l’insieme dell’Europa, con una punta positiva della Germania al 3% (favorita dalla debolezza del Marco nella seconda metà dell’anno) e la situazione meno dinamica del Regno Unito all’1,5%.
Solo l’export dinamico in Germania
Il fatturato prodotto dalla chimica tedesca è calato del 2,5% nel 1996, soprattutto a causa della debolezza dei prezzi e della domanda di alcuni importanti mercati di sbocco, come l’edilizia, il tessile e i beni di consumo chimici. Ancora una volta è stata l’esportazione a sostenere la produzione raggiungendo con 103 miliardi di Dm (+3% sul 1995) la quota record sulle vendite, pari al 59%. La debolezza dei prezzi si è fatta sentire in tutti i settori e il calo è in media del 4,5%. Il valore reale delle vendite e della produzione è stimabile di conseguenza in crescita di circa l’1%.
Viene sempre più sottolineata in Germania la dicotomia tra le imprese fortemente internazionalizzate e quelle legate alla produzione domestica. Sfiora, infatti, i 100 miliardi di Dm (il 20% di quanto si produce globalmente in Italia) il valore delle produzioni realizzate all’estero dalle imprese tedesche e il trend (+2%) per queste è positivo e la redditività nettamente migliore.
I risultai dell’esercizio 1995 delle "3 grandi" (che hanno un’ampia produzione all’estero) e quelli di un campione di 30 imprese medio-grandi (con vendite inferiori ai 10 miliardi di Dm) ma non orientate a produrre molto all’estero sono nettamente diversi: 7,5% contro 2,9% di profitti netti sulle vendite e per il 1996 il divario dovrebbe essere ancora più ampio.
I risultati di produzione del 1997, come anticipato sopra, sono più positivi, sia per il traino del commercio internazionale, sia per la ripresa del mercato interno, attestando i risultati di crescita intorno al 3%.
L’industria chimica in Italia
La chimica è troppo strettamente legata allo sviluppo dell’economia nazionale per potere avere dinamiche molto differenti da quelle medie. Di conseguenza, sulla chimica italiana gravano i condizionamenti che vincolano lo sviluppo dell’economia e dell’industria italiana, soprattutto per quanto riguarda le politiche economiche messe in atto per comprimere il deficit pubblico e rispettare i criteri di Maastricht.
Il quadro depresso di domanda e il forte calo dei prezzi - aggravato in Italia dalla rivalutazione della lira - hanno fatto scendere il valore delle vendite, stimato per il 1996 a circa 62 mila miliardi di lire (-2.500 miliardi, pari al 3,8%).
Ancora più negativi i risultati per la domanda interna, in calo a prezzi correnti del 6,3% (quasi 5.000 mila miliardi in meno). L’effetto prezzo nel determinare questi risultati è stato sostanziale. I valori reali sono, infatti, positivi, anche se di poco, per la produzione e l’export, mentre il forte calo dell’import si collega a valori negativi anche per il consumo reale.
Il valore delle esportazioni è risultato nel 1996 in crescita dello 0,7%, dopo l’aumento del 30% registrato l’anno prima, confermando l’eccezionalità di performance di quell’esercizio. Nel 1996 ogni 100 lire importate se ne sono esportate 67. Questo valore era pari a 59 lire nel 1990, a testimoniare il significativo recupero della chimica italiana, non sufficientemente apprezzato nei dati della bilancia commerciale. In definitiva la chimica italiana non si è comportata troppo male sui mercati internazionali, dati i condizionamenti di un mercato europeo fiacco, di prezzi in calo e di una lira rivalutata.
L’occupazione
Le segnalazioni aziendali e gli indicatori ufficiali, pur evidenziando un qualche appesantimento della situazione tra la fine anno 1996 ed inizio 1997, mostrano un sostanziale assestamento della situazione occupazionale del settore. Dopo le pesanti cadute legate ai processi di riorganizzazione del periodo 1992 - 1994 (-3,5% annuo), già nel 1995 si era assistito ad una situazione di minore pesantezza (-1%) che si conferma nel 1996 con una riduzione d’occupati contenuta nello 0,7% (pari a circa 1.300 addetti). A fronte di una fuoriuscita fisiologica di occupati dal settore (per anzianità, vecchiaia ecc.) valutabile nell’ordine del 2% si stima un tasso di ingresso positivo di giovani leve dell’1,3% che ha contribuito a portare il totale degli occupati nel settore oltre le 190.00 unità. Le piccole e medie imprese, in particolare, hanno assorbito mano d’opera (nell’ordine del +0,5% nel 1996 e nel 1997).
La tendenza al miglioramento della situazione occupazionale nell’anno traspare anche dai dati relativi all’utilizzo delle ore di cassa integrazione guadagni che, nel loro totale, sono diminuite del 43%. Particolarmente significativa e l’evoluzione della "gestione straordinaria", ove si registra che il totale delle ore autorizzate è sceso del 58%.
La chimica a Ravenna
Uno tra gli insediamenti produttivi più significativi dell’intero territorio nazionale, Ravenna contribuisce a determinare i trend del settore e conseguentemente a riprodurne anche a livello locale gli andamenti. Pur tuttavia il quadro locale, a seguito delle trasformazioni societarie avvenute in questi anni all’interno del "distretto chimico", potrebbe determinare uno sviluppo dinamico tendenzialmente più positivo rispetto altre aree del paese.
La cornice di riferimento presenta realtà disomogenee. Convivono situazioni di crisi di mercato e di prodotto (EVC, linee PVC), che prevedono piani di ridimensionamento di produzione e di occupazione, a fianco di investimenti necessari, sui settori considerati maturi (all’interno di ENICHEM), finalizzati all’inversione di tendenza, innovazione di prodotto e diversificazione di produzioni. Ma si debbono apprezzare anche i progetti di investimento a medio lungo termine sul Turbogas (centrale termoelettrica), sugli intermedi (DMC), la razionalizzazione dell’Isola 16 (ABS), nonché le nuove sinergie che si stanno instaurando tra Ecofuel - IGI - Lonza.
Il convegno promosso da CGIL CISL UIL nel 1995 a Ravenna sul distretto chimico-energetico conserva tuttora elementi propositivi di grande attualità che, a distanza di tre anni, testimoniano la validità e l’attualità delle proposte sindacali.
Certamente molte cose sono cambiate, il modello basato sul polo integrato ha lasciato strada al modello che si articola su di una pluralità di aziende che prefigurano un vero e proprio distretto chimico, tuttavia è proprio su questo punto che ulteriori sforzi e passi in avanti dovrebbero essere concretizzati, per consolidare l’esistente e prefigurare un vero e proprio sviluppo che parte dalle risorse e dalla cultura di questo territorio per attrarre nuovi insediamenti e nuovi investimenti.
Il distretto chimico-energetico Ravennate rappresenta una risorsa fondamentale per questo territorio e per l’intero paese ed un’opportunità non discutibile se si vogliono favorire nuovi processi di reindustrializzazione: non si può negare l’importanza della chimica nella struttura industriale del paese, non si può negare che Ravenna possa essere un punto di attrazione per lo sviluppo di queste attività, poiché qui vi sono i presupposti per crescere ancora ed essere strumento di crescita e di qualificazione anche per altri settori.
Nessun paese moderno può rinunciare alla chimica, una chimica che divenga sempre più innovativa e promotrice del cambiamento, in grado di alimentare la ricerca, la sperimentazione, l’utilizzo di nuovi brevetti utili per la crescita anche degli altri settori produttivi, dalla meccanica all’elettronica, dal tessile all’agroindustriale, dai servizi all’università.
La cultura stessa della salvaguardia ambientale, della sicurezza, della conservazione del patrimonio naturale, che fanno parte del modo di porsi e di proporsi del sindacato, possono crescere, radicare e trovare via via le soluzioni più adeguate dentro un approccio razionale con le questioni che la conferma della scelta di sviluppo del distretto chimico pone.
La cultura dello sviluppo compatibile, del bilancio sociale ed ambientale degli investimenti diviene la risposta adeguata e razionale che una società moderna e responsabile deve esprimere, evitando le demonizzazioni, le semplificazioni, i tentativi di rimozione dei problemi, attraverso scelte che, come si suol dire, rischiano di eliminare la malattia, ma anche l’ammalato.
Il recente incontro con l’Amministratore delegato dell’ENI, dott. Bernabè, se da un lato testimonia l’interesse confermato per lo sviluppo dell’area Ravennate, favorito anche dalla capacità dimostrata dai soggetti ( istituzionali, imprenditoriali, sindacali) di questo territorio nella promozione dello stesso, valorizzandone le risorse e le potenzialità, la capacità di relazioni e di confronto a livello di alta qualità, dall’altro ripropone gli interrogativi e la necessità di esprimere un ulteriore sforzo per concretizzare ciò che CGIL CISL UIL avevano indicato nelle proposte del citato convegno.
Le questioni aperte per quanto riguarda le scelte di Marghera potrebbero avere ricadute negative anche su Ravenna, se non si è in grado di rafforzare strutturalmente il Distretto, attraverso il rilancio della politica dei servizi, delle sinergie interne ed esterne, rafforzare la linea delle gomme, rendere integrata la politica della sicurezza, attraverso un reale coordinamento delle società esistenti, allora la via del declino comincia a definirsi aldilà della preoccupazione dei soggetti.
Ancora, questa cultura della sicurezza deve indurre alla definizione di regole chiare anche per le gare d’appalto e l’indotto, stimolando la competitività e la crescita attraverso la ricerca della qualità, delle capacità organizzative ed imprenditoriali, della qualificazione e professionalità delle risorse umane impegnate.
I tempi sono poi maturi per aprire un confronto che veda coinvolti azienda, pubblica amministrazione, i soggetti imprenditoriali interessati ed il Sindacato per definire, nell’ambito dello sviluppo delle politiche dei servizi nel distretto, quali iniziative concrete mettere in campo ed in cantiere per rispondere sul piano della razionalità e della sicurezza al problema dello stoccaggio del Gpl.
Ci si attende che giunga a conclusione il lungo e sofferto iter della Commissione che dovrà stilare una relazione di fattibilità rispetto al progetto di estrazione in alto Adriatico.
Se si tiene conto dei numerosi e qualificati studi di cui Ravenna è stata oggetto, sul rapporto subsidenza - estrazione, se l’opportunità di investimento e di ricerca è collocata dentro un quadro di compatibilità ambientale e territoriale, con inclusione della laguna veneta, non si comprendono le ostilità e le difficoltà che hanno disseminato di ritardi e di omissioni questo lungo e tormentato percorso.
Non è certamente lo spirito localistico ad animare l’analisi, tutt’altro : se risulta di vitale importanza salvaguardare le zone umide ed in particolare il grande patrimonio naturale e culturale della laguna veneta, altrettanto importante risulta ricercare quelle strade che consentano al paese, attraverso politiche industriali lungimiranti ed adeguate, la maggior tranquillità possibile nell’approvvigionamento energetico, per diminuire la dipendenza da altri paesi, mantenere un apparato industriale nazionale specifico per quest’obiettivo e per non essere costretti ad impoverire anticipatamente gli attuali giacimenti, tramite il ricorso a sfruttamento accelerato per mancanza di alternative.
Questo è un problema nazionale, la cui non soluzione rischia ricadute negative complessive e nell’area Ravennate.
Ci si auspica che nei tempi previsti e senza ulteriori ritardi la relazione sia redatta; si ritiene tuttavia utile e fondamentale che il concerto da cui dipenderanno le scelte veda la presenza, insieme con il Ministero dell’ambiente e la Presidenza della Regione Veneto, del Ministero dell’industria e della Presidenza della Regione Emilia-Romagna, non certamente per ragioni presuntive di riequilibrio, ma perché e fondamentale che tale discussione di politica industriale avvenga nella sede opportuna e con le presenze istituzionali territoriali adeguate.
In quella sede deve, inoltre, assumere priorità la necessità
di aprire un confronto per raggiungere l’obiettivo di dotarsi di un vero
e proprio piano della chimica e della ricerca delle fonti energetiche per
il Paese.
La gommaplastica
Attività particolarmente concentrata nell’area lughese, si presenta come un settore in forte movimento. Alcune aziende rivestono un ruolo assai significativo sul mercato fondando il loro successo competitivo sulla qualità del prodotto sospinta dalla ricerca continua che in queste imprese viene praticata. Il mercato che ha manifestato maggiori sviluppi è quello legato al mondo dell’automobile, dove hanno inciso significativamente le politiche di sostegno dei governi e non solo in Italia, ma che ha imposto alle aziende competitrici maggiori capacità di ampliare la loro dimensione produttiva, di innovare e di diversificare le loro produzioni, ivi compresi i riciclaggi, di investire significativamente in nuove tecnologie.
Il subsettore della produzione di cavi elettrici rivestiti (sviluppo dell’informatizzazione, del cablaggio delle città, della telefonia), presenta una domanda superiore all’offerta. Il segmento è caratterizzato da piccole e piccolissime aziende che oggi si presentano estremamente dinamiche allargando, attraverso la costituzione di nuove unità locali sia nell’area provinciale che extraprovinciale, la loro capacità di acquisizione di quote di mercato.
Le piccole e medie imprese non propense a questa logica, invece faticano ad essere competitive. A fronte delle difficoltà che si manifestano, le strategie di queste società restano legate ad obsoleti strumenti quali la forte flessibilità ed il ricorso ad un esasperato in alcuni casi, forte decentramento, producendo scarsi risultati però sul livello qualitativo delle loro produzioni.
Il settore ceramico
Tutto concentrato nel faentino, il settore è strutturato in medie e piccole imprese, non esiste artigianato se non quello legato ad oggettistica artistica ed ornamentale.
Il comparto fortemente legato al mondo dell’edilizia, sin dall’inizio degli anni ottanta soffre di una marcata contrazione di mercato tuttora in corso. Ma congiuntamente alle non favorevoli condizioni di mercato, si evidenziano ulteriori problematiche legate in modo particolare alla mancanza di coordinamento delle idee, alla mancanza di un Parco tecnologico, alla riorganizzazione dei servizi, al mancato ricorso al Marchio per la stragrande maggioranza delle imprese.
Per quanto riguarda il ruolo del CNR, si presenta la necessità di chiarire, aldilà del compito istituzionale, quanto questo organismo potrebbe influenzare lo sviluppo delle aziende oltre il livello di qualità delle produzioni oggi attestate su di uno standard sufficientemente elevato ma non unico fattore richiesto nell’ambito competitivo.
Negli anni difficili, fuori dai quali non si è ancora definitivamente, le aziende hanno costituito ingenti giacenze di magazzino con la conseguenza di rendere parte delle produzioni obsolete rispetto il rapido modificarsi delle esigenze e dei gusti della clientela nonché di produrre forti appesantimenti finanziari, limitando contestualmente la disponibilità di risorse da destinare alla ricerca e all’innovazione di prodotto.
I mercati di sbocco, in particolare quello americano, sono fortemente orientati verso nuovi prodotti quali il gres-porcellanato, sul quale però esiste una concorrenza molto agguerrita che presuppone forti capacità di investimento sia nell’impiantistica che nelle strategie di marketing, investimenti che le imprese locali stentano a produrre anche in ragione delle motivazioni precedenti.
Tessile, abbigliamento, calzaturiero
La profonda modifica del mercato, orientato su commesse realizzate e consegnate in tempi rapidi rispetto agli ordini, su gamma di articoli molto ampia e sulla capacità di interagire con soggetti molto lontani e diversificati, ha messo in crisi le caratteristiche su cui fondavano i distretti produttivi manifatturieri del tessile-calzaturiero della nostra Provincia; non è più attuale una produzione di grandi quantitativi e pochi articoli, che non regge rispetto ai costi di produzione infinitamente inferiori di altri Paesi.
Occorre perciò una flessibilità intesa come professionalità, formazione in grado di reggere a questo livello di competitività, creazione di una rete di supporto alla valorizzazione di marchio e prodotto che punti sulla qualità e l’innovazione.
In questa Provincia il tavolo apposito costituitosi come strumento di confronto e di relazioni fra produttori, istituzioni e Sindacato è riuscito a far crescere la consapevolezza che si può uscire dal tunnel a patto che siano sostenute quelle condizioni di mutamento e di innovazione indispensabili al settore per affrontare la sfida della globalizzazione senza essere travolti dal mercato.
E’ opportuno rinnovare gli sforzi per conseguire risultati: occorre adottare quelle misure che favoriscano la riqualificazione dei lavoratori e degli imprenditori, utilizzando la formazione come la leva in grado modificare i processi ed i prodotti ed in grado di creare quei supporti commerciali e logistici che affranchino le nostre imprese dal ghetto della subfornitura e dai pericoli di delocalizzazione operati dalle grandi imprese nazionali.
A tal proposito è utile sostenere un’iniziativa che, partendo dalla necessità di tutelare davvero il "Made in Italy", sia in grado di agire sul cosiddetto traffico di perfezionamento passivo, penalizzando chi ricorre a riduzione dei livelli occupazionali e impedendolo alle società commerciali o senza linee di produzione.
Su queste strade sarà possibile raggiungere intese importanti per i lavoratori e per la ripresa produttiva del settore : ribadiamo perciò la validità degli strumenti di concertazione per individuare possibili soluzioni comuni che salvaguardino l’occupazione, ed impediscano la definitiva marginalizzazione, promuovendo e confermando un sistema di regole che vanno più decisamente difese e salvaguardate, favorendo l’emersione dei fenomeni irregolari e sanzionando chi continua ad agire in loro dispregio.
Costruzioni edili
Il comparto delle costruzioni non si è ancora sollevato dalla crisi che oramai e da tempo è una vera e propria emergenza nazionale.
La stagnazione provocata dalla caduta verticale dell’edilizia pubblica e privata risulta aggravata da un insieme di fenomeni preoccupanti che oramai si manifestano e si allargano anche nella nostra Provincia.
Oramai più di un migliaio di lavoratori irregolari ogni giorno si reca a lavorare nei circa 500 cantieri edili presenti nella nostra Provincia e ciò costituisce una sorta di mercato parallelo a quello regolare, se pensiamo che gli iscritti alla Cassa Edile in Provincia sono circa 4500, di cui 2800 stabili.
Il fenomeno sta mettendo radici e si alimenta causa il sistema degli appalti al massimo ribasso e la spregiudicatezza di molte società immobiliari.
Questo territorio può e deve reagire : l’attenzione del Sindacato, le relazioni positive con le imprese e le istituzioni ha portato negli ultimi tempi alla sigla di accordi importanti e molto avanzati sui temi di trasparenza, affidabilità e regolarità delle gare di appalto.
Si tratta ora di passare alla loro coerente applicazione, sollecitando in primo luogo le pubbliche amministrazioni a mettere in campo più impegno sul versante dei controlli, sui meccanismi di affidabilità delle imprese, sulla vigilanza nei cantieri sulla necessità di collegare nell’azione preventiva e repressiva AUSL, INPS, Cassa Edile, Ispettorato del lavoro e forze dell’ordine.
Questa situazione, oltre che penalizzare i lavoratori sul piano della sicurezza e della dignità (nuove forme di caporalato si stanno organizzando, dando luogo a problemi anche di ordine pubblico) è estremamente costosa per i cittadini: si potrebbe stilare un lungo elenco nella Provincia, ove le imprese vincitrici degli appalti falliscono, si ritirano di scena dopo aver riscosso le prime tranches o danno luogo a lunghi ed interminabili contenziosi, lasciando sul campo drammatici problemi per i lavoratori e, naturalmente, le "opere incompiute" che costituiscono un vero e proprio danno per la collettività.
Fra pochi mesi appare realistica l’apertura del grande cantiere che dovrà riconvertire la centrale ENEL di Porto Corsini: CGIL CISL UIL vedono alcuni rischi riguardo i meccanismi di appalto dei lavori, ove si intende procedere al frazionamento delle opere, che potrebbe implicare il ricorso massiccio al subappalto, caratterizzando il cantiere con la presenza di una moltitudine di imprese e di soggetti che, oltre a rendere difficoltoso il procedere dei lavori secondo i programmi, potrebbe rendere problematico il coordinamento per la sicurezza ed il controllo sulla regolarità delle procedure e sul rispetto delle regole.
Su questi aspetti CGIL CISL UIL solleciteranno gli interlocutori e le istituzioni affinché l’opera possa prendere il via quanto più celermente possibile e si creino, fin da ora, quei necessari coordinamenti e si adottino gli strumenti adeguati in grado di consentire la funzionalità, operatività e sicurezza necessari.
Turismo e commercio
Il territorio deve essere valorizzato anche mediante una vera e propria manutenzione programmata dello stesso, che consenta la sua conservazione e la trasformazione secondo progetti compatibili e finalizzati allo sviluppo sostenibile.
Un’attenzione prioritaria deve essere rivolta ai sistemi di scolo e di bonifica della pianura, al delicato equilibrio idrogeologico del nostro Appennino, alle necessità di recupero dei terreni marginali per creare polmoni ed aree di valore ambientale.
Prevenire, bonificare, manutenere, progettare sull’ambiente o, meglio, sui diversi ambienti del nostro territorio può determinare nuove occasioni di lavoro, richiamare le energie del volontariato e del no-profit per una grande operazione continua e costante nel tempo, che eviti gli affanni di un intervento che, come durante gli ultimi anni, si rende necessario in emergenza e che rappresenta, fra l’altro, un onere per la comunità, determinando una sorta di "valore aggiunto negativo" quando i mancati investimenti si traducono in costi elevatissimi di ricostruzione e di ripristino.
Il territorio è quindi la risorsa fondamentale che deve essere messa in condizione di costituire attrattiva per investimenti, iniziative ed occasioni di nuova occupazione.
La ricchezza multiforme data dall’arenile e dalla sua ricettività, dalle città d’arte e dai centri ricchi di tradizione, di manifestazioni culturali e di massa di livello internazionale, la presenza di centri termali specializzati e la natura stessa del territorio, che offre ampie zone naturali diversificate, dal parco del Delta ai parchi collinari ed appenninici, la diffusione di musei importanti e per molti aspetti caratterizzati da testimonianze originali ed anche uniche, costituiscono il punto di forza, la leva necessaria per accedere o riconquistare mercati turistici nazionali ed esteri, a patto che si coordinino strategie e risorse adeguate per la promozione di tutto il territorio.
Il recentissimo protocollo firmato da Governo, Regione e Comune di Ravenna risulta fondamentale per la nascita del parco archeologico di Classe, obiettivo perseguito da alcuni anni che riuscirà a concretizzare una notevole mole di investimenti.
Tale obiettivo può essere volano per la promozione adeguata di tutta la Provincia, se saremo in grado di dimostrare più coraggio nella trasformazione, nel cambiamento, modulando per il settore quelle proposte idonee a favorire lo sviluppo e l’evoluzione delle imprese di tipo familiare, che rappresentano la stragrande maggioranza delle realtà produttive, dalla ristorazione ai tour operator, ma soprattutto aprendo la strada ai grandi gruppi nazionali ed esteri, sia per quanto riguarda i flussi delle persone, sia per quanto riguarda gli investimenti in opere, strutture ricettive e di svago.
Su questo ragionamento il Sindacato sollecita un confronto con le Amministrazioni e le imprese, individuando due grandi temi ove potrà essere possibile individuare percorsi idonei per favorire quei processi indispensabili alla piena valorizzazione del territorio.
Il programma speciale d’area per la costa deve finalmente assumere concretezza, inducendo tutti i soggetti a mettere in campo concrete disponibilità di coordinamento di progetti e di risorse, a cominciare da una ridefinizione dei Prg, anche relativi ai piani degli arenili, dagli aspetti legati alla mobilità ed ai collegamenti, dalle attività imprenditoriali e di servizio da promuovere per la valorizzazione dei parchi e delle oasi naturali.
In secondo luogo il Sindacato intende sollecitare tutti gli interlocutori per affrontare seriamente il problema degli orari e dei tempi, la cui discussione deve essere affrontata in un quadro d’insieme, rispetto agli obiettivi che si intendono conseguire.
Siamo convinti che una discussione seria in tal senso possa essere uno stimolo anche per nuova occupazione, nuove opportunità e nuove occasioni, che da un lato possa risolvere i problemi di ricettività ed accoglienza e che dall’altro superi le discussioni parcellizzate sulla singola iniziativa, per lo più slegata da un progetto di ampio respiro e di prospettiva.
La nuova legge nazionale sul commercio può essere l’occasione
per un confronto su questi temi, per rafforzare le opportunità,
modulare la transizione e tenere conto delle situazioni differenziate che
esistono fra settori e fra territori.
6.3.Il settore della logistica industriale
Il quadro generale
Il Trasporto intermodale containerizzato mondiale è in continua, costante, forte crescita. Secondo Confetra (Confederazione generale dei Trasporti) dal 1985 al 1995 il numero dei teu (twenty-feet equivalent unit, corrispondente a poco più di sei metri) movimentati è aumentato di 2,4 volte raggiungendo quasi i 142 milioni. Nel ripartire per aree questo mercato emerge che, con un 44% sul totale, l’Asia orientale detiene il record delle movimentazioni, seguita dall’Europa (23%) e dagli Stati Uniti con il 15%. Un’analisi svolta dalla Mercer Management Consulting ha formulato alcune ipotesi previsionali di sviluppo. Per il Mediterraneo si presume, che nel decennio 1995 - 2005 vi saranno incrementi di traffico variabili dall’88%, per la zona occidentale, al 94% per quella orientale.
Eppure, malgrado la rilevante domanda, l’aspra concorrenza tra gli armatori ha prodotto una continua erosione dei ricavi. Confetra ricorda che nel 1996 le rate di nolo delle rotte est - ovest sono diminuite del 20% mentre la qualità del servizio, per frequenza delle toccate e numero di informazioni messa a disposizione dei caricatori è cresciuta. E’ inoltre aumentata la quota di mercato controllata dai grandi armatori: nel 1990, le prime venti compagnie mondiali controllavano il 70% del mercato, mentre nel 1995 sono giunte all’85%. Tra le altre cose, in effetti, la razionalizzazione dei costi, oltre agli usuali strumenti di affinamento dell’organizzazione interna, è stata attuata attraverso l’utilizzo di navi sempre più grandi per ottenere forti economie di scala. Ma, in conseguenza della situazione estremamente competitiva, il target di ottimizzazione della stiva, per raggiungere profitti accettabili, è salito del 90%: le maggiori compagnie di navigazione, pur in accesa competizione tra loro, sono state quindi costrette a utilizzare navi in comune nell’ambito di joint - ventures (Alliances) che tendono a sfruttare le sinergie derivanti dall’uso comune dei mezzi di produzione del servizio e a conservare le singole organizzazioni di marketing e vendita.
E’ evidente la strategia di polarizzazione del traffico sia da parte dei grandi gruppi, che tra le compagnie specializzate in entrambi i casi obiettivi tesi a controllare l’intera catena trasportistica e le aree commerciali. E’ prevedibile che le economie derivanti dalla concentrazione del traffico e della razionalizzazione del sistema saranno, in prima istanza, utilizzate per riacquistare la redditività perduta; il riequilibrio dei conti è la premessa per passare dal "nervoso" mercato attuale (riempire le navi a tutti i costi) a un mercato più riflessivo e meno assillato dalla necessità di "fare cassa".
Lo scenario del tutto nuovo che si viene a determinare evidenzia la forte "appetibilità" del sistema portuale italiano che a fronte di un sostanziale immobilismo degli imprenditori nazionali diviene oggetto di conquista da parte di altre partnership createsi altrove. Se lo strapotere degli asiatici è fuori discussione (Confetra conferma che Sud Corea, Taiwan, Hong Kong e Singapore assorbivano già nel 1991 il 33% del totale delle importazioni di rinfuse secche nel mondo e il 18% delle esportazioni dei manufatti, mentre tutta l’area rappresentava il 40% del totale del naviglio cisterniero, portarinfuse e portacontainer), hanno avuto fino a ora un vantaggio sui costi, che ora viene colmato da shippers europee della stessa dimensione. Proprio in conseguenza di una fusione un’attore europeo può contrapporsi ai giganti asiatici, per dimensione, ambito di azione e competitività del servizio?
A giudicare da recenti avvenimenti in seno alle maggiori società europee si può rispondere affermativamente. Grandi società olandesi ed inglesi si stanno coalizzando per delocalizzare, allargando il proprio campo di intervento, le attività commerciali. Ciò avviene attraverso grandi fusioni di capitali e consolidate esperienze maturate nei rapporti con la clientela, sempre più attenta agli aspetti della qualità del servizio prestato, ivi compreso il pieno rispetto dei tempi prestabiliti e la garanzia riservata alla merce trasportata. Le offerte di filiera divengono, quindi, la chiave di successo nella conquista e nella conservazione della "nuova" clientela, che oltre alle semplici operazioni di carico/scarico richiedono uno sviluppo della logistica (confezionamento, pulizia ecc.), miglioramento della distribuzione diretta, organizzazione dell’intero ciclo del trasporto (garantendo come detto in precedenza, partenze regolari ed arrivi certi senza il minimo coinvolgimento del cliente), gestione dei picchi di lavoro, offrendo al contempo elevata affidabilità.
Le coalizioni che queste società stanno costruendo molto rapidamente sono tese a stabilire posizioni di leadership, condizione preliminare per competere nel nuovo mercato globalizzato non solo dal punto di vista dimensionale, ma soprattutto per quanto concerne la concentrazione di capitali che debbono garantire nuovi margini di redditività a fronte di tariffe sempre più contenute.
I grandi sforzi economici nonché le grandi trasformazioni societarie in atto da parte di operatori stranieri evidenziano le grandi potenzialità strategiche insite nei porti italiani che con ogni probabilità non riescono a sfruttare appieno le loro reali potenzialità.
Il mediterraneo è un’area di grande importanza strategica con enormi potenzialità di crescita nei prossimi anni. L’Italia è la porta del sud dell’Europa per tutte le destinazioni del mondo. L’interesse dimostrato verso i nostri porti dagli operatori stranieri è sicuramente vivo dati i numeri registrati dal settore: tra il 1990 e il 1996 il traffico container nei porti italiani è passato da 1 milione 900 mila teu a 3 milioni 690 mila teu, con una previsione a consuntivo sull’esercizio 1997 di circa 5 milioni di teu e quello che risulta ancora più importate un trend in forte crescita ancora negli anni a seguire.
In seno al ruolo strategico dell’Italia apprezzato da tali operatori si identifica il ruolo di Milano che, benché non sia una città portuale, viene scelta perché è un centro strategico per i rapporti business to business. La maggior parte dei clienti mondiali ha uffici nel capoluogo lombardo e l’insediamento di unità commerciali decentrate in quella città consente di svolgere al meglio il ruolo di partner logistici. Inoltre, Milano, più che altre sedi, presenta infrastrutture particolarmente funzionali alle attività di smistamento nonché alle necessità di chi è soggetto a frequenti e rapidi spostamenti.
Sistema portuale interregionale
In questo contesto non è possibile costruire un futuro sulle debolezze, occorre sapere sfruttare i vantaggi competitivi e le opportunità strategiche.
Se risulta sempre più importante in ogni settore di attività economica produrre aggregazioni e sinergie tra attori economici che sono orientati ad analoghe vocazioni imprenditoriali, il settore portuale non può certamente ritenersi escluso da questo processo, per questo motivo uno dei principali fattori di competitività diviene l’azione sinergica come sistema portuale interregionale.
Tra i porti dell’alto Adriatico è in corso una "via bassa della competizione", incentrata principalmente sul contenimento e la riduzione dei salari e delle condizioni di lavoro. Il basso profilo della comunque necessaria concorrenza anche in questo settore non pagherà come già ampiamente dimostrato da altri settori che hanno scelto di percorrerla e che ora rischiano concretamente di uscire dalla scena competitiva nazionale ed internazionale, cessando l’attività. Ma se la logica della concorrenza distruttiva incentrata sul prezzo ha prodotto uno sfoltimento nelle attività delle imprese che operavano singolarmente nell’ambito del mercato circoscritto, offrendo conseguentemente a quelle che hanno retto lo scontro nuove opportunità di ampliamento della sfera operativa, nelle attività fortemente integrate il rischio viene collettivizzato, producendo negatività concatenate.
L’alternativa consiste nell’imboccare una "via alta della competizione" basata sulla cooperazione per essere in grado di contrastare la potenza dei clienti e della concorrenza che proviene dai centri di distribuzione dell’entroterra. In particolare servirebbe migliorare il sistema di collegamento tra i porti sia via mare che via terra. Abbassare le distanze commerciali costruendo una rete di integrazione tra questi porti ed i mercati di riferimento attraverso l’istituzione di treni blocco, il cabotaggio, nuovi servizi e riorganizzazione di quelli esistenti curando particolarmente ad ogni livello il sistema informativo.
Il Porto di Ravenna
A Ravenna si può considerare superata la fase di emergenza infrastrutturale; l’eccezionale lavoro svolto dall’Autorità portuale, dalle istituzioni locali, il Programma speciale di area fanno si che il livello infrastrutturale si stia progressivamente adeguando alle esigenze della produzione.
Questo non significa che tutto è fatto e che il cammino può ritenersi concluso (le infrastrutture vanno ulteriormente sviluppate), emergono nuove priorità e problematiche, il tema di attualità diviene ; come usare l’infrastruttura portuale, come gestirla, perché da questo dipenderà la connotazione del profilo della competitività qualitativa derivante.
In particolare la prospettiva dello sviluppo s’incentra sul ruolo delle imprese che dovranno trasformarsi in aziende di alto livello, capaci di fornire al meglio il prodotto dell’attività che svolgono come vocazione specifica, in una parola, il servizio. In effetti, la concezione, ormai datata, che le imprese si debbano limitare alle pure operazioni di carico/scarico deve essere rapidamente superata. Il servizio, deve essere sempre più integrato contenendo la necessaria attività logistica, sia di alta qualità, metta a disposizione aree ed attrezzature specialistiche e conformi alle mutate organizzazioni trasportistiche e come si diceva in precedenza offra alta affidabilità.
Anche le imprese ravennati operanti nel porto dovrebbero incrementare la capacità di fornire al cliente servizi di trasporto sino al luogo di destinazione delle merci, forme di prima lavorazione e trasformazioni dei prodotti e delle materie prime, sistemi celeri di trasporto lato mare e terra. L’utilizzo razionale delle aree dei terminal deve tendere al loro adeguamento alle esigenze del nuovo mercato che richiede sempre più specializzazione (tutti non possono fare tutto), individuando in questo il requisito di base per continuare a competere nel contesto generale.
Elevare il livello di qualità diviene quindi un imperativo, ciò può avvenire attraverso la certificazione di qualità ISO 9002, partendo dalla definizione di un sistema di qualità base per tutte le attività che vengono svolte in seno al porto. L’Autorità portuale potrebbe divenire il reale propulsore di questa necessaria iniziativa, attraverso la promozione di uno studio specifico per la definizione di un "Progetto Qualità" che guardi oltre la stessa certificazione.
L’affidabilità del porto inteso come sistema e non come agglomerato distinto di attività, va continuamente perseguita ed innovata, tenendola costantemente adiacente alle regole del mercato, attraverso iniziative specifiche che possono essere così sintetizzate :
Il know-how di base deve essere continuamente integrato, per questo si rende necessaria l’istituzione di un "Centro di formazione in ambito portuale e dei trasporti" capace di sviluppare ricerca, consulenza, formazione ed informazione. La sensibilità a questa tematica distinguerà l’azione degli "attori" del porto di Ravenna che dimostreranno di credere fortemente nell’azione formativa quale una delle chiavi di successo fondamentali per lo sviluppo delle proprie attività. L’Autorità portuale potrebbe divenire l’ente promotore nonché finanziatore congiuntamente alle imprese ed ai lavoratori di quest’iniziativa.
Le attività di servizio
Al fine di rendere effettivamente funzionali le operazioni che sono insite nelle attività caratteristiche del porto si rende necessaria una piena integrazione tra queste e le attività di servizio ad esse connesse. Se questa considerazione vale in assoluto per tutte le attività produttive in genere, per le funzioni portuali molto spesso questo diviene un imperativo proprio perché condizione preliminare per l’inizio delle attività che debbono essere preventivamente autorizzate ed ufficializzate.
I vari "soggetti" operanti nel campo appena menzionato dovrebbero operare non solamente in piena collaborazione ma in un arco temporale che consenta quella necessaria fluidità degli espletamenti formali e burocratici senza, di fatto, interrompere quel circolo virtuale di operazioni che dovrebbero seguire una loro sequenza logica e continua.
La Capitaneria di Porto, in pieno e fattivo rapporto con l’Autorità portuale, ritenendo quest’ultima il vero coordinatore e gestore delle funzioni, auspicando inoltre un necessario chiarimento legislativo finalizzato alla definizione degli ambiti e dei compiti, potrebbe essere in grado di adeguare i propri orari ed i propri organici elevandone al contempo il livello professionale, alle esigenze di maggiore disponibilità sulle fasce orarie preminenti. Lo snellimento delle procedure burocratiche che oggi costituiscono un rallentamento delle attività tipiche sono un imperativo da perseguire dotando gli organismi preposti Guardia di finanza e Dogana, dei necessari livelli tecnologici informatici, idonei a supportare i collegamenti sia con l’utenza che tra loro (uff. Accettazione delle sezioni doganali ed i varchi portuali controllati dalla Guardia di finanza), nonché un adeguamento delle professionalità e degli organici necessari ai volumi dei servizi da erogare 24 ore su 24.