La sociologia, con le dovute eccezioni, non affronta la condizione del
tossicodipendente con le stesse categorie adottate
da medici e psicologi. Essa riconosce nella persona che si droga, prima
di tutto, un soggetto che, muovendosi nel
contesto sociale, diviene oggetto di analisi ed interpretazione.
Le scienze sociali trasformando il soggetto tossicodipendente in oggetto
di studio, evitano (o quantomeno si sforzano di
evitare) l'utilizzo di quel sistema di pregiudizi che appartiene a
coloro che si affidano, nell'opera di costruzione della
realtà, alle "teorie di senso comune". Come studioso, il sociologo,
se sposasse la definizione la definizione che il senso
comune dà al termine "tossicodipendente", non aggiungerebbe
nulla di nuovo a "quello che tutti sanno" sul conto del suo
oggetto di indagine. Il suo sforzo di comprensione muove, dunque, dalla
consapevolezza che il primo passo da compiere è
l'allontanamento dal pregiudizio e dalle etichette. Un passo sicuramente
difficile che richiede al ricercatore una presa di
distanza dai propri vissuti personali, ma un passo assolutamente necessario
per poter accogliere il punto di vista di colui
che si trova in una posizione lontana dalla nostra.
Per poter avvicinare il "mondo della cura delle tossicodipendenze",
occorre riflettere sul fatto che il tossicomane in
trattamento raramente subisce in modo passivo la sua cura, al contrario
egli si presenta come interprete di primo piano.
Pensiamo, ad esempio, a come si sviluppa il percorso che egli compie
per uscire dalla "malattia". Si tratta di un percorso
spesso tortuoso e ricco di ostacoli che ci segnala come il tossicodipendente
voglia vivere il suo trattamento da
protagonista, impegnandosi nella ricerca di una identità nuova
non più legata alla sua immagine di drogato.
Il luogo dove questo percorso si concretizza è spesso quello
dei servizi per le tossicodipendenze: i SerT. Ed è appunto in
un SerT che si svolge la nostra ricerca.
La metodologia di ricerca
Se il ricercatore focalizza l'attenzione sul contesto terapeutico di
un SerT, egli può individuare tre punti di osservazione ai
quali corrispondono tre attori specifici: l'operatore del SerT, il
tossicodipendente ed il ricercatore stesso. Questi
protagonisti si muovono nel contesto costruendo vincoli e relazioni
fondate su attese, aspettative che nascono dal "come
essi percepiscono l'agito ed il vissuto altrui. Punti di vista vari
e diversi.
L'indagine che qui esporremo tenterà di far emergere la realtà
del tossicodipendente in cura in un SerT (non sveliamo
l'identità del servizio in quanto non riteniamo sia importante
ai fini della presentazione della ricerca, diciamo solo che si
tratta di un SerT a bassa-media utenza collocato nella regione Emilia
Romagna) attraverso l'utilizzo di metodologie
cosiddette "etno" tra le quali la più importante è sicuramente
l'osservazione partecipante. Riteniamo che tale metodologia
raggiunga i risultati più interessanti là dove si ha
l'ambizione di comprendere i modelli di significati, le percezioni di un
particolare gruppo umano situato ai margini della vita sociale cosiddetta
normale.
In generale, un'indagine di tipo etnografico rappresenta l'esplicitazione
di una "micro-sociologia" e si caratterizza, a nostro
avviso, per i seguenti tre aspetti:
1.Studio di un piccolo gruppo;
2.Lavoro su dati non strutturati;
3.Interpretazione esplicita delle azioni osservate sul campo.
L'osservazione partecipante è una tecnica di ricerca qualitativa
che in genere orienta la ricerca etnografica sul campo. Essa
comporta che si diventi parte della vita delle persone fin dove è
praticamente ed eticamente possibile, che si osservino i
loro comportamenti e si ascoltino le loro conversazioni mentre si interagisce
con loro (Carlson, Siegal e Falck, 1996).
L'osservare direttamente il fenomeno nel suo svolgersi naturale comporta
sicuramente dei rischi. Il rischio principale per il
ricercatore, nel momento in cui si trova coinvolto nel contesto studiato,
è quello di alterarne gli aspetti più spontanei e
naturali. Ad un coinvolgimento, sia pratico, sia emotivo, occorre dunque
associare un certo grado di distacco. Stabilire
quale sia questo grado di distacco non è facile. Un coinvolgimento
troppo intenso potrebbe distrarre il ricercatore dagli
scopi dell'indagine; un basso grado di coinvolgimento all'opposto porterebbe
a risultati che colgono solo la superficie del
fenomeno (Bailey, 1982).
Nel nostro caso l'osservazione avviene in un contesto "difficile": un
SerT. Al ricercatore si presentano due possibilità: agire
in modo "coperto" (Schwartz e Jakobs, 1985), mischiandosi agli utenti
del servizio, oppure rivelare il proprio ruolo di
ricercatore, interagendo con i tossicodipendenti in cura ponendo domande
e somministrando questionari.
Ognuna di queste scelte presenta una serie di vantaggi e svantaggi.
Ad esempio, l'osservazione "coperta" consente allo
studioso di essere a stretto contatto con i fenomeni studiati, senza
che la sua presenza influisca in modo rilevante sulla
spontaneità e naturalezza dei soggetti; inoltre permette a chi
indaga l'acquisizione di un notevole livello di competenza nel
"ruolo" che ricopre nel contesto (Cardano, 1997). Dalla parte degli
svantaggi, vestire i panni del "nativo" (Schwartz e
Jacobs, 1985) può limitare i movimenti del ricercatore nel contesto,
in quanto egli è sottoposto al vincolo di ricoprire un
ruolo specifico senza poter accedere agli spazi negati a quel ruolo.
Due considerazioni, che riguardano: 1) la possibilità stessa
di studiare l'oggetto e 2) l'etica nel lavoro di ricerca, hanno
portato alla scelta di osservare l'utenza del SerT in modo "coperto":
1.Il tossicodipendente, soprattutto quando vive la crisi
che lo porta a curarsi (il distacco dalla sostanza, la ricerca di
una identità diversa, ecc…), difficilmente
accetta di condividere i suoi spazi fisici ed emotivi con un estraneo,
quale
può essere un ricercatore;
2.Lo studioso che indaga in modo "scoperto" si muove su
di un terreno dove il disagio, psichico e fisico, è
quotidianamente visibile. Per contenere la
proprie reazioni emotive, che il ricercatore non può esternare,
egli
dovrebbe mostrarsi come un individuo che "non
si fa carico e non condivide" le loro sofferenze (non è né
un
operatore, né un amico). In altre parole,
il distacco del ricercatore potrebbe essere scambiato per un atteggiamento
cinico (quell'atteggiamento tanto criticato
al giornalista che intervista i parenti della vittima a pochi minuti dal
delitto!).
Osservare gli utenti del servizio adottando l'osservazione "coperta"
ha significato, per chi ha effettuato l'indagine, la
condivisione degli spazi del SerT utilizzati dai tossicodipendenti
in cura. In particolare gli ambienti dove posizionarsi erano
due: la sala d'attesa e l'ambulatorio dove quotidianamente viene somministrata
la terapia metadonica.
Interpellati i dirigenti del servizio per stabilire i tempi e le modalità
per poter svolgere l'indagine, si è richiesto agli operatori
di collaborare non svelando l'identità del ricercatore agli
utenti. Naturalmente, nel caso si fossero verificati comportamenti
invasivi nei confronti dei pazienti (e viceversa), gli operatori, in
qualità di "tutori", potevano porre fine all'indagine con un
loro intervento.
L'osservazione sul campo si è tradotta nella trascrizione delle
note etnografiche sotto forma di diario. Queste note
comprendevano la descrizione di quanto accadeva quotidianamente e l'interpretazione
teorica di quanto osservato
associata a quella che abbiamo definito "auto-osservazione", ossia
la descrizione del processo di socializzazione al
contesto da parte del ricercatore.
Risultati
Occorre da subito precisare come i risultati che si acquisiscono utilizzando
metodologie "etno" siano profondamente
vincolati al contesto nel quale vengono applicate. Adottare queste
metodologie non è proficuo se l'idea dalla quale nasce
la ricerca è quella di conoscere una volta per tutte la realtà
di un fenomeno al fine di estenderla a tutti i contesti dove
questo si verifica. L'idea che governa l'uso dell'etnografia (e dell'etnometodologia)
in sociologia, è la stessa che muove la
ricerca-azione di Kurt Lewin, la quale considera la dinamica del cambiamento
che la stessa azione conoscitiva produce
nel contesto nel momento in cui viene attuata. In questo senso crediamo
che la sociologia debba rivalutare e affinare le sue
capacità di interpretare, mettendo da parte le razionalizzazioni
estreme che tanto assomigliano a quel meccanismo di
difesa del nevrotico che in psicoanalisi è chiamato "intellettualizzazione".
La nostra indagine individua come alcuni utenti (siamo consapevoli di
come non tutta l'utenza sia stata coinvolta
nell'indagine) percepiscono il SerT nel quale agiscono le loro pratiche
di cura.
Da una parte c'è l'utente che in quel luogo ripone la speranza
di continuare a vivere (per alcuni il termine più adatto è
sopravvivere), dall'altra c'è colui che non crede proprio che
ce la farà. In mezzo a questi estremi si colloca quella figura
che noi abbiamo chiamato del "consumatore", il quale dal tunnel della
tossicodipendenza non esce semplicemente perché
non si identifica assolutamente con chi di droga è "ammalato".
Due modi di intendere la propria presenza nel SerT, quelli
del "tossicodipendente" e del "consumatore" che si svelano nei comportamenti
e negli atteggiamenti osservati dal
ricercatore e che, trovano conferma nei dialoghi e nei silenzi rivolti
agli operatori del servizio.
Riassumiamo in due tabelle questi due modi di interpretare il rapporto
con il SerT del "tossicodipendente" e del
"consumatore". La prima tabella (Tab.1) mostra in parallelo le due
tipologie di utenza in rapporto all'uso dello spazio e del
tempo nel SerT.
Tab.1: Utilizzo dello spazio e del tempo nel Sert
"Tossicodipendente"
"Consumatore"
Uso dello spazio del
Sert
Informale.
(Vive lo spazio come
proprio, perlustra e
personalizza l’ambiente).
Formale.
(Agisce in uno spazio
limitato, non modifica
l’ambiente fisico del
servizio)
Uso del tempo nel Sert
Permanenza lunga.
(Si sofferma per molto
tempo nel servizio, anche
dopo la terapia)
Permanenza breve.
(Non si sofferma,
mostra di avere fretta)
Alle variabili dello spazio e del tempo vissuto nel servizio, corrisponde
una diversa qualità del rapporto che l'utente
stabilisce con gli altri utenti e con gli operatori (Tab.2).
Tab.2: Rapporto delle due tipologie di utenza con: altri utenti ed operatori
"Tossicodipendente"
"Consumatore"
Rapporto con gli altri
utenti
Ad alta intensità.
(Cerca il contatto umano
con tutti gli utenti. Con gli
altri tossicodipendenti
compone un gruppo).
A bassa intensità.
(Si isola. Non cerca di
stabilire contatti umani
con altri utenti).
Rapporto con gli
operatori
Ad alta intensità.
(Usa modi informali.
Non nasconde la propria
emotività).
A bassa intensità.
(Molto formale. Non
lascia trasparire le
proprie emozioni).
Il "tossicodipendente" sosta nel servizio per un tempo molto superiore
a quello necessario per la terapia metadonica. La
sua presenza è attiva, coinvolge tutti i frequentatori del SerT,
sia operatori e sia utenti. Pur essendo parte di un gruppo
(individuabile all'esterno del servizio) non disdegna di intrecciare
relazioni con utenti che non conosce offrendo
disponibilità al dialogo (questo è quanto è accaduto
al ricercatore).
Questi atteggiamenti di apertura non sono del "consumatore" che si mostra
schivo nei confronti sia di chi non conosce e
sia di chi sente distante da lui: il "tossicodipendente" e l'operatore.
In particolare il disinteresse verso l'operatore è
osservabile nel momento della somministrazione del metadone che si
riduce, per il "consumatore", a pochi istanti vissuti
con distacco ed indifferenza. Per il "consumatore" non si realizza
quello che abbiamo definito come rituale terapeutico,
ossia quella forma di mediazione simbolica che permette ad operatore
ed utente di definire la situazione come situazione di
cura in cui i due ruoli sono interpretati in modo netto e prevedibile
(il malato = il tossicodipendente; l'operatore = il
terapeuta).
In sintesi, la nostra conclusione è questa: il "tossicodipendente"
si dimostra disposto positivamente nei confronti del
servizio e delle pratiche di cura. La sua condizione è quindi
dinamica ed evidenzia possibili evoluzioni (od involuzioni)
verso uno stato diverso che potrebbe essere un'eventuale uscita dalla
tossicodipendenza od un decadimento drastico
verso la propria autodistruzione. All'opposto il "consumatore", evitando
il contatto con l'istituzione SerT che si relaziona
con lui come se egli fosse portatore di una patologia, mostra una condizione
statica. In realtà noi ipotizziamo che questa
seconda tipologia di utente abbia piena consapevolezza del proprio
rapporto con la sostanza. Egli riesce a gestire
personalmente l'uso della sostanza (che può essere lo stesso
metadone) e per questo motivo non richiede l'intervento
attivo dell'operatore. Ipotizziamo che il "consumatore" possa condurre
all'esterno un'esistenza integrata con il contesto
sociale "normale" sia nell'ambito del lavoro che nell'ambito del tempo
libero. Quest'ultima ipotesi naturalmente necessita di
ulteriori approfondimenti di ricerca.
Conclusioni
All'inizio della nostra indagine eravamo partiti con l'intento
di comprendere il fenomeno cura della tossicodipendenza
spostando gradualmente la visuale da chi cura a chi viene curato. Nel
nostro cammino, osservando sul campo, abbiamo
constatato come la realtà del fenomeno sfugga ad una lettura
chiara ed unilaterale. Sappiamo, però, che questa mancanza
di chiarezza è un limite insito ad ogni tentativo di indagare
come l'individuo percepisce il proprio vissuto. Per questo
abbiamo adottato la metodologia qualitativa che suggerisce di interpretare
il fenomeno attraverso un lavoro di continua
elaborazione di ipotesi e di costruzione di concetti la cui validità
può essere smentita da osservazioni successive. Questo
accade perché "i metodologi qualitativi devono preoccuparsi
di lasciare che i soggetti esprimano la propria realtà
personale senza filtrare i dati raccolti attraverso le proprie convinzioni
o valori" (Carlson, Siegal e Falck, 1996), perciò
essi devono accettare di affrontare il fenomeno nella sua complessità
rischiando di non giungere a riduzioni ed a
generalizzazioni forti.
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