Prof. Everardo Minardi
Sociologia Generale

Professione sociologo: l'etica come sfida e come strategia
Mauro Palumbo



  1. Il processo di professionalizzazione si allarga notevolmente, sia pure assumendo, in Europa, forme diverse:

    1. di costituzione di albi e ordini professionali (caso italiano);
    2. di riconoscimento di certificazioni scolastiche (credentials) e/o professionali (prati-cantato, skills) come abilitanti all'esercizio di una specifica attività (maggior parte paesi europei);
    3. di rivendicazione di uno statuto speciale da parte di coloro che svolgono una specifica attività (attuata a sua volta attraverso strategie miste, di "usurpazione" verso l'alto edi "chiusura" verso il basso).
    Il tutto secondo una strategia di azione di ceto secondo la rilettura di Weber proposta da Murphy.
    Da sottolineare che le strategie variano a seconda che le azioni di rivendicazione siano ri-volte direttamente al mercato (in questo caso è cruciale la creazione di un'opinione pubblica fa-vorevole), ovvero siano rivolte alle organizzazioni (in questo caso sono più importanti le forme di lotta di tipo "sindacale"). Naturalmente l'appoggio dell'opinione pubblica è più o meno cruciale in ragione di altri fattori, quali:
    1. i soggetti che subiscono danni da eventuali azioni rivendicative (spesso il pubblico o l'utente, come accade nell'ambito terziario);
    2. il "potere vulnerante" degli attori (se è elevato, diretto e immediato è meno importante l'appoggio dell'opinione pubblica; se è basso o indiretto e non immediato è più importante);
    3. la "capacità decisionale" dell'interlocutore (più importante l'opinione pubblica se si tratta diattori pubblici e se nelle decisioni sono implicati più attori; meno se si tratta di uno o pochi attori privati).


  2. Quali processi sociali sottostanno a questa tendenza alla professionalizzazione?
    1. l'importanza che viene tuttora attribuita ai saperi specifici, anche se, accanto al nucleo "for-te"di ogni professione (le core competencies), si sviluppa sempre più un'area di contorno che è spesso decisiva per la valorizzazione di una professione sui mercati"interni" ed "esterni" del la-voro (i cosiddetti "saperi traversali" e "relazionali"). Ritengo tuttavia che al momento attuale una professione debba godere di una ben definita e (socialmente) riconosciuta specificità per poter es-sere credibile nella sua trasversalità.
    2. il "postfordismo" diffuso ormai dentro e fuori le organizzazioni (persino in quelle pubbliche!), che assegnano una minore importanza ai meri fattori organizzativi (l'organizzazione viene sem-pre più "centrata" sulle risorse umane di cui dispone), mentre il minor rilievo dei mercati interni del lavoro (per cause varie: minor dimensione delle imprese, maggior importanza delle reti, mag-gior mobilità del lavoro, crescente peso dell'autoimprenditorialità, soprattutto nel terziario) ac-cresce per converso l'importanza dei mercati esterni. Se si afferma la dimensione della professio-ne come "istituzione sociale" (Butera), allora si può affermare che "ciò che non regola la orga-nizzazione deve essere regolato dalla società";
    3. la crescente importanza assegnata dall'uomo della strada ai "sistemi esperti" (Giddens), ed alla mediazione che svolgono i professionisti rispetto alla gente comune
    4. la globalità della competitività: nata dal "mercato", la competitività chiama sempre più incau-sa dimensioni molto difficilmente monetizzabili, soprattutto quando si sviluppa nel campo dei servizi (sia dal lato del mercato del lavoro, sia da quello dei servizi prodotti). Di qui l'importanza assegnata ai saperi incorporati nei servizi, quindi alla dimensione della professionalità e alle con-seguenti dimensioni etiche e deontologiche;
    5. non credo invece giochi un ruolo determinante la crescente attenzione alla qualità (parziale o totale), dal momento che questa, se da un lato si è molto sviluppata attraverso la certificazione della produzione (quindi delle procedure, in accordo con le rivendicazioni dei professionisti di-sottrarsi al controllo del mercato, cioè del cliente), dall'altro lato pone crescente attenzione al conseguimento degli obiettivi, tracui la soddisfazione del cliente (riproponendo così un criterio di controllo del mercato, sia pure non necessariamente attraverso un criterio monetario, come acca-de per molti servizi pubblici).


  3. Una professione è tale se ottiene il riconoscimento sociale di:
    1. comune sapere (derivante da percorso formativo o pratica professionale, in vario dosag-gio, entrambi certificati)
    2. comuni valori (codice deontologico, a tutela del cliente, della società, della concorrenza)
    3. area riservata di esercizio di attività (produzione beni o servizi)
    Presuppone:
    1. distinzione tra esoterico ed essoterico (le conoscenze degli adepti sono specialistiche, quindi il pubblico non può controllare le procedure; ciò costituisce tra l'altro una valida ragione per invocare la regolamentazione statale del mercato)
    2. l'intervento su aree di incertezza di forte rilevanza sociale (trattandosi di aree d'incertezza il cliente non può controllare in base ai risultati)
    3. la possibilità di controllare le procedure a garanzia dei risultati (da un lato la procedura deve essere corretta "a prescindere" dal risultato, dall'altro l'impossibilità di controllare il risultato - altrimenti non ci sarebbe area d'incertezza - centra l'attenzione sulle procedure).
    E' perfezionata quando costituisce un mercato chiuso, in quanto ottiene:
    1. riconoscimento dello Stato (istituzione di albi, ordini), che si fonda sulle varie ragioni sopra-dette che impediscono l'esistenza di un "mercato" in senso proprio (che presuppone ad es. la capacità del cliente di esercitare direttamente un controllo attraverso il libero gioco della do-manda e dell'offerta), nonchè sul riconoscimento della rilevanza sociale dell'area d'incertezza in cui operano i professionisti;
    2. riconoscimento pubblico o visibilità sociale, fondati su immagine positiva della professione (serve a qualcosa e sa rendersi utile), su sua distinzione da altre (fornisce un contributo speci-fico di expertise, diverso da quello fornito da altre professioni), nonchè su valori fondativi (espressi di norma da un codice deontologico o da principi etici alla base della professione)
    3. controllo degli accessi (esame di ammissione ad albi, ordini; controllo sui percorsi formativi - esempio Giornalisti). N.B., esistono "dosaggi" diversi nei ruoli assegnati ai percorsi forma-tivi o di praticantato
    4. autovalutazione (giudizio dei pari, tariffario, controllo metodologico interno)
    5. riserva di legge all'esercizio
    Di fatto, in difetto di riconoscimento statale, i percorsi di professionalizzazione maggiormente seguiti (possibile più di una risposta) sono:
    1. Associazione professionale volontaria
    2. Istituzione di percorsi formativi specifici
    3. Opinione pubblica favorevole
    In assenza di tali percorsi si ha:
    1. maggior controllo del mercato e delle organizzazioni (potere versus competenza)
    In generale, la logica della professionalizzazione appare bivalente rispetto alle tendenze in atto.
    E' coerente con la crescente precisazione di competenze legate allo svolgimento di compiti "spe-cialistici", a sua volta dipendente dal tema della "fiducia" nei "sistemi esperti" (Giddens)
    E' contraria alla logica della competizione in quanto, per sua natura, tende a delimitare un mer-cato protetto, in due sensi:
    1. rispetto alla valutazione del cliente dei risultati (in qualche modo limitata dall'esistenza di un albo, ordine o di una forte autovalutazione del servizio da parte dei professionisti)
    2. in termini di monopolio della produzione di un servizio (che consente di sottrarsi all'alea del mercato dal lato dell'offerta) e di riconoscimento di un'area di esercizio esclusivo dell'attività (l'altra faccia del monopolio, lato domanda e non solo offerta)


  4. Il caso del sociologo Quali fattori sociali sono favorevoli al suo ruolo?
    1. crescente domanda di identità, collettiva e individuale; essa produce un aumento della riflessi-vità, che assegna crescente spazio alle discipline che forniscono un contributo alla "capacità della società di riflettere su se stessa" (Giddens, Touraine). In breve, ciò deriva da:
      1. minore capacità euristica delle variabili strutturali (a livello sociale, mettendo però in crisi an-che gli strumenti tradizionali di lettura della società di cui dispone la sociologia), che ne atte-nua anche l'impatto sulla costruzione dell'identità individuale (Pamela Bott: l'identità sociale non è più un dato, ma un problema);
      2. mutamenti nei processi, negli attori, nei contenuti, negli esiti dei processi di socializzazio-ne(frammentazione/proliferazione delle identità);
      3. maggiore domanda di senso e distrumenti capaci di favorire l'autoproduzione di senso (favo-risce non solo sociologia, ma anche psicologia, psicologia sociale e altre scienze "umane");
      4. maggiore domanda di previsione/prefigurazione di scenari per progettare il futuro (a livello individuale e collettivo; come osservava C.W. Mills, la sociologia deve aiutare la gente a ca-pire);
    2. crescente domanda di "saperi trasversali" o di funzioni "integrative" a livello sistemico (es., Pacifici 1995), sia all'interno delle organizzazioni che nei loro rapporti con l'ambiente e a livello societario più generale;
    3. crisi del Welfare State, che pone nuove sfide sul versante della costruzione e valutazione di "nuove politiche sociali" (vedi oltre).
    Tutto questo assegna un ruolo importante alla sociologia (e ad altre scienze dell'uomo, quali psicologia, scienza politica, ecc.), nonchè un'attenzione crescente alla ricerca sociale, ma:
    1. è necessario rinnovare l'apparato teorico e metodologico della sociologia, in quanto anch'esso soffre del fatto di studiare fenomeni nuovi con strumenti teorici forgiati nell'ottocento e con pratiche di ricerca spesso di stampo neopositivistico;
    2. è necessario rifondarne l'etica, alla luce delle mutate condizioni strutturali (cittadini e ammi-nistrazioni più consapevoli, minore consenso su metodi e tecniche, pluralità di teorie e schemi di riferimento).
    Quali fattori sociali rendono difficile il ruolo del sociologo?:
    1. innanzi tutto, il fatto che l'oggetto della sua riflessione coincide con quello dei singoli membri consapevoli di una società. Per dirla con Blalock jr., "poiché ciascun essere umano tende a consi-derarsi il sociologo, lo psicologo e l'economista di se stesso e poiché sembra possibile spiegare molti fenomeni sociali ricorrendo esclusivamente al buon senso, qualcuno è tentato di credere che il sociologo non abbia una funzione realmente necessaria" (1976: 17). A ciò si aggiunga che, co-me osserva Giddens, "il profondo impatto della scienza sociale sulla costituzione delle società moderne rimane nascosto. Le 'scoperte' della scienza sociale, se hanno un sia pur minimo interes-se, non possono rimanere a lungo delle scoperte; in realtà, più sono illuminanti, più è probabile che siano incorporate nell'azione, diventando così dei principi correnti di vita sociale" (1984/1990: 341)
    2. la "cattiva" sociologia scaccia quella buona. La maggiore diffusione presso l'opinione pubbli-ca della teoria e della ricerca sociologica è basata in misura consistente, anche se non esclusiva, da un lato su opinioni espresse da singoli esponenti della comunità scientifica non sempre in sin-tonia con le acquisizioni teoriche e di ricerca della disciplina; dall'altro lato, su sondaggi d'opinione, non di rado banalizzatori dei problemi sociali. A ciò si aggiunga la diffusione di mi-scele di interpretazioni teoriche ed evidenze empiriche poco connesse tra loro (es. Rapporti CENSIS) e lo scarso controllo della comunità scientifica sulla produzione sociologica. Tutto que-sto per tacere dell'eventuale uso deliberato della ricerca per produrre legittimazione e consenso (quando è più importante far sapere che "è stata fatta una ricerca" piuttosto che diffonderne i ri-sultati).
      Rispetto ai requisiti fondativi di una professione, per il sociologo si può sinteticamente osservare:
      1. comune sapere: manca perché esistono pluralità di approcci sia teorici che metodologici, né viene sufficientemente curata la cumulatività "di medio raggio" possibile in molti campi
      2. comuni valori straordinariamente trascurato il tema del codice deontologico: l'AIV lo ha ap-provato assieme al proprio statuto! AIS e So.I.S., se non erro, ne discutono da anni. Di contro, su questo terreno è possibile probabilmente trovare convergenze molto più rapide e condivise che non sul 'comune sapere'.
      3. area riservata di esercizio di attività: manca non solo per l'inesistenza di un ordine profes-sionale, ma anche per la pluralità di attività svolte dal sociologo e la pluralità di figure profes-sionali che operano nel sociale. Tra l'altro, come osserva Niero (1996), le professioni sociali presentano un'elevatissima necessità di legittimare continuamente la propria identità.
      Esiste al momento:
      1. Associazione professionale volontaria (So.I.S.), che non costituisce tuttavia fonte di legitti-mazione paragonabile a quella svolta da analoghe associazioni in Paesi privi di ordini profes-sionali
      2. Istituzione di percorsi formativi specifici (Laurea in Sociologia), che tuttavia concorre con indirizzo politico sociale di Scienze politiche e Scienze dell'educazione
      3. Opinione pubblica favorevole: da creare, anche modificando quella attualmente corrente. Si osserva che il bisogno di sociologia, ossia di una lettura della società in chiave sociologica e con gli strumenti della ricerca socialeè oggi largamente diffusa. Molto meno, a quanto pare, il bisogno di sociologi.


  5. Alcune riflessioni e proposte
    1. da chi ci difendiamo e come?
      mi riferisco, in forma provocatoria, al crescente affollamento delle "professioni del socia-le", che genera una costante ridefinizione delle competenze e delle reciproche interazioni. Basti pensare al caso dello psicologo, dello psicologo sociale, dell'assistente sociale (figu-ra rafforzata dalla creazione dell'albo e del D.U.), del formatore, dell'educatore, del valu-tatore, dell'esperto in organizzazione aziendale, dell'esperto in comunicazione (istituzio-nale, aziendale, ambientale, ecc.). L'esperienza comune dei sociologi è stata, fino a pochi anni fa, quella della collaborazione con professioni "forti" (in quanto dotate di maggiore legittimazione e riconoscibilità sociale): i medici nella sanità; gli urbanisti nella pianifica-zione; gli economisti nella programmazione e nell'organizzazione aziendale; ecc. In questi casi era facile per il sociologo sia rimarcare la propria debolezza relativa, sia tuttavia diffe-renziare la propria figura dalle altre (il problema era crearsi uno spazio, meno un'identità). Negli anni più recenti si assiste invece, in accordo con l'espansione delle professioni so-ciali, ad una maggior frequenza delle collaborazioni (ma anche della concorrenza) con al-tre professioni più prossime, da cui discende la necessità di meglio definire le "core com-petencies" del sociologo e di meglio sviluppare quella trasversalità che in un passato anco-ra recente lo contraddistingueva in modo preminente se non esclusivo
    2. a chi ci proponiamo e come?
      la definizione delle competenze non può essere disgiunta dalla definizione dei "nuovi mercati" sui quali si gioca la futura spendibilità della professione di sociologo. Un elenco non esaustivo comprende i seguenti campi:
    3. la valutazione delle politiche pubbliche. Non si tratta di un campo completamente nuovo, in quanto il sociologo è stato già coinvolto, anche se spesso come attore non protagonista, nella programmazione pubblica e, nel caso specifico dei servizi socio sa-nitari, anche nella loro valutazione. I nuovi modelli di programmazione, ormai conso-lidati sia a livello pubblico che privato, vedono però nella valutazione un elemento co-stitutivo del processo di programmazione; e proprio la valutazione degli impatti sociali costituisce un terreno di lavoro estremamente fecondo.
    4. processi decisionali e comunicazione. Nuove relazioni si sviluppano fra i tre soggetti tradizionali del processo decisionale: la direzione (politica o imprenditoriale), i tecnici, il pubblico (i cittadini o i clienti). La caduta delle legittimazioni"politiche" (rappre-sentatività delle istituzioni o autorità del management aziendale) e la minore propen-sione ad affidare ai "tecnici" (sulla cui neutralità vengono finalmente avanzati dubbi) le responsabilità della decisione fanno crescere nuovi bisogni di comunicazione (sem-pre meno unidirezionale); stimolati anche dalle nuove tecnologie. La stessa eclisse delle letture meramente conflittuali delle relazioni tra i diversi attori dei processi deci-sionali favorisce una visione cooperativa al cui interno la comunicazione costituisce un elemento essenziale. Anche in questo caso il sociologo ha molte carte da gioca-re,per realizzare il circuito virtuoso "politici responsabili" - "tecnici con funzione di chiarificazione dei temi e dei problemi"- "cittadini partecipi in modo consapevole".
      Analoghe considerazioni possono esser svolte per quel che concerne le rivoluzioni in atto nelle imprese, con la diffusione di modelli cooperativi e comunicativi di gestione aziendale, con la nuova attenzione alla soddisfazione del cliente come elemento co-stitutivo della qualità del prodotto o del servizio. Anche qui, nuovi campi d'azione per il sociologo.
    5. i grandi problemi sociali e il "nuovo welfare". Non si può dire che i sociologi siano stati i protagonisti della costruzione del sistema di welfare oggi in discussione. Piutto-sto ne sono stati analisti "esterni", o sono stati implicati in singoli spezzoni del siste-ma(prevalentemente la componente socio sanitaria). Il dibattito in corso richiede un ampio ricorso al sociologo, sia per la lettura dei bisogni sociali che perla loro integra-zione nelle politiche: in altre parole, robuste iniezioni sia di teoria che di ricerca.
      Senza indulgere oltre in sollecitazioni, si può osservare più in generale che la centralità della persona o della risorsa umana (nelle politiche sociali e nelle organizzazioni) richiede una scienza capace di coglierla nella sua interezza.
    Qualche suggerimento:
    1. educare i clienti. Se è vero che (quasi) tutti oggi fanno o pensano di poter fare i sociologi, è altrettanto vero che oggi ai sociologi viene chiesto di fare tutto o quasi tutto. Anche di qui na-scono i ricorrenti problemi di identità, in quanto dall'esterno non viene effettuata quella deli-mitazione di competenze che favorisce la riconoscibilità sociale della professione. Di qui la necessità di una "campagna" di educazione dei potenziali clienti, effettuata "in positivo", os-sia attraverso la valorizzazione delle specificità del sociologo (in termini di prodotti/servizi), ma anche "in negativo", ossia declinando incarichi che poco hanno a che vedere con la pro-fessione di sociologo. Un cenno particolare merita il fatto che in passato la spiegazione so-ciologica è stata intesa come attribuzione di responsabilità alla società di atti individuali, quindi come una spiegazione che favorisce la deresponsabilizzazione degli individui (spesso per atti devianti) piuttosto che la responsabilizzazione della società. Più difficilmente si è colto (anche per colpa dei sociologi) che l'analisi della dimensione sociale degli eventi che si manifestano a livello individuale non esclude l'imputazione individuale di responsabilità, ma consente semmai iniziative di prevenzione o di programmazione degli interventi.
    2. educare i sociologi. Non di rado la sociologia si è mostrata incline non tanto alla tuttologia, quanto alla "plausibologia", ossia alla tentazione di fornire spiegazioni plausibili dei fenome-ni, senza preoccuparsi troppo della necessità del duplice ancoraggio alla teoria, da un lato, e alla ricerca empirica, dall'altro. Spiegazioni astratte piuttosto che teoriche o letture "plausibi-li" piuttosto che rigorose dei dati di ricerca hanno spesso attenuato le capacità esplicative della sociologia, confermando il facile pregiudizio secondo cui la sociologia è l'equivalente della codificazione pseudoscientifica di acquisizioni di senso comune. Di contro, occorre che il sociologo per primo sottolinei che la sociologia è teoria e metodo, più "spendibilità" della ricerca (Cipolla, Bezzi), dove la spendibilità corrisponde all'utilità sociale di una disciplina nata per dare risposte alle cause, alle caratteristiche, alle tendenze evolutive, del nuovo ordine sociale scaturito dalla rivoluzione industriale e politica. Mi permetto su questo punto di ri-chiamare quanto ebbi occasione di osservare oramai sette anni fa:
    "Naturalmente, il cattivo uso della sociologia e i cattivi sociologi sono favoriti da: - scar-so consenso nella comunità scientifica attorno a modelli e procedure d'analisi e d'interpretazione dei risultati; - scarso controllo scientifico sulla ricerca ; - scarso controllo etico (assenza di un co-dice deontologico) sull'impiego del sociologo e della sociologia nel processo decisionale pubbli-co; - scarsa capacità, da parte dell'opinione pubblica, ma spesso anche da parte dei committenti, di definire con precisione la figura professionale del sociologo (e le relative aspettative di ruolo e di prestazione); - confusione nell'opinione pubblica sul carattere scientifico della sociologia, a causa anche della scarsa visibilità della stessa; - eterogeneità dei percorsi formativi dei sociologi e prevalenza della formazione on the job, ulteriore motivo della difformità degli approcci e delle prestazioni; - concorrenza tra sociologi, favorita dall'esistenza di un "esercito di riserva" della ri-cerca sociale tra i neo laureati". (Palumbo1992).


  6. Le sfide per l'etica e la deontologia
    Il problema etico e dentologico assume a questo punto un rilievo diverso che per altre pro-fessioni, per almeno i seguenti motivi:
    1. non si tratta tanto di "disciplinare" l'esercizio di una professione consolidata, quanto di utiliz-zare la deontologia per rafforzare lavisibilità e sollecitare l'utilizzo (appropriato) della professionalità sociologica
    2. la dimensione etica riguarda sia il "cliente singolo" (ente, istituzione, organizzazione) che la società nel suo insieme. Essa è sempre presente, sullo sfondo di ogni attività del sociologo;
    3. la certificazione della qualità della professione e della prestazione del sociologo va effettuata "spostando in avanti la tutela del cliente", intesa in senso evolutivo e non meramente difensi-vo. Anche sotto questo aspetto, un buon codice deontologico costituirebbe sicuramente un ot-timo punto di partenza ed un segnale significativo, considerando l'istituzione di ordine e albo un punto di partenza piuttosto che di arrivo.
    A ciò si aggiunge che la creazione di un'opinione pubblica favorevole è basata su:
    1. ciò che spieghiamo (= di cosa ci occupiamo, + come lo facciamo). Tra Durkheim e Weber (contavl'oggetto o il metodo?), la mediazione è il "taglio" sociologico con cui affrontiamo i fenomeni;
    2. come viene usato ciò che spieghiamo (circolo virtuoso politici-tecnici-popolazione; possibile esempio ambiente): le responsabilità sociali della sociologia, tema su cui oc-corre riflettere al di là del comprensibile interesse alla legittimazione della professione
    3. come si rapporta il sociologo alle altre professionalità (in problemi complessi, approc-cio multidisciplinare = multiprofessionale, ma allora occorre difendere sia le core competencies che le funzioni "integratrici").


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