Prof. Everardo Minardi
Sociologia Generale


Modelli di immigrazione

di Stefano Cifiello


1 - Introduzione

Per lo studioso, il tema immigratorio risulta stimolante in quanto esso, forse più di altri, per poter essere validamente conosciuto, lo costringe all’utilizzo di strumenti e modelli in grado di saper cogliere la radicale mutabilità dei fenomeni sociali.

Sull’immigrazione, in questi anni, si sono stratificati diversi tentativi di modellizzazione, da quelli semplicemente storico-descrittivi (Melotti 1991) di quanto, finora si è manifestato, agli altri che cercano più chiaramente di mettere in evidenza le forze propulsive e le relazioni tipiche del fenomeno immigratorio, anche alla ricerca di forme di predittività.
 
 

2 - Modelli classici


 




I più semplici, cercano di spiegare l’andamento del mercato del lavoro in presenza di immigrati.

Al modello base, astrattamente teorico in quanto fondato sulle consuete ipotesi di concorrenza perfetta e piena informazione da parte degli operatori sulle caratteristiche dei mercati (Garonna 1993), che prevede lo spiazzamento della forza lavoro locale da parte di quella immigrata, si oppone il modello dualistico di Piore (1979). Quest’ultimo, variamente ripreso da Lewis, da Harris-Todaro e da Cole e Sanders (Anderlini 1992, Venturini 1989), considera il Mercato del lavoro dei paesi industrializzati articolato in un settore interno, moderno, con alti salari, stabile e protetto, che può anche presentare un esubero di lavoratori nazionali, e in un settore esterno, che manca di garanzie sociali e di stabilità, ma di più facile accesso per i lavoratori stranieri, sul quale un’eventuale disoccupazione nel mercato primario non ha alcun effetto.

Per Lewis questi due mercati, molto semplicemente, si mantengono sempre in opposizione e la loro divisione è da considerarsi perpetua. Nel modello Cole e Sanders invece si presuppone la diversificazione degli immigrati in quanto dotati di differente "capitale umano" (istruzione, qualificazione, etc) e compositi obiettivi di inserimento. Alcuni immigrati aspirano ad entrare nel settore urbano moderno, altri nel settore urbano di sussistenza. Quindi, la concorrenza fra immigrati e autoctoni è possibile, ma parziale. Nel modello Harris-Todaro, infine, il lavoratore immigrato ha come obiettivo reale dell’inserimento il mercato interno, moderno, urbano, organizzato, anche se ciò per lui comporta il passaggio obbligato e transitorio attraverso un settore urbano di sussistenza (mercato esterno di Lewis). Quindi, a differenza del primo modello, i due settori sono comunicanti ed è possibile effettuare travaso di forza lavoro fra l’uno e l’altro. In questo senso può nascere rivalità fra autoctoni ed immigrati, anche se differita nel tempo.

Rispetto all’ipotesi, da noi già introdotta in altri lavori (Cifiello 1997), di considerare il fenomeno immigratorio come una tipologia di fluido, i modelli di immigrazione proposti possono, proprio per la limitatezza delle variabili in campo, essere considerati assimilabili ai problemi più generali di miscelazione di due fluidi. I modelli precedentemente descritti presuppongono semplicemente un diverso livello di viscosità che determina il modo ed il tempo con cui due fluidi si combineranno.

Si ha una viscosità nulla nel "modello base", una viscosità diversificata internamente nel modello di Cole e Sanders; che si attenua nel tempo nel modello Harris-Todaro, estremamente alta (assoluta) nel modello Lewis. Nulla emerge, però, sulle modalità con cui questa miscelazione avviene.
 
 

3 - Modelli multivariati


 




Ben più complessi sono quei modelli di immigrazione che tentano di esplicitare le relazioni fra andamento del Mercato del lavoro e le forme di integrazione sociale degli immigrati. Qui il numero delle variabili in gioco è ben maggiore.

Un modello di questo tipo è quello di Bastenier e Dassetto (1990). Esso sostiene che il ciclo immigratorio ha una logica di sviluppo simile in tutti i paesi europei ed è scandito in 2 momenti. Il primo, è quello della marginalità salariale, in cui non c’è una vera concorrenza fra immigrati ed autoctoni, in quanto alla domanda di lavoro immigrato risponde il mercato secondario del lavoro. Il secondo momento vede comparire le donne ed i bambini attraverso i ricongiungimenti familiari. Si assiste così ad un processo di stabilizzazione che, con la maturazione delle seconde generazioni, dà origine a diverse strategie di posizionamento sociale nel tentativo di uscire dalla marginalità.

Ancora più evoluta la modellizzazione di Böhning (1991) che propone uno schema evolutivo in quattro stadi. Il primo caratterizzato dall’arrivo di giovani di sesso maschile provenienti dalle aree più sviluppate del paese di origine, con qualifiche abbastanza elevate e con un alto tasso di attività nel paese di immigrazione, ma con progetti di ritorno a breve scadenza. Il secondo stadio si caratterizza per l’aumento dell’età media e della percentuale di sposati fra gli immigrati. Nel terzo stadio cresce anche la percentuale di donne giunte per il ricongiungimento familiare, aumentano i tempi di permanenza, ma diminuisce la quota di lavoratori attivi. Il quarto stadio vede infine un’elevata presenza di immigrati con progetti di permanenza a lungo periodo. In questo ultimo stadio, quello maturo, gli immigrati si fanno portatori di una crescente domanda di servizi sociali e di iniziative di tipo rivendicativo.

Il "difetto" principale di tale modellizzazione, già più completa delle precedenti, è la sua eccessiva linearità, che non dà spazio a segmentazioni del fenomeno.

Per questo, anch’essa, può essere utilmente integrata dal modello definito della salad bowl (Scidà 1993), che opponendosi alla metafora assimilazionista del melting pot, presuppone la coesistenza di gruppi con diverse aspirazioni; alcuni interessati ad una piena assimilazione nella società ospitante, altri che non sono disposti o non ritengono utile mettere in discussione la propria identità etnica (Ferrarotti 1988). Questo modello si fonda sulla negazione di un’unica struttura di integrazione a livello valoriale e normativo di stampo parsonsiano, e riconosce come il singolo possa scegliere identificazioni diverse, sia nei confronti del gruppo etnico, sia nei confronti di altri gruppi strumentalmente più utili (Reyneri 1993).
 
 

4 - Un modello non lineare


 




Tuttavia, per integrare la realtà con cui oggi si manifesta il fenomeno immigratorio, il modello si deve ulteriormente complicare, nel senso pieno del termine, cercando di integrarvi l’azione strutturante di tutte quelle forze prece-dentemente descritte. E ciò, come è risaputo, non potrà che diminuire il livello di predittività, ad esso connesso.

Occorre, allora, tentare una svolta paradigmatica, che assuma in pieno una dimensione interpretativa olistica e dinamica. Si deve innanzitutto riconoscere che:

non sono concetti applicabili solamente al percorso di vita del singolo ma, con una sorta di meta-spostamento, all’intero fenomeno immigratorio.

La nostra elaborazione porta a due modelli interpretativi dell’immigrazione.

Nella 1° ipotesi, lo strano oggetto che abbiamo chiamato flusso migratorio, ha come vera forma quella di un Insieme di Mandelbrot o di una nuvola; dotati di confini di complessità infinita e di complicazioni tendenzialmente invarianti. Se così fosse, le componenti del sistema, gli individui, si muoverebbero attivamente in un insieme molteplice di relazioni (di cui abbiamo dato qualche esempio) in cui essi sono inconsapevolmente presi e che influiscono in maniera determinante le loro possibilità, ma che sfuggono sia all’osservatore, sia all’osservato, perché le potenzialità di relazione sono infinite e tutti operanti.

Nella 2° ipotesi, quella che noi riteniamo più valida, la nostra elaborazione ci porta ad un modello che rende conto delle caratteristiche del flusso immigratorio rappresentandolo come un fiume, in cui ogni singola componente (il singolo immigrato) è preso fra due "attrattori strani" (Gleick 1987): uno che induce un effetto di linearità, di "sommersione" nella società autoctona e ai fenomeni che la riguardano e l’altro che produce un effetto di turbolenza a valenza centripeta, con spiccate tendenze di riduzione (impossibile) all’uno e all’identico (auto-isolamento).

A seconda della "fase" uno dei due "attrattori" si impone sull’altro, facendo assumere al flusso o uno stato lineare o una condizione di turbolenza.

In questo modello (che non è una metafora) siamo certi che a momenti di linearità seguono momenti di turbolenza, ma la forza e la durata degli uni e degli altri è inconoscibile; anche se la forza e la durata dei momenti di turbolenza determina la forza e la durata di quelli di linearità e viceversa.

Allora, tutto il fenomeno immigratorio, in tutti i suoi aspetti, (ad esempio: l’andamento del Mercato del lavoro, lo sviluppo delle forme di integrazione sociale etc) e per tutte le dimensioni prese in esame, sia nel livello "micro" che in quello "macro", si snoda come un susseguirsi di momenti di contrazione/solidificazione e momenti di espan-sione/diffusione.

Un esempio, applicato ad un sotto-fenomeno semplice, ma allo stesso tempo ideal-tipico, in quanto connesso proprio alla mobilità nello spazio, può illustrare meglio il modello.

E’ noto come la grande città abbia un ruolo fondamentale nella fase iniziale del percorso immigratorio; allorquando, però, l’immigrato decida di abbandonarla egli punta decisamente verso luoghi "periferici" in cui può ritagliarsi condizioni di vita migliori (Aaster 1993). In questo modo, ad una prima fase di concentrazione, corrisponde una seconda fase di dispersione. La mobilità immigratoria si sviluppa così costantemente da un centro alla sua periferia, che diventa a sua volta punto di partenza per un nuovo balzo nella società ospitante. Infatti, prima i gruppi si concentrano, poi da essi emergono gli individui colonizzatori di altre zone, le quali diverranno poi punto di nuova concentrazione, anche se di minore entità rispetto alle precedenti, da cui partiranno nuovi "colonizzatori" e così via.
 
 

5 - Conclusioni


 




Il melting pot è possibile, anche se, forse, solamente possibile, ed il problema è allora quello di identificare il come, il perché, il quando ciò avvenga e all’opposto il come, il perché, il quando il processo di arresti in una fase di contrazione, di auto-isolamento nella società ospitante.

Il come. Paradossalmente, tutti gli interventi (istituzionali, culturali, di formazione, assistenziali etc) volti a sottolineare una specificità dell’immigrato, nel momento in cui tendono a favorire una migliore qualità della vita, determinano punti di turbolenza, effetti di rallentamento del flusso.

Ma, allo stesso modo, l’autonoma ricerca da parte dell’immigrato di livelli anche minimi di qualità di vita accettabili, a fronte del disinteresse della società ospitante, non può che produrre, a sua volta, forme sia pure semplicissime di aggregazione e quindi di nuovo di turbolenza.

Ma anche un Welfare State perfetto, fondato su una perfetta uguaglianza di diritti (la ricerca della linearità assoluta), non potrà che sollecitare progressivamente l’attrattore centripeto che produrrà, qua e là, prima o poi, isole di identificazione oppositiva (c’è sempre una richiesta di qualcosa di meglio o di peggio) con conseguenti effetti di turbolenza.

Occorre però scoprire anche il perché di questo come. Vale a dire il perché si manifesti questa oscillazione fra momenti integrativi e momenti centripeti.

Forse il perché, più vero, fondamentale, ma più remoto, è nel rapporto determinato/indeterminato su cui si fonda il rapporto soggetto/ istituzione sociale (Crespi 1985), a cui consegue da un lato la relazione sempre aperta: vecchia identificazione/nuova identificazione, che rilancia l’altra relazione, anch’essa aperta, fra identità ascrittiva e identità soggettiva.

Presumibilmente è proprio quest’ultima che conduce l’immigrato nel suo percorso fra vecchie e nuove istituzioni sociali, fra paese di provenienza e paese di immigrazione. In questo senso il processo si contrae e diventa turbolento nel momento in cui forme di identificazione ascrittive, più strutturate, su qualunque piano esse si manifestino, sono scelte, sono accettate, sono mantenute, rispetto ad altre.

Più difficile dire in che momento il flusso inverte il suo andamento da contrazione/solidificazione ad espansione/diffusione o viceversa. Si presume che quando più linee di identificazione trovano una loro coerenza si produca l’effetto di autoripiegamento, al contrario se esse mantengono fra loro una relazione dialettica si produce un effetto di linearità integrante.

La società è un ologramma, in cui le forme di relazioni sono effettivamente compresenti; la vera abilità è vederle tutte nella loro reale esplicitazione. Questo lavoro è un primo e speriamo proficuo tentativo in questo senso, un tentativo di connettere analisi sociologica e dinamica sociale.

 Imola, Forlì, agosto 1998
 




 


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