Prof. Everardo Minardi
Sociologia Generale


"SISTEMA SOCIALE. ISTITUZIONI E POTERE"

SCHEDA DI SINTESI


 



 

La produzione delle strutture:

le ISTITUZIONI e le ORGANIZZAZIONI FORMALI
 
 

Il rapporto soggetti/strutture: la funzione del POTERE
 
 

Parole chiave: POTERE/POTENZA

AUTORITA’/CARISMA

LEGITTIMITA’/LEGALITA’
 
 

 COMPORTAMENTI COLLETTIVI, MOVIMENTI SOCIALI E ISTITUZIONI
 



 SISTEMA SOCIALE, ISTITUZIONI E POTERE
 
 

La produzione delle strutture:

ISTITUZIONI e ORGANIZZAZIONI FORMALI


 


 ISTITUZIONE: (dal Gallino) "Complesso di valori, norme, consuetudini che con varia efficacia definiscono e regolano durevolmente, in modo indipendente dall’identità delle persone, e di solito aldilà della durata della vita di queste:

  1. i rapporti sociali ed i comportamenti reciproci di un determinato gruppo di soggetti la cui attività è volta a conseguire un fine socialmente rilevante o a cui si attribuisce comunque una funzione strategica per la struttura della società o di importanti settori di essa;
  2. i rapporti che un insieme non determinabile di altri soggetti intrattengono a vario titolo con tale gruppo senza farne parte, ed i loro comportamenti nei suoi confronti. Un’istituzione come il matrimonio, per es. definisce e regola da un lato i rapporti tra i due coniugi ed il comportamento dell’uno verso l’altro dall’altro i rapporti che molti debbono tenere o si ritiene giusto che tengano rispetto a qualsiasi coppia unita in matrimonio.

Appunti tratti da: Crespi, Le vie della sociologia, Il Mulino, Bologna, 1994

Da un punto di vista terminologico le istituzioni e le organizzazioni formali possono essere definite come sistemi relativamente stabili di relazioni, retti da norme specifiche, che assolvono a funzioni e interessi della vita sociale.

Il concetto di istituzione non ha un significato univoco nelle scienze sociali. Secondo il punto di vista che verrà adottato in questa sede, considereremo le

ISTITUZIONI SOCIALI come volte alla regolamentazione di funzioni generali della vita sociale (riproduzione, socializzazione, produzione, governo, ecc.) e le
ORGANIZZAZIONI FORMALI (un’azienda, una casa editrice, ecc.) come strutture volte al perseguimento di interessi specifici. Pur nella diversità delle caratteristiche delle due strutture, nei casi concreti non è sempre facile distinguere i confini che le separano.

Cercheremo allora di analizzare alcune delle forme istituzionali ed organizzative più importanti senza pretesa di esaustività e senza poterne approfondire la complessità dei problemi ad esse correlate.
 
 

ISTITUZIONI FAMILIARI

I sociologi, gli etnologi e gli storici contemporanei hanno più volte sottolineato il carattere non univoco del termine famiglia che, nel corso del tempo e a seconda dei luoghi, viene usato per designare forme molto diverse di gruppi sociali e di ordini normativi volti alla regolazione delle relazioni sessuali, della procreazione, della socializzazione, ecc. Prima che tale carattere storico e mutevole della famiglia venisse riconosciuto, essa tendeva ad essere considerata in modo astratto come istituzione universale ed immutabile. Vediamo il contributo in alcuni autori.

COMTE: condizionato dalla società borghese del suo tempo tende a considerare la f. come cellula primaria della società. La f. fondata sulla differenziazione dei ruoli legati al sesso, sul rapporto di autorità dell’uomo sulla donna, dei genitori sui figli, assolve non solo a funzioni patrimoniali legate alla proprietà, ma si costituisce anche come una delle principali fonti della moralità sociale, rappresentata soprattutto dalle donne.

MARX: la f. è figlia della proprietà privata, è il prodotto della struttura economica fondata sulla proprietà privata, laddove lo Stato si fa garante dello sfruttamento di classe nella società e dello sfruttamento e subordinazione della donna e dei figli nella famiglia. La f. è sovrastruttura, è luogo di trasmissione delle disuguaglianze sociali. In base alla sua concezione dialettica della storia, Marx, vuole dimostrare che la f. è un prodotto storico, quindi può essere eliminata con l’eliminazione del capitalismo. Ipotizza quindi per il futuro una f. basata sul rapporto libero di coppia centrato sull’amore.

LEVI-STRAUSS: gli si deve un contributo decisivo all’approfondimento della funzione sociale dello scambio matrimoniale. Egli ha individuato nelle regole che presiedono alla costituzione della famiglia attraverso la scambio esogamico, la funzione di estensione dei vincoli di solidarietà sociale aldilà dei rapporti di consanguineità e di clan. Il tabù dell’incesto e la proibizione di rapporti tra appartenenti alla stessa comunità fonda infatti l’esigenza di scambio tra diversi gruppi familiari e diversi clan, stabilendo regole di reciprocità che favoriscono le comunicazioni e le alleanze tra i gruppi stessi e di conseguenza anche la formazione di unità sociali più estese e complesse.

Le trasformazioni delle funzioni sociali dell’istituto familiare nel passaggio da società preindustriali a società industriali sono state osservate dal punto di vista sociologico anche da Durkheim e Parsons.

DURKHEIM: la f- è il prodotto del processo di sviluppo e di differenziazione progressiva della società stessa. La formazione dell’unità familiare ristretta coincide con l’affermarsi della società fondata sulla divisione sociale del lavoro, caratterizzata dalla solidarietà organica. Malgrado D. riconosca in maniera pessimistica la progressiva perdita di efficacia della f., conserva alla f. stessa una funzione essenziale di integrazione come sede di valori morali.

PARSONS: ha ripreso la tematica relativa alle funzioni della f. nucleare ristretta nella società contemporanea rifacendosi al modello americano. Sostiene la tesi della progressiva specializzazione della f. come agenzia specifica di socializzazione ed integrazione sociale. Se la f. contemporanea ha perso molte delle sue funzioni economiche, educative, assistenziali, ricreative, per l’importanza che hanno assunto le strutture dell’organizzazione produttiva, le scuole, le istituzioni culturali ed i mass-media, i servizi sociali pubblici e privati, gli ambiti associativi ed i gruppi amicali, essa conserva, secondo Parsons, la sua funzione indispensabile riguardo all’interiorizzazione dei valori sociali fondamentali nei primi anni di vita, nel campo della formazione affettiva e cognitiva (LATENCY). P. rivaluta quindi la f. proprio per il suo carattere funzionale al mantenimento del sistema sociale.

Aldilà delle varie posizioni, la f. si presenta oggi come una struttura che riesce in molti casi ad adattarsi alle diverse esigenze della vita individuale e collettiva, in modo forse più duttile di altre formazioni sociali. La stessa crisi del welfare state sembra oggi attribuire alla f. nuove funzioni di compensazione per le molte carenze che si manifestano nei servizi sociali a causa dell’eccessiva complessità e gravosità della loro organizzazione. Malgrado la f. non sia più la principale agenzia di socializzazione, essa continua a costituire un importante filtro delle influenze che provengono dal mondo esterno e quindi il nucleo familiare conserva malgrado tutto una funzione dominante nel processo di socializzazione e di formazione.

ISTITUZIONI E ORGANIZZAZIONI CULTURALI

Le istituzioni culturali sono quei sistemi normativi che assicurano lo svolgimento di funzioni connesse alla produzione, elaborazione e diffusione dei valori e delle regole di tipo cognitivo, etico, religioso, nonché all’apprendimento di competenze teoriche e pratiche. Nella società contemporanea corrispondono a questa immagine di istituzioni volte al perseguimento di fini generali soprattutto le istituzioni educative come la scuola, l’università, i centri di ricerca, di formazione, ecc.. Le strutture che presiedono ai mezzi di comunicazione di massa, invece, sembrano meglio corrispondere alla forma dell’organizzazione connessa a interessi particolari, anche quando svolgono funzioni pubbliche. Un discorso a parte riguarda le istituzioni religiose, quasi riduttivamente inserite in questa sede tra le istituzioni culturali, la cui rilevanza dal punto di vista culturale risiede nel loro essere importanti agenzie di socializzazione e di produzione di valori e modelli normativi. Consideriamo quindi brevemente i singoli settori di produzione culturale sopra distinti.

Le istituzioni educative. Nelle diverse forme che hanno assunto nel tempo hanno in primo luogo la funzione di tramandare il patrimonio culturale accumulato nell’esperienza storica della società. Riprendendo nuovamente i sociologi a noi familiari, per Marx la scuola nella società borghese non è che l’espressione dell’ideologia della classe dominante, e non ha altra funzione che la riproduzione dell’ordine costituito. Non si tratta per Marx di eliminare l’influenza della società (dominante) sulla scuola, ma di trasformare tale influenza in modo che essa non sia più l’espressione delle classi dominanti. Durkheim considera invece i sistemi educativi come espressione delle esigenze funzionali della società nel suo insieme, in quanto finalizzati alla riproduzione delle condizioni di esistenza del sistema sociale stesso. In linea con Durkheim, i funzionalisti e Parsons stesso sottolineano per le istituzioni educative la funzione di riproduzione dei valori e dei significati condivisi, nonché la loro funzione essenzialmente integrativa in rapporto alle esigenze del sistema sociale. Sono poi gli stessi funzionalisti a sottolineare ancora la scarsa capacità innovativa dei sistemi educativi rispetto al rapido sviluppo che caratterizza le società industriali, così che il sistema educativo appare sempre in una certa misura inadeguato rispetto alle esigenze della società in cui opera.

I mezzi di comunicazione. Le diverse organizzazioni che nelle società contemporanee presiedono ai mezzi di comunicazione di massa (radio, TV, stampa), riflettono in gran parte gli interessi politici ed economici di gruppi pubblici e privati nella diffusione delle informazioni, nelle attività di interpretazione dei diversi processi sociali e degli eventi storici, nella produzione di orientamenti e valori di tipo conoscitivo, morale e religioso. I mass-media hanno quindi acquistato una rilevanza sempre maggiore nei processi di costruzione della realtà sociale; tali mezzi, inoltre, non solo trasmettono in modo implicito o esplicito le comunicazioni dei diversi gruppi sociali, ma possono costituirsi a loro volta come fonti relativamente indipendenti di produzione di senso, venendo così a configurarsi come centri autonomi di decisione e di potere. Lo sviluppo della sociologia delle comunicazioni di massa è inevitabilmente recente e sin dall’inizio le ricerche mostrano un atteggiamento ambivalente nei confronti del nuovo fenomeno dei mass-media: da un lato questi vengono considerati come strumenti per la promozione di informazione e comunicazione sociale in ordine a una sempre migliore partecipazione sociale e a una più omogenea culturalizzazione dei diversi strati sociali. Dall’altro lato si tende invece a sottolineare la funzione ideologica di manipolazione delle coscienze operata dai mass-media, in quanto strumenti di controllo esercitati da élites di potere e da gruppi di interesse. La legittimazione dell’ordine costituito e l’induzione nelle masse di atteggiamenti passivi, deresponsabilizzanti, superficiali e acritici, vengono visti come gli effetti reali del massiccio martellamento di informazioni, notizie, rappresentazioni messo in opera dai diversi mezzi di comunicazione.

Istituzioni religiose. La sociologia sin dalle sue origini ha rivalutato la dimensione religiosa come elemento specifico essenziale per la costituzione dell’ordine sociale e come fenomeno culturale strettamente connesso ai meccanismi di integrazione del sistema sociale. In una prospettiva di trasformazione delle forme religiose tradizionali a favore di una religiosità laica, Saint Simon, Comte, Durkheim tendono a considerare l’elemento religioso come una componente universale della società degli uomini che occorre orientare in senso funzionale alla promozione della solidarietà e dell’integrazione sociale. Anche in Marx la religione è una dimensione strettamente connessa alle strutture sociali, ma essa viene vista come una delle cause principali di alienazione dell’uomo e analizzata come prodotto della logica del dominio, e dello sfruttamento. In Weber la religione ha una diretta influenza normativa sulla vita sociale, sul modo di considerare il potere e sulla stessa attività economica. In particolare il cristianesimo nella sua versione protestante appare in Weber come una delle fonti del progressivo affermarsi dei modelli di razionalità e di ascetica mondana che sono stati alla base dello sviluppo del capitalismo. A partire da queste impostazioni iniziali, la sociologia delle religioni si è venuta sviluppando prevalentemente secondo due orientamenti:

  1. funzionalista, che considera la religione in riferimento al problema dell’integrazione sociale come istituzione che offre valori, motivazioni, orientamenti normativi per l’adattamento degli individui agli ordinamenti costituiti;
  2. critico, legato alla tradizione marxista, che sottolinea invece il carattere ideologico della religione in quanto funzione sociale corrispondente a interessi di classe.
ISTITUZIONI E ORGANIZZAZIONI ECONOMICHE

Le istituzioni economiche sono quei sistemi normativi di relazione che regolano l’attività di lavoro, nonché lo scambio e la distribuzione delle risorse e dei prodotti: nelle società industriale contemporanee; tra le principali formazioni economiche figurano la proprietà, il mercato, il sistema monetario e finanziario, gli enti pubblici della programmazione, le società, le fabbriche, le banche, le società assicurative, ecc. Anche in questo caso il confine tra istituzioni in senso proprio e organizzazioni non è sempre facilmente delimitabile: se la proprietà, il mercato, il sistema monetario, gli enti pubblici appaiono come vere e proprie istituzioni socio-economiche che regolano in via generale i rapporti economici fondamentali, le società di produzione, le fabbriche, le banche appaiono piuttosto come organizzazioni volte al perseguimento di interessi settoriali.

Le forme istituzionali e organizzative che presiedono all’attività produttiva e allo scambio commerciale come alla distribuzione di servizi, hanno presentato nel tempo profonde variazioni a seconda delle condizioni dell’ambiente naturale e sociale, delle forme di cultura dominanti, del livello tecnologico raggiunto, ecc. Ciò che si vuole dire è che per determinare di volta in volta le particolari modalità e funzioni che assumono le istituzioni economiche, occorre considerarle sempre nel loro concreto contesto storico culturale e sociale e nel loro rapporto con le altre istituzioni familiari, culturali, politiche e con le strutture della stratificazione sociale. La sociologia contemporanea, dopo le grandi analisi economico-sociali di Marx e le teorizzazioni di Weber, si è rivolta principalmente allo studio delle diverse forme del lavoro industriale. Interessante è la teorizzazione di Weber, che ha messo in evidenza il processo in base al quale l’attività produttiva di tipo capitalistico ha dato vita alle imprese industriali, ovvero a organizzazioni formali caratterizzate da criteri di razionalità funzionale e da strutture burocratiche gerarchizzate, fondate sulla specializzazione delle competenze. Sia Marx che Weber avevano dimostrato inoltre che nel sistema economico capitalista la produzione tendeva a svilupparsi secondo una logica ispirata unicamente a criteri di profitto e di accumulazione del capitale. Una posizione relativamente più ottimista è invece quella di Durkheim che considera il fenomeno dello sviluppo della divisione del lavoro sociale come base per la costituzione di nuove forma di solidarietà di tipo organico, purché il sistema sociale sia in grado di offrire forme istituzionali di tipo corporativo (associazioni e gruppi professionali) che corrispondano alla nuova situazione assicurando una normativa adeguata.

I successivi orientamenti della sociologia del lavoro e dell’industria hanno riguardato aspetti più circoscritti, relativi all’ambito dell’organizzazione della produzione e possono essere circoscritti secondo 2 direttrici principali:

  1. teoria dell’organizzazione scientifica del lavoro;
  2. teoria delle relazioni umane;
teoria dell’organizzazione scientifica del lavoro. Si afferma nei primi decenni del’900 negli USA, in Inghilterra e Francia (il teorico più noto è Taylor) e analizza i problemi dell’azienda esclusivamente dal punto di vista dell’imprenditore e in base a criteri "razionali" di massimizzazione del profitto e di aumento dell’efficienza produttiva. I lavoratori in questa teoria vengono considerati come individui razionali mossi unicamente da interessi di tipo utilitaristico e dal desiderio di guadagno.

teoria delle relazioni umane. Scuola americana che si afferma negli anni ’30 sotto la guida di Elton Mayo. Le sue ricerche hanno segnato una svolta in quanto hanno mostrato che il problema del rendimento del lavoratore non è unicamente riferibile alle condizioni fisiche dell’ambiente di lavoro, alla distribuzione dei tempi e agli incentivi salariali, ma deve essere analizzato all’interno di un insieme complesso di relazioni di tipo psicologico e sociale. Le ricerche misero in evidenza che il lavoratore non agisce mai come individuo isolato, mosso da puri calcoli utilitaristici di tipo egoistico, bensì come membro di un gruppo, dal quale provengono motivazioni e criteri che incidono direttamente sull’atteggiamento riguardo il lavoro e sul rendimento. A partire da queste osservazioni, fu mostrata l’importanza dei rapporti informali e della presenza di una leadership informale nel determinare le norme del gruppo.

ISTITUZIONI E ORGANIZZAZIONI POLITICHE

Sono quei sistemi normativi di relazione che assicurano la funzione di governo, di rappresentanza e di controllo del sistema sociale globale. Nelle società industriali contemporanee le istituzioni politiche fondamentali sono rappresentate dallo Stato, con le sue funzioni di governo, legislative e amministrative, dai partiti politici e dai sindacati. Anche se queste due ultime formazioni, in quanto volte per lo più alla rappresentanza e difesa di interessi di forze sociali e categorie specifiche, presentano caratteri assai vicini a quelli delle organizzazioni, quali organizzazioni politiche in senso proprio potranno essere considerati quei gruppi di interesse che agiscono anche indipendentemente dalle forma costituzionali o attraverso di esse. Nelle società contemporanee inoltre lo Stato è venuto assumendo una struttura sempre più complessa: se infatti da un lato esso ha mantenuto la tradizionale divisione delle funzioni legislative, esecutive e amministrative, dall’altro esso è venuto allargando sempre più l’ambito del suo intervento, svolgendo direttamente funzioni di tipo economico, finanziario, assistenziale, di servizi, secondo il modello del Welfare State, affermatosi negli USA negli anni ’30. La teoria sociologica non ha sviluppato vere e proprie teorie dello Stato se non a partire da Weber. E’ con Weber che la riflessione sullo Stato moderno comincia a prendere forma nella teoria sociologica, come analisi dei processi di razionalizzazione e burocratizzazione che sono propri della società capitalista. I criteri della razionalità burocratica caratterizzano sia le organizzazioni produttive che l’apparato amministrativo dello Stato moderno, ma lo Stato come tale ha soprattutto la funzione per Weber di esercitare il controllo legittimo della coercizione, di esercitare il potere. Le forme di legittimazione del potere sono individuate, come sappiamo, nei tipi ideali del potere legale, tradizionale e carismatico. Nello stesso periodo un altro importante contributo all’analisi sociologica della dimensione politica può essere colto nelle teorie delle élites dirigenti di Gaetano Mosca e di Vilfredo Pareto. La TEORIA ELITISTA è essenzialmente una riflessione sulla democrazia, si gioca sul rapporto potere-democrazia. E' l'espressione di una reazione critica nei confronti delle teorie socialiste rivoluzionarie orientate verso l'eliminazione del potere politico. La teoria élitista nega radicalmente la possibilità di una distribuzione del potere che non sia di tipo centralistico considerando la FUNZIONE del POTERE come INELIMINABILE.

In particolare Pareto accetta l'idea centrale di Mosca ( = ogni governo consiste in un gruppo minoritario organizzato che domina una maggioranza disorganizzata) e sottolinea il carattere ineliminabile della funzione della classe dirigente, stante l’incapacità delle masse, quasi sempre spinte da forze psichiche irrazionali e da interessi egoistici, ad autogovernarsi. Il termine élite usato da Pareto è comprensivo sia della élite di governo, che svolge effettive funzioni politiche, che della élite di non governo, rappresentata da tutti coloro che, per una ragione qualsiasi, pur non avendo funzioni di governo, hanno una posizione preminente nella società. La dinamica del potere è interpretata da Pareto secondo il modello della circolazione delle élites, per il quale in ogni società vi è un avvicendamento, graduale o repentino (rivoluzione) delle persone che costituiscono di volta in volta la classe dirigente, a causa del normale affievolirsi delle capacità di coloro che per lungo tempo sono rimasti, o si sono trovati per nascita, nella posizione dominante, e della naturale tendenza ad ascendere alle posizioni di governo di coloro che, per doti personali o per la loro posizione sociale, presentano qualità più adeguate per assolvere alla funzione dirigenziale. Pareto nega la possibilità dell'instaurarsi della democrazia per 2 motivi:

  1. l'élite si forma sempre;
  2. se non si formasse l'élite la società perderebbe i suoi elementi migliori.
Sintetizzando possiamo riassumere la dinamica del potere elaborata da Pareto dando una definizione del modello della Circolazione delle élite: in ogni società vi è un avvicendamento graduale o repentino delle persone che formano l'élite di potere a causa del normale affievolirsi delle capacità di coloro che hanno il potere o della naturale tendenza ad acendere alle posizioni di governo di coloro che, per merito o per status, hanno qualità adeguate.

Per Parsons infine l’imperativo politico rappresenta il secondo dei 4 pre-requisiti funzionali cui ogni sistema deve fare fronte pena l’estinzione; al perseguimento di scopi aventi validità collettiva è quindi preposto il sottosistema politico.
 


Il rapporto soggetti/strutture: la funzione del POTERE


 


Il problema del potere è estremamente vasto. In questa sede vogliamo pertanto sottolineare solo alcuni caratteri del potere, della sua funzione all’interno del sistema sociale, del suo ruolo nel rapporto tra soggetti e strutture. Analizzeremo pertanto:

  1. i principali approcci sul tema del potere;
  2. il rapporto potere e cambiamento sociale a partire dal ruolo dei comportamenti collettivi e dei movimenti sociali.
I principali approcci

Le teorie sociologiche e politologiche si sono spesso limitate a mettere in luce solo aspetti parziali del fenomeno del potere, descrivendone i caratteri distintivi rispetto ad altri tipi di relazione, oppure ponendo il problema delle sue basi di legittimazione o delle qualità dei soggetti che ne sono detentori, ma non hanno portato ad una comprensione soddisfacente del significato che il potere viene ad assumere nella dinamica dell’esperienza degli individui e dell’agire pratico. Un significato legato all’importanza del concetto di potere inteso sia come funzione che come struttura del sistema sociale. Dal punto di vista funzionale, la funzione del potere è legata alla capacità di garantire l’osservanza delle norme collettive e, al tempo stesso, di poterle adattare e al limite sostituire assicurando così l’adattabilità dell’ordine normativo alle contingenze mutevoli ed imprevedibili del rapporto del sistema sociale con il suo ambiente interno ed esterno. Dal punto di vista strutturale il potere appare invece come un meccanismo interno di regolazione del sistema sociale, connesso alle dimensioni dei rapporti materiali, organizzativi e istituzionali. Ogni istituzione sociale, in base a quanto abbiamo visto, nel momento in cui prevede normativamente l’esercizio del potere e l’identificazione dei requisiti per l’attribuzione di esso a un individuo determinato, in base ad elementi oggettivi (anzianità, primogenitura, posizione nella proprietà) o a qualità personali, naturali o acquisite (ereditarietà, titoli di studio, concorsi, competenze, ecc.) non fa in realtà che predisporre quelle funzioni che le permetteranno di agire e di attuare le misure di adattamento e di perseguimento degli scopi, necessarie nel suo rapporto con altre organizzazioni e istituzioni.

Non è possibile sviluppare qui neppure in via di prima approssimazione una analisi critica esaustiva delle diverse teorie sociologiche del potere, ma in modo molto schematico si può tentare di individuare le principali posizioni circa il modo di affrontare il problema del potere.

  1. quando pensiamo al potere ed al suo esercizio ci viene inevitabilmente in mente il tema della coercizione; al contrario, una indicazione sulle condizioni che fondano le relazioni di potere su una base consensuale è invece data dalle teorie che analizzano il potere soprattutto nei termini delle sue forme di legittimazione. Per Weber la legittimazione consiste nella credenza che colui che esercita il potere sia, per una qualunque ragione, abilitato all’esercizio del potere stesso. Nel caso del potere legale razionale la legittimazione si fonda sulla presenza di leggi e norme regolative; nel caso del potere tradizionale la legittimazione si fonda sulla presenza di tradizioni consolidate; nel caso del potere carismatico la legittimazione si fonda sul riconoscimento da parte dei soggetti delle caratteristiche eccezionali di un individuo. Solo quando tale legittimazione è presente si può infatti parlare in senso specifico di autorità e di potere anziché genericamente di potenza che, per Weber, consiste nell’esercizio di una qualche forma di autorità non legittimata, basata sulla coercizione, sull’imposizione. La potenza è quindi la possibilità di fare valere la propria volontà anche di fronte ad opposizione.
Alcune parole chiave nella teoria del potere di Weber:
  1. Un altro importante gruppo di teorie è rappresentato da quelle impostazioni che mostrano il potere come funzione del sistema sociale e garanzia della sua efficienza. Nel modello che chiamiamo funzionalista viene sottolineato il carattere consensuale del potere, in quanto strumento per il conseguimento di fini condivisi. Anziché come relazione asimmetrica e conflittuale, il potere tende qui ad apparire come "azione concertata". In particolare per Parsons il potere viene inteso e definito come mezzo e risorsa che viene prodotto dai membri di un sistema sociale per raggiungere degli scopi (G) di rilevanza collettiva; esso infatti si concentra in determinati ruoli istituzionali all’interno del sottosistema politico. La definizione precisa di Parsons è la seguente: "Il P. è la capacità di soddisfare obblighi vincolanti da parte di soggetti facenti parte di un’organizzazione collettiva allorché gli obblighi stessi siano LEGITTIMATI sulla base della loro rilevanza per scopi collettivi e dove, in caso di rifiuto, ci si può attendere un’imposizione forzata per mezzo di sanzioni negative". [Esempio: OBBLIGO VINCOLANTE = pagare le tasse europee; SOGGETTI PREPOSTI = esattori fiscali/ministero delle finanze; SCOPO COLLETTIVO = entrare in Europa]. L’accentuazione del carattere funzionale del potere, che rinvia certamente ad un aspetto reale di esso, tende in questo modello a mettere in ombra un aspetto altrettanto essenziale per la comprensione del potere, ovvero la possibilità che esso assuma un carattere repressivo o distruttivo. Se il modello funzionalista ha il merito di porre in evidenza il carattere relazionale del potere ed il suo ruolo positivo di determinazione e di decisone all’interno del sistema sociale stesso, esso non ha strumenti concettuali altrettanto adeguati a rappresentare l’ambivalenza del potere che, nelle sue tendenze assolutizzanti, può anche diventare causa di conflitto e di blocco della stessa possibilità di prendere decisioni.
  2. Un altro approccio è quello delle teorie che pongono l’accento sui soggetti del potere, in termini di élites di potere; tali teorie, pur sottolineando l’importanza delle qualità personali (sia di quelle attribuite per nascita, che di quelle ottenute tramite l’azione) dei membri dell’élite finiscono in sostanza per sottolineare anch’esse il carattere funzionale del potere, giustificando così la disuguaglianza delle posizioni e l’asimmetria dei rapporti (Mosca e Pareto). Se tali teorie hanno ragione nel riconoscere il carattere insostituibile ed ineliminabile del potere, e la fatalità per certi aspetti della tendenza élitistica, esse non danno sufficiente spazio alla possibilità di modificare, proprio a partire da una migliore conoscenza delle sue funzioni e dei suoi meccanismi, le forme concrete del potere stesso.
  3. Contrapposte per molti aspetti alle teorie elitistiche e a quelle funzionali, sono invece quelle teorie che considerano il potere soprattutto in termini di conflitto tra interessi oggettivi contrapposti. Negli autori che si collocano nella tradizione marxista il potere è visto come il puro prodotto di condizioni storico-sociali che potranno venire radicalmente trasformate fino alla totale eliminazione della disuguaglianza e delle forme di concentrazione del potere.
A partire da questa breve e sintetica carrellata sui principali approcci al problema del potere, vogliamo ora, per ultimo, affrontare il tema del rapporto tra potere e cambiamento sociale. Infatti, fintanto che il sistema regge l’impatto delle contraddizioni e delle tensioni provenienti dall’interno del sistema politico stesso o da eventi congiunturali esterni, esso riesce a mantenersi relativamente stabile attraverso successivi adattamenti, integrando gli eventuali nuovi elementi che possano essere emersi. In questo caso si parla di stabilità del sistema. Ma le cose non vanno sempre così. Il sistema sociale, infatti, articolato nelle diverse istituzioni che abbiamo visto e nelle strutture di potere può comprendere al suo interno una pluralità di forme culturali e di sottosistemi di relazioni (classi, associazioni, gruppi, movimenti, ecc.), contrastanti con l’ordine dominante e persino in conflitto fra loro. Le pressioni ed i conflitti che ne possono nascere tendono a provocare tensioni che il sistema sociale non riesce a contenere, allora il sistema sociale raggiunge un punto critico ed entra in crisi, in quanto si verifica uno scarto eccessivo tra la capacità di gestione istituzionale del sistema stesso e le forme effettive di azioni contrastanti in esso presenti. Tra le varie forme e possibilità di crisi del sistema che inducono un passaggio da una situazione di stabilità ad una situazione di tensione e, quindi, di cambiamento sociale, vogliamo analizzare, riprendendo quanto ci siamo detti nel nostro primo incontro a proposito dei soggetti collettivi, il caso dei movimenti sociali.
 


MOVIMENTI SOCIALI


 


MOVIMENTO SOCIALE ogni forma di comportamento collettivo che implichi la mobilitazione di un numero considerevole di individui nell’intento di mutare l’ordine sociale esistente o qualche sua parte. A tale scopo il M.S. si serve di una qualche forma di ORGANIZZAZIONE, laddove l’integrazione dei suoi membri ed il loro orientamento all’azione sono ottenuti mediante l’elaborazione di una ideologia. In questo caso si può parlare di movimenti sociali come attori collettivi in senso proprio, venendo ad essere soddisfatti i requisiti sopra indicati.

Tutte le teorie sociologiche che si occupano di comportamenti collettivi focalizzano la propria attenzione sul tema della contrapposizione istituzioni sociali/innovazione, ordine/mutamento sociale, quindi l’oscillazione che caratterizza il rapporto tra le strutture codificate del sistema e la realtà mutevole dell’esperienza collettiva può essere studiata ed interpretata nei termini della dinamica tra istituzione consolidata (= conservazione) e movimento sociale (= trasformazione). I movimenti sociali ed i comportamenti collettivi devono quindi essere interpretati come fasi di destrutturazione e ristrutturazione del sistema sociale. I movimenti sociali sono pertanto dinamiche sociali attraverso cui tende a realizzarsi il cambiamento sociale.

Smelser, nella sua teoria del comportamento collettivo, riallacciandosi a Parsons, sostiene che in una situazione di cattiva integrazione si crea una situazione di tensione strutturale che può portare a fenomeni collettivi. Definisce i

COMPORTAMENTI COLLETTIVI: "una mobilitazione non istituzionalizzata finalizzata all’azione allo scopo di modificare uno o più tipi di tensione strutturale". Distingue inoltre tra:

  1. COMPORTAMENTO COLLETTIVO POCO ORGANIZZATO
  2. MOVIMENTO COLLETTIVO, per sottolineare come in questo vi sia la presenza di una leadership, di divisione interna del lavoro, e di pianificazione dell’azione.
Anche Alberoni si è occupato del problema a partire dal concetto di STATO NASCENTE, che definisce come una "condizione di effervescenza" che si instaura quando insorge una situazione di contrapposizione con le strutture e le barriere istituzionali. Precedenti teorici sono nel concetto di "potere carismatico" di Weber e di "rivoluzione" di Marx. E’ infatti Weber il primo a sottolineare come con la cristallizzazione dell’ordine esistente sociale ed istituzionale, si venga a produrre un movimento carismatico innovatore rispetto alla situazione presente.

Alberoni coglie una differenza sostanziale tra le due manifestazioni sociali delle ISTITUZIONI e dei MOVIMENTI SOCIALI, considerandoli dimensioni costitutive della realtà sociale, aventi però caratteristiche opposte (e mai compresenti). Alberoni sostiene che

"I movimenti sociali sono il processo storico che ha inizio con lo stato nascente e termina con la ricostituzione dell’ordine istituzionale" La dinamica sociale sembra quindi essere caratterizzata dall’alternanza tra movimenti sociali, in cui si ha la prevalenza della dimensione del cambiamento e della spontaneità creativa ed altri comportamenti collettivi in cui prevale la dimensione della continuità e della stabilità. Tale dinamica, secondo Alberoni, è alla base del processo di sviluppo sociale. Tuttavia bisogna obiettare che, ponendo come momenti necessari del processo di sviluppo sociale sia il MOVIMENTO che l’ISTITUZIONE, egli finisce con il ritmizzarli escludendo la possibilità di una forma di società che sia caratterizzata, anziché dall’alternanza, dal rapporto e dall’esistenza contestuale di MOVIMENTI e ISTITUZIONI, in una situazione in cui ciascuno dei due stati potrebbe svolgere la funzione reciproca di porre un limite alle tendenze assolutizzanti dell’altro.

Nelle più recenti teorie del comportamento collettivo si parla di M.S. quando, in una situazione di diffuso scontento, i soggetti tendono a risolvere i problemi sociali accumulati UNENDOSI PER UN’AZIONE COMUNE.

Movimenti sociali possono nascere in seguito a processi di mutamento socio-culturale riguardanti il sistema politico o produttivo, la stratificazione sociale, le condizioni delle minoranze etniche o religiose, la diffusione di nuove idee politiche o filosofiche (es. movimenti per l’estensione dei diritti civili, movimenti religiosi tesi ad affermare la loro identità ed autonomia, il movimento studentesco degli anni ’60).

Circa sulla stessa linea di pensiero si muove Gallino, che definisce

MOVIMENTO SOCIALE ogni comportamento collettivo coinvolgente un gran numero di individui diretto a modificare o a trasformare in modo radicale l’ordine sociale sulla base di una determinata ideologia e con l’impiego di una qualche forma di organizzazione. Naturalmente un movimento sociale non sempre è espressione o fattore di progresso sociale o culturale (fascismo).In ogni caso in tutte le sue accezioni il concetto di M.S. tende a sottolineare le componenti razionali e consapevoli dell’AZIONE SOCIALE, la sua essenziale intenzionalità, la peculiare capacità umana di concepire un ordine sociale diverso da quello esistente e di lottare per realizzarlo. Per tale ragione esso ha poco spazio nelle teorie funzionaliste le quali tendono a dare maggiore peso ai meccanismi strutturali in forza dei quali una società si evolve indipendentemente dalla coscienza che di tale processo hanno i suoi membri.

Per ritornare alla sottolineatura che abbiamo dato alla definizione di attori propri ed impropri risulta utile distinguere tra M.S.

  1. GENERALE, quando i suoi scopi e i valori che lo orientano sono numerosi, indefiniti o senza termine, oppure hanno carattere prevalentemente negativo, come un rifiuto globale dell’ordine esistente non accompagnato da alcuna proposta progettuale alternativa.
  2. SPECIFICO, quando ha uno scopo determinato, a termine, nel senso che raggiunto tale scopo il M.S. non ha più ragione di esistere, come il movimento per il voto alle donne in Europa nei primi decenni del ’900 o quello contro la guerra del Vietnam degli anni ’70.
Da un punto di vista tipologico e classificatorio, a seconda dei gruppi da cui un M.S. trae origine, degli scopi che persegue, delle norme e dei valori che lo orientano, dell’ideologia che lo integra della composizione e numerosità dei suoi aderenti, si formano tipi storicamente determinati di movimento sociale.. I più rilevanti, secondo Gallino sono:
  1. I movimenti diretti a trasformare in generale i rapporti e le istituzioni politiche in modo da allargare l’area dei diritti civili, delle libertà democratiche, della partecipazione.
  2. I movimenti diretti a trasformare i rapporti e le istituzioni politiche in modo da restringere l’area dei diritti civili, delle libertà democratiche, della partecipazione (es. il fascismo in Italia, il nazismo in Germania).
  3. I movimenti diretti a liberare una nazione da rapporti di dipendenza politica ed economica rispetto ad un’altra (es. i movimenti di liberazione dell’Africa e dell’Asia del secondo dopoguerra, gli Irlandesi, ecc.).
  4. I movimenti diretti ad estendere ad una parte della popolazione, solitamente una minoranza, diritti, privilegi, libertà, opportunità di studio e di lavoro, già detenute dalla maggioranza o da un altro gruppo di riferimento (il movimento dei neri d’America, il movimento femminista in Europa)
  5. I movimenti diretti ad affermare nuove credenze o pratiche religiose nei confronti di un’altra religione, oppure nei confronti della propria (il cristianesimo nel mondo romano, o il protestantesimo nell’Europa cristiana, fino ad arrivare alla storia contemporanea in cui i valori e le ideologie di tali movimenti si intrecciano con finalità politiche).
  6. I movimenti diretti a preparare il maggior numero di seguaci a eventi straordinari, in particolare di matrice oltre mondana (i millenarismo, i testimoni di Geova).

Naturalmente ciascun tipo di M.S. può presentarsi in forma pura o mista, intrecciandosi o coalizzandosi con altre forme di movimento.
 
 

Bibliografia di riferimento

Aron Raymond, Le tappe del pensiero sociologico, Mondadori, Milano, 1994

Crespi Franco, Le vie della sociologia, Il Mulino, Bologna, 1985

Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Garzanti, Milano, 1981

Gallino Luciano, Dizionario di sociologia, TEA, Milano, 1993

Izzo Alberto, Storia del pensiero sociologico, Il Mulino, Bologna, 1994
 
 

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