Lezione del 23 ottobre 1998

 

Se l’integrazione sociale costituisce in Durkheim il motivo dominante della sua teoria sociale, la presenza di patologie nel corpo sociale rappresenta non solo un elemento in qualche modo previsto, ma anche per certi versi funzionalmente necessario proprio per garantire il riprodursi delle condizioni dell’integrazione sociale.

Tuttavia in Durkheim non tutte le patologie sociali sono funzionali; da una ricerca specifica da lui condotta su Il suicidio, egli coglie come nella società possono prodursi i segni di una patologia che nasce da una lacerazione profonda nei rapporti tra l’individuo e la società, una patologia che subito appare di difficile soluzione e che lascia tracce profonde nella stabilità del sistema sociale.

In particolare nella ricerca sul fenomeno del suicidio nei diversi paesi europei, Durkheim, partendo da una caratterizzazione del problema come fenomeno essenzialmente "sociologico", al di là della sua manifestazione tragicamente individuale, individua alcuni tipi di suicidio che, sulla base di un riscontro statistico, evidenziano la radice egoista o altruistica dei fattori che ne stanno all’origine. In particolare, quando il gesto del suicidio vuole affermare il primato della società sull’individuo, si evidenzia il significato altruistico del fenomeno stesso; quando invece l’individuo giunge al gesto tragico per evidenziare la propria ribellione nei confronti della società, il suicidio assume uno specifico significato individualistico, di affermazione dell’ego contro il noi della società.

In ambedue casi si conferma il carattere sociologico del fenomeno in quanto si manifestano l’eccesso o il difetto di controllo della società sull’individuo, il carattere totale o parziale dell’integrazione sociale.

L’attenzione di Durkheim viene, tuttavia, attirata dai dati empirici descrittivi di un tipo di suicidio che non può essere ricondotto ai due sopra indicati, ma che si configura come un fenomeno che nasce dall’incapacità della società di assicurare una piena integrazione sociale agli individui, e quindi di estendere il suo controllo normativo; il suicidio in altri termini è anomico, nasce proprio per la mancanza di riferimenti normativi ad un’azione individuale che non trova in sè o nella società i termini della propria giustificazione sociale.

Con tale tipo di suicidio entra perciò nella teoria dell’integrazione sociale di Durkheim la possibilità che la società non sia in grado di stendere il proprio tessuto normativo a tutto l’ambito di manifestazione delle azioni individuali; queste perciò possono incorrere nel rischio dell’anomia, una sorta di lacerazione improvvisa e profonda nel tessuto della società, che può coinvolgere gli individui nell’esercizio dei propri ruoli sociali, nonché le istituzioni sociali che delle azioni individuali costituiscono i modelli di riferimento normativo.

Quindi Durkheim, assai più avvertito dell’ottimismo a volte ingenuo di Comte, riconosce come nella propria teoria dell’ordine e dell’integrazione sociale, si possano produrre isole di anomia e processi di disgregazione sociale. Se la sociologia può rappresentare una innovativa ed efficace "medicina sociale" , il lavoro del sociologo non può non riconoscere come dietro la dimensione dell’anomia e del disordine sociale stia proprio la dimensione della soggettività che Durkheim aveva voluto consapevolmente espellere dalla sua definizione della società e dalla formulazione del metodo con cui imprimere una nuova funzione di marcia alla disciplina stessa.