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Nel lavoro di "scavo" sulle origini del pensiero sociologico italiano, soprattutto in quella doviziosa miniera di temi, problemi, contributi e saggi costituita dalla "Rivista Italiana di Sociologia" , ci si imbatte in questioni teoriche, fondative e metodologiche di particolare importanza per le scienze sociali, questioni che implicano il modo di concepire gli accadimenti sociali. La società non si configura come un luogo naturale, meramente dato, bensì si costituisce in relazione all'agire e all'interagire degli attori sociali codeterminati.
Le scienze sociali sono affini e procedono in modo analogo dal punto di vista metodologico e non solo.
Questa proposizione si evince soprattutto nelle pagine della "Rivista Italiana di Sociologia" nella "naturale analogia tra scienza morale e diritto, contigue nella serie e con tanti e tali" rapporti di reciprocità che alla filosofia apparvero che come scienza unica (l'Etica )".
A partire dalla considerazione che i filosofi antichi non conobbero una scienza puramente teorica dei fatti morali, la morale consisteva nell'indicare le vie che conducono alla felicità e alla perfezione dell'individuo .
Etica, infatti, è parola di derivazione greca, nel senso di costume, carattere, equivalente del latino mores: la tradizione latina chiama morali le virtù di carattere che Aristotele chiamava etiche nel distinguerle da quelle intellettuali. Morale e politica, che il pensiero greco antico unificava perché non si da realizzazione dell'individuo se non nella comunità, nella relazione con gli altri, nella città, si separano nella storia perché la destinazione dell'individuo non ha più legami con la destinazione della società.
L'etica dei filosofi greci è discussa nei topici di Aristotele come una questione logica e una scienza pratica delle azioni umane.
Diogene Laerzio approfondisce la riflessione sulla distinzione tra logica, fisica ed etica della scuola Platonica non del tutto condivisa dalle scuole filosofiche successive.
Tuttavia nel pensiero filosofico greco la comparsa dell'etica quale disciplina autonoma è uno stadio successivo a quello in cui la morale si esprime in leggi, rappresentazioni simboliche, religiose e artistiche ma all'origine del concetto greco di etica c'è la cultura orale di poeti e oratori che avevano cantato le qualità che rendevano un uomo "virtuoso".
A questa tradizione e a questa cultura si rifacevano i filosofi: nell'Etica Nicomachea, Aristotele distingue le virtù dianoetiche o intellettuali, proprie dei filosofi, dalla virtù morali proprie del cittadino, habitus di pratica della moderazione a fronte degli eccessi cui può condurre la ricerca del piacere e/o la fuga del dolore.
Inoltre gli antichi consideravano le leggi delle città convenzioni, più o meno arbitrarie delle quali coloro che praticavano le virtù autentiche non avevano bisogno. Così Platone nella Repubblica e nelle Leggi, aveva immaginato città ideali con una legislazione adatta ai filosofi e gli storici avevano individuato una legge naturale, l'unica che il saggio debba e possa seguire.
Platone e Aristotele consideravano la volontà una tendenza fondamentalmente orientata al bene.
La riflessione sulla legge della natura, la reinterpretazione dell'etica antica attraverso una antropologia fondata sul piacere e sul dolore, la distinzione tra i compiti della società e gli obblighi della coscienza individuale, l'idea settecentesca di artificialità della morale, il sistema delle regole e delle norme, il rispetto della libertà del singolo che impedisce di imporre (Mill), fino alle visioni del mondo come sistemi incomunicabili (Simmel) pongono questioni tra i sistemi di valori. La "vita stessa de L'intuizione della vita di Simmel contribuì alla creazione di un'etica naturale dei valori.
Saint-Simon, Comte e Spencer, collocando al centro della storia la nascita della scienza e dell'industria, assegnano ad una scienza, la sociologia, il compito di scoprire che i modi di vita dipendono dalle credenze.
Quando le credenze arbitrarie sono sostituite dalla scienza, la società che ne risulta è più solidale e generosa di quella dominata da forme di sapere rudimentale.
Così i meccanismi attraverso cui si trasformano i modi di vita individuali e collettivi, mercé l'evoluzione sono sempre adeguati allo stato in cui si trova la società: la società industriale è il risultato di una selezione nella quale hanno prevalso modi di vita collaborativi e ove gli interessi privati tendono a coincidere con quelli pubblici.
Così le idee morali non sono da considerarsi in se stesse ma in relazione alla storia evolutiva dei popoli.
Il concetto di milieu social durkheimiano risulta di grande utilità per capire le idee, le credenze, le abitudini, le tendenze, la totalità.
Altrettanto importante è il concetto di causalità per Durkheim, l'interazione di un complesso di elementi, l'ambiente sociale, che il ricercatore isola artatamente per individuare il funzionamento obiettivo delle interrelazioni. Una relazione causale non significa che un fatto precede prima o dopo di un altro ma che la presenza dell'uno spiega l'altro.
Individuare le diverse combinazioni tra fenomeni nei vari contesti significa applicare il metodo delle variazioni concomitanti .
Nel pensiero durkheimiano l'individuo è il prodotto della società più che la sua causa ed è pertanto privo di senso porre al centro dell'analisi i ruoli individuali. "La società compila una scala di valori a cui ogni gruppo e classe sociale deve uniformarsi, che cambia con il crescere o diminuire del reddito collettivo, con i mutamenti che avvengono nella morale collettiva." "Noi non vogliamo trarre una morale dalla scienza, ma fare la scienza della morale", scrive Durkheim nella prefazione di La divisione del lavoro sociale. La scienza della società si presta non a costruire direttamente una morale razionale ma a mostrare come morale razionale nasca dallo sviluppo della società prodotta dall'applicazione della scienza alla natura. Per Durkheim, società o scienza collettiva coincidono e quest'ultima può essere considerata la chiave di volta della sua dottrina sociologica e morale.
La sociologia suggeriva che le regole sociali anche quelle morali, vanno interpretate tenendo conto della funzione che svolgono all'interno del sistema sociale.
Durkheim trova il principio e la fonte della moralità nella solidarietà sociale. I fatti morali possono essere di due tipi: i costumi che rinviamo ai doveri che gli uomini hanno gli uni verso gli altri in quanto appartenenti ad un gruppo sociale; il diritto che rinvia ad un'etica più generale, indipendente da ogni specifico condizionamento. Questa etica costituisce la base del diritto alla vita o del diritto alla proprietà. Comprendere le forme di solidarietà e la loro logica di funzionamento significa comprendere il sistema che governa i comportamenti, mettendo in luce, ad esempio, il concetto per cui ogni fatto morale è una regola dotata di sanzione. Si tratta di una sorta di etica del movente che, sul clima positivistico, andava assumendo la pretesa di valere come scienza esatta della condotta. Ciò che appare come dovere è il risultato di esperienze ripetute accumulate attraverso le generazioni come tentativo di adattamento progressivo dell'uomo alle sue condizioni di vita. Ha scritto Bordieu: "Les sociologues doivant s'attendre à rencontrer de plus en plus souvent, réalisée dans leur objet, la science social du passé."
Nella "Rivista Italiana di Sociologia" molti e importanti contributi evidenziano lo stretto rapporto "di dipendenza che lega la scienza morale pratica alla scienza morale teoretica e ambedue alla sociologia", come ben argomenta Asturaro. L'argomento "Etica sociale" è collocato, per semplicità di indagine, nella categoria "Questioni filosofiche", con ventinove articoli dedicati alla filosofia e alla morale e dodici articoli alla devianza e alla criminalità anche se alcuni contributi potrebbero essere compresi in più di una rubrica.
In particolare si ricordano articoli sulla metafisica, la morale, la religione e la fede; articoli sulla evoluzione e sulla filosofia del diritto ove filosofia e scienza sono connesse poiché sovente agli inizi del secolo l'indicazione "filosofia morale" comprendeva, tra parentesi "Sociologia" come "Filosofia morale e Sociologia" in alcuni regolamenti di facoltà universitarie (es.: la Facoltà di Lettere del 1902 e 1903.
A partire dalla considerazione che "ogni scienza sociale pratica deve corrispondere a qualche fine dell'uomo sociale" e rivolgere i suoi precetti a quelle persone che un tal fine si propongono di attuare: i fini morali.
Tali persone, a cui saranno dettate le prescrizioni, saranno quelle che sentono "il desiderio o il bisogno di moralizzare le masse sociali ovvero, singoli individui od anche se stessi" in una sorta di pedagogia etica positivistica. Questo procedere si avvarrà del metodo deduttivo, in linea con la metodologia dei primi sociologi, "salvo la continua verificazione induttiva" con una evidente "dipendenza dalla parte teorica". "Il fenomeno morale", per usare l'espressione di Asturaro, è dunque un dato preesistente non qualcosa da creare ex nihilo, come l'antica filosofia veniva a supporre, e va studiato come un fatto esistente prima della riflessione scientifica umana.
I fini, per cui la scienza morale pratica deve proporre i mezzi, la conservazione e l'accrescimento delle qualità morali nelle masse sociali sono le preoccupazioni epistemologiche maggiori dei sociologi della "Rivista Italiana di Sociologia". Nella "Rassegna delle pubblicazioni", molti articoli concernenti la filosofia, la metafisica e la morale, trattano argomenti filosofici, morali, etici, religiosi, di etica sociale come argomenti di "più comune interesse, che ai cultori della sociologia non è lecito ignorare" e dai quali "possono avere incitamenti a nuove indagini".
A partire dalla considerazione che la nazionalità, come gli altri fenomeni, muta progressivamente, conservando qualcosa d'identico, il fenomeno morale dipende da altri fenomeni sociali più semplici e fondamentali, corrispondenti a bisogni dell'individuo e della classe dominante verso cui esso si pone nel rapporto di mezzo e fine, di condizionato a condizionante.
Questi fenomeni dipendono uno dall'altro, e quello più importante, a parere dell'Asturaro, che è quello economico, si collega in ciascun tipo sociale alle condizioni dell'ambiente, della popolazione, della successione storica dei fatti e degli avvenimenti.
Per queste valutazioni, i sociologi italiani raccolti intorno alla "Rivista Italiana di Sociologia" non si formano un concetto generico della scienza morali.
Attraverso teorie di sociologia generale, dal semplice al complesso, l'Asturaro argomenta che "una scienza morale è gran parte relativa a ciascun tipo economico, sociale ed a ciascuna epoca storica". "Dedurre come fanno storici antichi e recenti, teorie morali da questo o quell'avvenimento storico, dal particolare, dall'individuale, tradurre consigli di prudenza civica o politica, sentenze, massime, norme di condotta, cioè le leggi, l'universale dalle particolarità degli eventi, vuol dire per un verso fraintendere, snaturare la storia; vuol dire per l'altro verso, violentare la logica per la quale non sarà mai possibile trarre da ciò che è individuale (le situazioni storiche), ciò che è per sua natura universale, valevole per tutti, la legge morale." Pertanto nessuna deduzione di dottrine morali è possibile, così come la scienza morale sociologica dev'essere relativa agli stadi dell'esistenza sociale in ciascun tipo sociale, a ciascuna forma di produzione e di rapporti economici. Il pensiero sociologico dell'epoca credeva nell'esistenza di stadi variando i quali variavano le condizioni a cui ciascuna classe di fenomeni dovrebbe riadattarsi "per riuscire socialmente utile". Per questa motivazione varieranno anche i precetti della scienza sociale, se vuole avere come fine ultimo l'utilità sociale.
Se variano le condizioni a cui ciascuna specie di attività sociale dovrebbe adattarsi per conseguire il suo fine specifico, anche le prescrizioni della rispettiva branca della sociologica pratica dovranno variare, asserisce l'Asturaro con visione fortemente orientata al pragmatismo.
Le prescrizioni della scienza morale saranno rivolte alla conservazione e alla diffusione del fenomeno morale, relative al tipo sociale, all'epoca storica, allo stadio della società.
Con accenti di etica sociale, le pagine della "Rivista Italiana di Sociologia" riecheggiano la Weltaunshaung olistica, volta a moralizzare direttamente i singoli individui. "La moralizzazione delle masse" e "La moralizzazione dei singoli" sono i compiti dell'educazione morale, la pedagogia morale intesa in senso largo, applicata a giovani e adulti e a tutti gli strati sociali. Gravi dubbi sulla possibilità e sull'efficacia della pedagogia morale nascono se le scienze psicologiche, biologiche, economiche, giuridiche, politiche e sociologiche non forniscono metodologie, metodi e categorie di intervento.
I precetti di questo approccio multidisciplinare tendono a modificare direttamente l'individuo già "preformato dall'eredità biologica" e "soggetto all'influsso dell'ambiente sociale e delle istituzioni giuridiche, familiari ed economiche.
La filosofia morale, scienza precettistica per eccellenza, appartiene alla teoria pur se fornisce virtù, modelli ed espone doveri.
La scienza morale, nel determinare in che consiste il fenomeno morale, indaga sulle norme seguite effettivamente. Questa ricerca è "presupposto dalla morale pratica", che ha come centro di indagine l'individuo, definito "monade etico-giuridica" da Pagano , dato dalla coscienza, principio interno e reale dell'individualità.
Si debbono conoscere le norme approvate e seguite e quelle costanti e proprie di ciascuna forma sociale ed epoca storica, ma anche le norme che dovrebbero essere approvate e seguite.
Tuttavia il dover essere non corrisponde sempre all'essere: le ricerche debbono essere separate nel campo morale.
Infatti, il progresso delle scienze biologiche e psicologiche già negli anni in cui, per es.: Asturaro, Rensi, Pagano, Villa, Landry scrivevano permetteva alla morale pratica di additare doveri stretti e rigorosi che alla morale comune sfuggivano in alcuni campi che oggi si potrebbero definire bioetici.
I padri fondatori "del pensiero sociologico italiano hanno presente che l'esame dei predicati morali in rapporto ai sentimenti morali richiede altresì un'analisi dei concetti astratti. Il problema morale sorge dal divenire e dalla storia e la storia della filosofia orienta la ricerca sulla base di una concezione generale. Questo habitus mentale si inseriva nella tradizione scientifica della "R.I.S." di tentare di "chiarire punti ancora scuri o di risolvere problemi ancora incerti o non bene posti", attraverso la pubblicazione di ricerche modeste non pensate" in una sintesi tra indagini empiriche e tentativi di spiegazione scientifica attraverso l'indagine storica, analisi di documenti, di dati, di mitologie, di lingue ecc., secondo una tradizione tipicamente italiana che ha i suoi precursori in Botero, Macchiavelli, Vico, Romagnosi, Messedaglia per arrivare fino a Pareto e alla "R.I.S.".
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