LA PRODUZIONE DELLA CERAMICA

NEL DISTRETTO INDUSTRIALE DI

CIVITA CASTELLANA

 

Relazione di Elena Spettoli

 

 

Indice

 

1. Caratterizzazione produttiva

1.a. Le tipologie di prodotto

1.b. La struttura produttiva

1.c. Le radici produttive e la loro evoluzione

1. d. Il rapporto tra artigianato e industria

1. e. I modelli organizzativi delle imprese

 

2. La professionalità nel settore ceramico

 

3. Le strategie di diffusione del prodotto

 

4. L’innovazione tecnologica

 

5. Le strategie di finanziamento

 

6. Il supporto degli attori locali allo sviluppo economico del distretto

6. a. Il rapporto tra mondo della produzione e comunità locale

6. b. Le politiche formative ed occupazionali

6. c. Il Centro Ceramica

 

7. Conclusioni

 

 

1. CARATTERIZZAZIONE PRODUTTIVA

 

1. a. Le tipologie di prodotto

Le ceramiche prodotte nel distretto di CivitaCastellana sono quasi esclusivamente di due tipi:

- stoviglie per uso domestico;

- manufatti igienico-sanitari.

Il ciclo produttivo di questi due maggiori comparti produttivi è organizzato in maniera diversa in relazione alle caratteristiche dei due differenti tipi di impasti utilizzati e quindi ai diversi tempi di essicazione e cottura.

La nostra attenzione sarà maggiormente concentrata sulla produzione delle stoviglie, in linea con gli obiettivi dell’indagine. Tuttavia in molti casi considereremo anche le caratteristiche della produzione di sanitari, in quanto presentano utili spunti di riflessione sull’evoluzione tecnologica della produzione, sull’interazione tra innovazione e tradizione, sul rapporto tra sistema socio-culturale e sistema produttivo, sulle strategie di commercializzazione, sulle fonti di finanziamento.

Per quanto riguarda, invece, quanto non esplicitamente citato in questa relazione, si rimanda al testo principale da cui essa è tratta, Sistema locale e distretto industriale. Il caso di Civita Castellana, di P.Calza Bini, M.C. Bosco, C. Oteri e D. Pieri (Civita Castellana, 1996).

 

Limitandoci ora ad analizzare la produzione delle stoviglie, possiamo dire che questa si distingue in terraglie e porcellane (tenere o dure).

Per terraglia si intende un prodotto ceramico realizzato con impasto poroso rivestito con vernice vetrosa (si distinguono il tipo tenero o calcareo da quello forte o feldspato in quanto i primi cuociono a temperature inferiori).

La porcellana è, invece, un prodotto ceramico bianco a pasta compatta, dura, impermeabile e translucida. La porcellanaa dura è la porcellana propriamente detta e ha una temperatura di cottura tra i 1450° e i 1650°; la porcellana tenera deve il suo nome alla più facile fusibilità, che va dai 1200° ai 1300° . In entrambi i casi le temperature di cottura sono superiori a quelle impiegate per la terraglia.

 

In origine la presenza sul territorio delle materie prime ha dato origine allo sviluppo della lavorazione della ceramica locale. Oggi, invece, le argille e i caolini usati a C.C. provengono per lo più dall’Inghilterra, dalla Germania e dalla Cecoslovacchia.

 

Mentre, per quanto riguarda i sanitari, la produzione di C.C. ha puntato su una qualità media (solo in alcuni casi medio-alta), a scapito di altri fattori competitivi, per quanto riguarda le stoviglie le strategie di produzione e di commercializzazione hanno privilegiato una produzione di qualità medio-bassa su ampia scala.

L’alta qualità oggi non si differenzia tanto per i materiali e le relative tecnologie adottate, che sono generalmente dello stesso tipo, ma assai di più sull’originalità del design.

Il design però più è originale e più richiede particolari forme la cui fattibilità e realizzabilità sono meno standardizzabili e l’esecuzione meccanizzata su larga serie meno conveniente. Il mercato e le condizioni di contorno (il mercato del lavoro esterno, la formazione e il processo di socializzazione professionale, le relazioni industriali e la determinazione dei salari) non hanno indotto convenienze di separazione in reparti di produzione o in aziende specializzate nella produzione più standardizzata e nella produzione manual-qualitativa.

Tuttavia ultimamente nel settore delle stoviglie sono sorte alcune (ancora poche) aziende innovatrici che si dedicano alla produzione di pezzi speciali con forme organizzative e mezzi meccanici artigianali.

 

 

1.b. La struttura produttiva

Come già menzionato, la struttura imprenditoriale di C.C. è caratterizzata principalmente da aziende di sanitari (325, con 2007 addetti nel 1993) e aziende di stoviglie (27, con 1472 addetti).

Seguono industrie di ceramiche artistiche (artigianato), piastrelle, accessori in ceramica e un indotto, per un totale di 31 aziende e 528 addetti.

Nel 1992 il fatturato globale dei due principali settori è stato di 354 miliardi, di cui 193 relativi alla produzione di sanitari e 135 relativi alla produzione di stoviglie.

I due principali comparti produttivi del comprensorio si strutturano in un tessuto di piccole imprese. Ciò vale soprattutto per le stoviglie, il ché non impedisce comunque ad alcune di esse di avere un mercato internazionale ed un fatturato che si aggira tra i 7 e i 10 miliardi.

Le imprese più grandi, in entrambi i settori, si connotano comunque per una dimensione media. Solo otto aziende hanno più di cento addetti e di esse solo una arriva a 250.

Le aziende artigiane vere e propri sono 11 e occupano solamente 84 addetti. Si tratta di imprese a conduzione familiare, con due o tre dipendenti oltre il proprietario, il quale lavora insieme a loro in laboratori artigianali, indirizzati verso produzioni artistiche.

Solo di recente la produzione artistica ed artigianale, soppiantata da quella industriale, sta riprendendo piede, specie nel campo del cotto per rivestimenti.

 

1.c. Le radici produttive e la loro evoluzione

La produzione di ceramiche a C.C. risale al periodo etrusco (C.C. era la capitale dell’antico popolo dei Falisci, prima denominata Falerii Veteres, poi ricostruita in Falerii Novi nel periodo della dominazione romana). Nel periodo medievale si perdono le tracce della produzione vasaia e si ritrovano nel 1400 tramite documenti commerciali ufficiali.

Nel 1600-1700 una serie di imprenditori non civitonici sfruttarono il caolino, materia prima abbondante in quel territorio, per lo sviluppo del settore e favorirono l’introduzione di uno "stile" civitonico che permise a C.C. di competere con le importazioni inglesi di terraglia. In quel periodo C.C. acquistò larga fama per gli oggetti artistici di biscuit (oggi definiti biscotto).

Fu dunque proprio l’intervento esterno che rilanciò il settore ceramico e l’intero sistema produttivo locale e inserì nuove competenze tecniche di cui i civitonici hanno potuto beneficiare. Il punto di partenza è quindi il valore aggiunto esogeno col quale si è impostata una sinergia positiva da parte di quello endogeno, portatore di una propensione imprenditoriale.

Questo fenomeno è anche alla base del passaggio fondamentale da una struttura artigianale ad una industriale. In particolare, nei primi anni del ‘900 imprenditori non civitonici hanno permesso che si innescasse un processo di sviluppo separato di due comparti produttivi, quello delle stoviglierie e quello dei sanitari, che avranno anche sviluppi in parte distinti.

Tuttavia di vero e proprio sviluppo industriale si può parlare solo a partire dal secondo dopoguerra e per motivazioni più che endogene.

Infatti negli anni ‘50 scoppiò una crisi finanziaria e produttiva che spinse molti imprenditori ad operare una serie di licenziamenti in massa e a chiudere le aziende. La reazione degli operai fu prevalentemente quella di rilevare ciò che restava e di darvi la forma della società di capitali gestita da soci-operai. Da quel momento la gestione aziendale civitonica si spostò da figure imprenditoriali in senso classico ad una tipologia di collegialità/collettivismo produttivo e gestionale. La figura tradizionale dell’imprenditore (singolo individuo proprietario con funzioni prevalentemente gestionali) fu sostituita da quella del socio-operaio che svolgeva il duplice ruolo di lavoratore in azienda e di proprietario (possessore di quote azionarie).

Il successo ottenuto da questi primi tentativi spinse molti altri a seguire la stessa strada, anche non a seguito di licenziamenti o fallimenti aziendali. Facendo un bilancio risulta che addirittura solo un 22% delle aziende è sorto sulle ceneri delle precedenti, mentre la quota restante è il frutto di scelte autonome di distacco dall’azienda madre.

Non si è mai trattato di un vero e proprio associazionismo di tipo cooperativistico in quanto a C.C. è carente la conoscenza della realtà cooperativistica e anche perché è forte il desiderio di ottenere dal proprio lavoro un tornaconto individuale attraverso una regolare redistribuzione degli utili.

La forma scelta è invece la società di capitali, dove i soci-operai sono possessori in parti uguali delle quote azionarie.

Il vantaggio di questa forma societaria sono gli aspetti di democrazia gestionale e di flessibilità organizzativa; gli svantaggi sono principalmente il fatto di privilegiare la spartizione degli utili ai reinvestimenti di capitale per la crescita aziendale; in più, la lentezza decisionale, grave problema soprattutto nei momenti di crisi.

 

In un periodo in cui la domanda del mercato era in costante crescita e il processo produttivo era ancora prevalentemente artigianale, ciò che serviva per costituire un’azienda era poco capitale e molta professionalità. Questo processo e la tipologia aziendale adottata hanno segnato non solo l’evoluzione e le caratteristiche di tutte le aziende ceramiche di C.C., ma anche le condizioni politiche, economiche e sociali del Comune e del distretto.

 

Dagli anni ‘50 l’assetto produttivo e organizzativo delle aziende civitoniche ha subìto una lenta ma progressiva evoluzione, che può essere analizzata secondo i seguenti indicatori:

- evoluzione del mercato;

- innovazioni tecnologiche;

- cambiamenti nella professionalità;

- mutamenti organizzativi.

 

Negli anni ‘60 a C.C. il settore della ceramiche, specie quello dei sanitari, con il boom edilizio riprende quota. Sono di questo periodo:

- un’espansione imprenditoriale ai comuni limitrofi, in cui prevaleva un’economia agricola, ed un aumento della produzione (evoluzione del mercato);

- l’introduzione di due innovazioni tecnologiche: i forni a tunnel, che sostituiscono le antiche fornaci toscane e migliorano la resa in termini di qualità e quantità di prodotto; il colaggio, che sostituisce la foggiatura;

- il conseguente cambiamento della professionalità del ceramista e l’introduzione di nuovi profili professionali di tipo tecnico, più di bassa specializzazione in quanto le nuove tecnologie richiedono in parte una semplificazione delle mansioni (sia in termini operativi che cognitivi) ed una standardizzazione delle operazioni;

- dal punto di vista dei mutamenti organizzativi, il passaggio graduale (anche se tuttora incompleto) dal lavoro a cottimo a quello regolato contrattualmente, grazie al potere contrattuale assunto dal sindacato.

 

Gli anni ‘70 sono invece caratterizzati da:

- un aumento della produzione e una differenziazione del prodotto, a seguito dell’aumento e del diversificarsi della domanda, con l’abbassamento dei prezzi e della qualità dei prodotti;

- conseguente abbassamento della professionalità (gli operai di bassa qualifica provengono soprattutto dai paesi limitrofi, mentre i civitoni si specializzano).

Sul piano tecnologico, nessuna innovazione; sul piano organizzativo, nessun mutamento.

 

Negli anni ‘80:

- riduzione del mercato a quello interno per chisura di quelli esteri nel settore ceramico;

- a seguito della riduzione della produzione, crisi aziendale dovuta anche alla scarsa capacità delle aziende, per la loro struttura di essere competitive. La scarsa flessibilità diipende soprattutto dalla gestione da parte di soci-operai, da professionalità più centrate sul tecnico che sul gestionale, dalla scarsa introduzione di nuove tecnologie, dalla presenza di soli capitali interni, provenienti da una proprietà familiare o comunque comunitaria dell’azienda.

 

Ai fini della sopravvivenza delle imprese, dalla fine degli anni ‘80 fino all’inizio degli anni ‘90 vengono realizzate le seguenti trasformazioni:

- nelle industrie medie e piccole: sostituzione delle figure dei soci-operai con una dirigenza con professionalità manageriale più che tecnico-produttiva, meno idonea ad affrontare crisi e trasformazioni. In alcuni casi si tratta di imprenditori proveniente dallo stesso ramo lavorativo, in altri di imprenditori provenienti da altri rami. Tuttavia non è chiara la configurazione imprenditoriale che tali aziende stanno ancora andando acquisendo (per approfondimenti si rimanda al cap. sulle strategie finanziarie).

- Nelle industrie più grandi e forti: iniezioni di capitali esterni, per investire nella trasformazione e nell’innovazione e riorganizzazione aziendale ai fini di una maggiore flessibilità produttiva. La riorganizzazione implica: l’eliminazione di alcuni soci e, più in generale, della figura del socio-operaio, ostacolo alla crescita e all’adattamento innovativo; il potenziamento della decisionalità dell’imprenditore; l’incorporazione in altre aziende e la creazione di gruppi controllati finanziariamente.

Il superamento della crisi è avvenuto grazie anche a:

- una forte e continua capacità di espansione delle quote di mercato da parte degli imprenditori civitonici;

- una diffusa propensione al rischio d’impresa, sia come risposta a problemi occupazionali sia come vocazione al lavoro autonomo (prima collettivo, poi sempre più di tipo individuale);

- la flessibilità organizzativa e contrattuale da parte degli operai, in cambio di un riconoscimento professionale ed economico e in nome di una forte identificazione nel ruolo professionale;

- una bassa conflittualità operai-sindacati-imprenditori, che trova le sue radici nell’originaria impronta gestionale realizzata dai soci-operai (di matrice socialcomunista e solidaristica) e nella forte identità diffusa tra i lavoratori, di "produttori di ceramiche" (saper fare ceramica), vissuta ad oltranza con i sacrifici, oltre che con i meriti che questa comporta (orari pesanti, ma soprattutto rischi legati alla salute).

 

 

1.d. Il rapporto tra artigianato e industria

Nel caso dei due maggiori comparti produttivi la produzione e, di conseguenza, la struttura aziendale sono di tipo industriale. L’originaria matrice artigianale delle stoviglie è stata abbandonata già a partire dai primi anni ‘50, al di là di alcune fasi del ciclo produttivo (come si vedrà più oltre), mentre quella sanitaria non è nata con questa valenza.

Tuttavia nel settore dei sanitari, anche nelle aziende tecnologicamente più avanzate, si conservano alcuni banchi di colaggio manuale a fianco di quelli semiautomatici e automatici. Una produzione a carattere industriale che conserva ancora, quindi, un posto centrale a figure professionali con grandi abilità manuali e in possesso della conoscenza completa del ciclo produttivo.

La spiegazione fornita dagli imprenditori è che, oltre all’elevato costo legato all’acquisto dei macchinari, il colaggio manuale consente una produzione di qualità, intendendo con ciò non quella intrinseca del prodotto, ma la qualità del design, ossia un prodotto migliore in quanto diverso dalla produzione standardizzata.

 

Le aziende di stoviglie, rispetto a quelle dei sanitari presentano una maggiore continuità di livello tecnologico all’interno delle fasi del ciclo produttivo , ma diversi livelli tra le aziende. Queste sono infatti di tre tipi:

- aziende artigianali/industriali: in esse si utilizzano tecniche artigianali (foggiatura al tornio, l’uso di presse manuali per la foggiatura di pezzi particolari, la decorazione a mano), ma la produzione è di tipo industriale;

- aziende intermedie: dove si utilizzano molte macchine ma l’intervento umano è ancora determinante nel processo produttivo: le decorazionoi sono effettuate a macchina e si utilizzano presse automatiche, ma molte fasi sono ancora svolte manualmente, come la verniciatura e la rifinitura;

- aziende automatizzate: dove il ciclo produttivo è quasi del tutto automatizzato, anche nel caso di operazioni complesse come rifinitura. Gli addetti alla produzione sono pochi ed espletano funzioni di controllo del funzionamento macchine.

Tranne che per le aziende del primo tipo (che utilizzano quel ciclo per opportune scelte di mercato), le altre aziende del comprensorio non presentano un vero ritardo tecnologico, visibile più nel campo dei sanitari.

 

1.e. I modelli organizzativi delle imprese

Il modello organizzativo che accomuna le imprese di C.C. è quello di tipo distrettuale, con caratteristiche peculiari rispetto ad un modello di impresa non inserito in un’area a forte caratterizzazione produttiva, in quanto il funzionamento di un’impresa distrettuale risente fortemente di variabili di natura sociale e culturale.

Tali variabili sono conoscenza e frequentazione reciproca, legami di amicizia e parentela, vicinanza e senso di appartenenza, tradizioni di cooperazione e solidarietà. Esse si intrecciano anche nella definizione del pratico operare delle istituzioni, concorrendo alle forme di regolazione di quel tipo di relazioni, che può essere sintetizzato nel concetto di comunità locale.

Questo tipo di relazioni sociali si riflette inoltre nell’organizzazione, nella struttura e nella strategia delle imprese.

L’informalità diviene una variabile centrale nel regolare i rapporti tra imprese e all’interno della stessa impresa. Dentro l’impresa prevalgono un basso grado di gerarchia e di formalizzazione dei rapporti e dei compiti e il frequente coinvolgimento dell’imprenditore nella produzione; un minor filtro selettivo in entrata e un processo di apprendimento imperniato sul learning by doing e centrato su alcune figure di operai qualificati, nonché sullo stesso imprenditore.

Questo sistema di relazione ha come conseguenza un aggiustamento flessibile dei rapporti, dei trattamenti contribuitivi, delle questioni sindacali.

Ma la flessibilità che ne deriva è anche in relazione alla programmazione della produzione, il che permette all’azienda di adeguarsi alle crisi e alle trasformazioni più di un’altra più rigida e formalizzata.

Inoltre lo spazio lasciato alla collaborazione del basso favorisce una maggiore apporto personale all’innovazione di prodotto e di processo, nonché innovazioni incrementali all’utilizzo delle macchine.

 

Con queste premesse, le altre peculiarità delle aziende distrettuali che ritroviamo nel caso di C.C. sono:

- unità tra proprietà e management (modello solo di recente in fase di "scorporo" per fronteggiare le nuove esigenze del mercato);

- l’origine professionale degli imprenditori, quasi tutti ex-operai specializzati che interagiscono quotidianamente con gli operai, spesso con funzioni di verifica e controllo;

- la preponderanza del lavoro direttamente produttivo su quello manageriale, con una bassa terziarizzazione (pochi impiegati e quasi totale assenza di quadri e dirigenti);

- l’individuazione del punto di forza dell’azienda nella conoscenza diretta e specifica di un particolare processo produttivo, sulla base della quale si innesta il meccanismo di formazione per affiancamento;

- centralità delle relazioni informali (familiari e amicali) nell’ambito delle soluzioni organizzative e nei processi di reclutamento del personale (affidabilità desunta da parentele o amicizie);

- reclutamento: giovani leve non formate al di fuori dell’azienda, ma avviate alle modalità produttive tipiche di quell’azienda; inoltre, nel caso di competenze specifiche, operai bravi "rubati" alle altre aziende;

- formazione incentrata su due processi principali: socializzazione manifatturiera, ossia socializzazione anticipata nella comunità locale e nelle reti informali del saper fare ceramica, e formazione professionale per affiancamento in impresa (learning by doing), a scapito della formazione istituzionale al di fuori dell’impresa;

- specializzazione in una mansione e scarsa rotazione / intercambiabilità delle mansioni tra gli operai;

- ricorso a consulenti esterni per competenze tecniche specifiche di alto livello (in particolare chimici e disegnatori).

 

Inoltre il modello produttivo di C.C. si connota per alcune peculiarità sue proprie, non sempre presenti in altri modelli distrettuali.

- A livello organizzativo: la forma giuridica è quella della società di capitali, con origine nella forma collettiva della società operaia, mentre negli altri distretti vige soprattutto la ditta individuale;

- la produzione non è suddivisa tra più imprese, ciascuna specializzata in una parte del ciclo produttivo, ma avviene interamente nella stessa azienda. Ciò implica (ma deriva anche da) un forte individualismo aziendalistico ed il netto prevalere della competizione sulla cooperazione.

- A livello di commercializzazione: estesa internazionalizzazione di prodotti di qualità medio-bassa.

- A livello di progettazione della produzione: scarsa ideazione e prevalenza dell’imitazione delle grandi marche (scelta strategica per produrre un prodotto di marca richiesto sul mercato a prezzi inferiori, di qualità medio-bassa e mirata alla grande distribuzione). Tuttavia negli ultimi anni le strategie di mercato stanno cambiando in un’ottica di maggior qualità sia nel campo delle stoviglie che dei sanitari, per cui si inizia a dare maggior spazio all’ideazione e alla innovazione progettuale, con la collaborazione di progettisti e disegnatori esterni all’impresa.

- A livello di ingegnerizzazione del prodotto: nel settore sanitario ci si avvale del madreformista, figura esclusivamente interna con grandi capacità artigianali per la progettazione su carta del prototipo e della madreforma, che serve alla produzione degli stampi.

- A livello di produzione, nella scelta dei fattori produttivi: prevale l’investimento sulla forza lavoro a scapito delle macchine, per via dei minori costi che comporta, della flessibilità contribuitiva (basata ancora oggi sul cottimo o comuque senza orario di lavoro fisso) e della bassa conflittualità sindacale.

 

 

2. LA PROFESSIONALITA’ NEL SETTORE CERAMICO

 

La professionalità nelle aziende ceramiche del distretto di C.C. presenta peculiarità tipiche dell’assetto distrettuale e peculiarità presenti quasi esclusivamente su questo territorio.

Come già visto, la professionalità dell’imprenditore è caratterizzata da:

- la prevalenza dell’unità tra proprietà e management, in fase di trasformazione;

- l’origine professionale omogenea (ex-operai che continuano a svolgere mansioni tecniche direttamente nella produzione, accanto al ruolo di management);

- la conoscenza diretta e specifica di un particolare processo produttivo;

- una scarsa preparazione a livello manageriale;

- una scarsa propensione a strategie aziendali e produttive di tipo innovativo.

 

La professionalità del personale addetto alla produzione nelle aziende di C.C. (come in quelle dei distretti industriali in genere) costituisce il perno strategico dell’azienda a scapito della professionalità impiegatizia e dirigenziale. Essa si fonda sulla "socializzazione anticipatoria" al lavoro futuro, basata sulla trasmissione di valori e rappresentazioni del lavoro da parte della comunità locale, la quale induce meccanismi di identificazione ed imitazione soggetti all’elaborazione che ne fa l’attore in base ad aspettative, bisogni, atteggiamenti personali.

Nei distretti industriali l’ambiente in cui il giovane vive contribuisce in maniera determinante a forgiare le rappresentazioni del suo futuro lavorativo. Queste sono caratterizzate da un’economia monoproduttiva, da una forte concentrazione locale delle imprese e dall’ipertrofia delle relazioni comunitarie (reti informali). L’educazione e la formazione al lavoro si sviluppano attraverso le relazioni sociali e comunitarie, piuttosto che attraverso le istituzioni scolastiche e formative. In famiglia, nella piazza del paese, nei luoghi di ritrovo anche nel tempo libero l’argomento principale è la produzione della ceramica, con i suoi sviluppi, i suoi problemi, le novità e gli esempi da portare ai più giovani.

Nel caso di C.C. si tratta di rappresentazioni rafforzate da un forte orgoglio di campanile e dalla quasi totale assenza di conflittualità tra imprenditori e forza lavoro, al punto che la grande maggioranza dei giovani civitonici si prefigura il proprio futuro professionale nel "saper fare ceramica".

Tuttavia anche a C.C., come nei distretti industriali in genere, si sta assistendo ad una lenta ma progressiva inversione di questa tendenza, ossia ad una diminuzione del "consenso sociale" sul concepire il proprio futuro come ceramista, in particolare sull’etica del lavoro, a causa dell’aumento della scolarizzazione (pur sempre poco orientata alla formazione universitaria), l’emergere di ceti terziarizzati e non direttamente legati alla produzione locale, del diffondersi di atteggiamenti "urbani" tra i giovani, nonché della dimunuita appetibilità del lavoro in fabbrica.

I giovani civitonici da un lato sono facilmente attratti dalla possibilità di guadagni a breve termine, dall’altro sono scoraggiati nel proseguire gli studi dalle difficoltà nei collegamenti con le città universitarie.

 

Il reclutamento dei giovani avviene quasi sempre direttamente da parte dell’imprenditore, tra persone fidate nella cerchia delle conoscenze più o meno dirette, piuttosto che in base a criteri di qualifica e a competenze professionali acquisite tramite la formazione istituzionale (scolastica e professionale).

La formazione avviene ini fabbrica per affiancamento a figure esperte interne (operai specializzati e/o l’imprenditore stesso), in tempi abbastanza brevi (in quanto non si tratta di mansioni complesse) e secondo procedure informali che trasmettono sia una specializzazione professionale sia i valori culturali dell’azienda.

L’esistenza a C.C. dell’Istituto d’Arte con indirizzo ceramico, la presenza di Istituti professionali da cui potrebbero uscire tecnici diplomati in chimica, non sembrano aver finora modificato le modalità dell’apprendimento lavorativo. I programmi scolastici dell’Istituto d’Arte prevedono la formazione del formatore, del modellista, del decoratore, dello smaltatore e del progettista.

Ma, a parte qualche sporadico tentativo, è sempre mancato un collegamento tra le scuole professionali presenti sul territorio e le imprese nell’ambito di stage, di programmi, iniziative e progetti concordati insieme. Difficilmente la formazione scolastica sfocia poi nell’assunzione nel profilo professionale più coerente con questa. Spesso anzi gli imprenditori preferiscono formare una persona ex-novo piuttosto che assumerne una che proviene dalla FP istituzionale, oppure, per ruoli più complessi (come nel caso del modellista-madreformista), cercano di trovare uno che ha maturato un’esperienza nelle aziende dello stesso settore (sempre però a C.C.).

 

Con la crescente introduzione delle tecnologie la situazione non è cambiata, ossia non si ricercano figure specializzate formate nei canali istituzionali. Si rafforza, anzi, la tendenza a volerli "tabula rasa" affinché apprendano direttamente il mestiere su quella specifica macchina adottata in azienda, in base al fatto che l’operaio è destinato, poi, a fare sempre lo stesso tipo di lavoro.

La prevalenza di questa modalità di apprendimento dipende dal fatto che l’introduzione delle macchine non ha comportato una complessificazione delle mansioni, bensì una loro semplificazione, con minore apporto professionale da parte del lavoratore. Ne è la riprova il fatto che l’introduzione di nuove macchine non ha portato ad un miglioramento della qualità dei prodotti, bensì ad un aumento della quantità producibile. Questo vale soprattutto nel settore delle stoviglie, dove la meccanizzazione copre quasi tutto il ciclo produttivo.

 

 

3. LE STRATEGIE DI DIFFUSIONE DEL PRODOTTO

 

In relazione alla domanda del mercato, occorre fare una distinzione tra i due maggiori comparti produttivi.

Nel settore dei sanitari la domanda è legata all’edilizia abitativa, nell’ambito della quale, con il tempo, i gusti dei consumatori finali si sono "standardizzati".

Il settore delle stoviglie è invece legato all’andamento delle mode ed è quindi maggiormente soggetto a cambiamenti repentini dei gusti. Tuttavia le grandi aziende del settore lavorano sulla quantità e devono imporsi per costi marginali bassissimi.

Attualmente le esportazioni in entrambi i settori stanno attraversando una fase positiva grazie alla svalutazione della lira, fattore che ha permesso di compensare le minori vendite in Italia. I principali mercati di sbocco sono: per i sanitari Paesi europei extra-UE e UE (Francia, Spagna, Grecia, Germania) e Medio Oriente; per le stoviglie gli Stati Uniti, seguiti da Europa, Asia, Medio Oriente, Giappone.

In questo momento, comunque, la concorrenza è molto forte. I principali Paesi concorrenti sono i Paesi dell’Est e il Brasile, dotati delle necessarie materie prime e in grado di produrre a costi di manodopera concorrenziali. Inoltre, in relazione alle fasce più basse di mercato la concorrenza viene soprattutto da Corea, Thailandia e Taiwan.

Circa la creazione di imprese in altri Paesi c’è molta reticenza tra gli imprenditori, in quanto non amano delegare la gestione aziendale in Italia, il che permetterebbe loro soggiorni all’estero necessari a seguire le nuove filiali.

 

Nel settore delle stoviglie può essere operata una tipologizzazione delle imprese rispetto alle strategie di mercato.

La grande impresa è rappresentata da aziende riunite in gruppi industriali e dispone di ampie quote di mercato. La politica di tali gruppi consiste nella massima differenziazione del prodotto in modo tale che anche nei periodi di crisi sia possibile mantenere alcune nicchie di mercato aperte. La loro rete commerciale è assai sviluppata e si rivolge principalmente alla grande distribuzione, ai grossisti, alla vendita per corrispondenza, alle promozioni. In particolare negli ultimi anni tali gruppi hanno compiuto accordi commerciali con grandi catene alimentari, come la Barilla, o con la Procter & Gamble in relazione ai detersivi. Tutto questo è stato possibile in quanto la loro produzione è soprattutto basata sulle terraglie tenere, che si rivolgono ad una fascia di mercato medio-bassa grazie alla competitività della variabile prezzo.

Le imprese di medie (50-200 addetti) e di piccole dimensioni (fino a 50 dipendenti) hanno invece adottato spesso politiche commerciali di tipo "complementare", che riducono la concorrenza interna: alcune si sono specializzate in pezzi di terraglia, altre in pezzi di porcellana.

 

In sintesi, le strategie del mercato delle stoviglie si basano soprattutto sulle seguenti variabili:

- prezzi contenuti;

- quantità dei prodotti (sono poche le imprese che hanno puntato sulla qualità);

- diminuzione del ciclo di vita del prodotto (in un’ottica di riduzione dei costi);

- ampliamento della gamma dei prodotti (specie in termini di decori, diversi a seconda del Paese di esportazione e in linea con le "mode"), anche se la tendenza recente è quella di ricorrere a linee "classiche" per ridurre l’estrema varietà e, con essa, la flessibilità produttiva.

 

Altre variabili - chiave per le strategie commerciali, specie per i sanitari, sono:

- la standardizzazione dei prodotti (come reazione alla crisi di settore, per ridurre i costi di produzione);

- la flessibilità della forza lavoro, dei macchinari, delle modalità di lavoro (cottimo) e dello stoccaggio per i magazzini;

- l’introduzione dei Sistemi Qualità, che implicano inoltre la sistematicità di controlli / verifiche;

- per alcune aziende, la qualità dei prodotti (ampliamento della gamma dei pezzi "particolari");

- per poche altre (le più grandi), il marketing-mix (immagine, marchio di qualità, ricerca di design e di tipo tecnologico).

 

Non sono invece decollate le seguenti strategie:

1) una politica finalizzata all’introduzione del marchio di qualità, portata avanti dal Centro Ceramica di C.C. (Civita Quality World). L’introduzione del marchio avrebbe dei risvolti sia dal punto di vista delle garanzie fornite al consumatore, che sarebbe certo delle caratteristiche del prodotto, sia da quello commerciale, in quanto verrebbe attuata una campagna promozionale unitaria (con conseguente riduzione dei costi). La causa sta soprattutto nello spiccato individualismo degli imprenditori, che impedisce forme efficaci di cooperazione e coordinamento strategico.

2) La ricerca: solo il Centro Ceramica si è incaricato di questo ruolo, ma è carente dal punto di vista del laboratorio scientifico e tecnologico e delle collaborazioni con l’ENEA e l’Università.

3) L’attività promozionale.

4) Il potenziamento dei trasporti e delle infrastrutture: manca una rete ferroviaria adeguata, reti attrezzate per carico-scarico merci, strutture per ospitare eventuali interlocutori commerciali e clienti.

 

Il miglioramento della qualità del prodotto a livello strategico dovrebbe riguardare non solo le caratteristiche intrinseche del prodotto, ma anche la capacità di soddisfare particolari ordinazioni, le reti pre e post-vendita, le consegne rapide e i rifornimenti, le informazioni tecniche, le progettazioni ad hoc. A questi scopi la flessibilità produttiva resta una variabile imprescindibile ai fini della "personalizzazione" del prodotto.

Per quanto riguarda le strategie per fronteggiare la globalizzazione del mercato, sarebbe necessario potenziare le attività di ricerca e di sviluppo finalizzate alle innovazioni nell’offerta dei prodotti, realizzare l’adeguamento rapido alla normativa UE, la gestione dell’attività pubblicitaria, il controllo delle reti distributive. Per tutto ciò sarebbe indispensabile una strategia unitaria di distretto.

C.C. è abbastanza in crisi rispetto alla flessibiltà produttiva, ma soprattutto rispetto alle strategie unitarie. La specializzazione nella funzione produttiva, il basso grado di terziarizzazione, il fatto di operare in un settore tradizionale e con basse barriere di entrata, l’individualismo degli imprenditori rendono il polo di C.C. particolarmente esposto alla concorrenza dei Paesi emergenti, specie nel settore delle stoviglie.

 

 

4. L’INNOVAZIONE TECNOLOGICA

 

Abbiamo già accennato al fatto che per le industrie ceramiche di C.C. non è possibile parlare di avanguardia tecnologica, pur a fronte di un’espansione del distretto. Ciò dipende principalmente dai seguenti motivi:

- l’originaria forma imprenditoriale (società operaia), non ancora del tutto superara e saldamente sedimentata nel vissuto imprenditoriale, ha sempre privilegiato la suddivisione degli utili tra i soci operai, ossia il guadagno immediato a breve termine, a scapito di un loro reinvestimento in fattori di crescita produttiva a medio-lungo termine;

- gli imprenditori hanno preferito puntare sulla manodopera piuttosto che sui macchinari in quanto questa presenta indubbi vantaggi sul piano della flessibilità e dei costi (variabile incisiva soprattutto nelle piccole e medie imprese, che sono la quasi totalità del distretto), anche in virtù di un sistema retributivo basato sul cottimo e di una scarsissima conflittualità sindacale;

- la ricerca tecnologica non è decollata per motivi di costi (elevati per le piccole e medie imprese), per il prevalere di strategie di mercato orientate alla quantità invece che alla qualità e per un forte individualismo degli imprenditori che impedisce di unire gli sforzi in vista di nuove strategie di mercato.

 

Tuttavia le imprese del distretto si presentano caratterizzate da due livelli diversi di innovazione tra comparto delle stoviglie e comparto dei sanitari.

Come già accennato, nelle aziende di sanitari vi sono ancora molte fasi del ciclo dipendenti dal lavoro manuale e nel contempo sono in uso delle macchine per le quali è fondamentale e indispensabile l’intervento umano.

Le aziende di stoviglie presentano invece una maggiore applicazione di macchine al ciclo produttivo, macchine automatiche il cui controllo è comunque svolto da operai, pur essendo ancora presenti alcune fasi produttive manuali. Fanno eccezione un paio di aziende di stoviglie molto moderne, in cui è stato introdotto il ciclo continuo.

In nessun caso si usano, comunque, macchine a controllo numerico, dove cioè l’intervento dell’operaio è sostituito dal computer. Inoltre non si utilizzano in nessuna azienda tecniche di cad/cam.

La mancata introduzione di tecnologie informatizzate nel ciclo produttivo dipende anche dalla strategia produttiva prevalente, ossia nell’imitare piuttosto che inventare nuove linee di prodotto o rielaborarle con apporti originali.

 

 

5. LE STRATEGIE DI FINANZIAMENTO

 

Fino agli anni ‘80 c’era una sovrapposizione tra chi "attingeva" e chi "accordava" denaro, in quanto si trattava sempre dei soci-operai. Ciò aveva generato un circuito di finanziamento chiuso che non prendeva in considerazione apporti esterni, con benefici ma anche danni alla produzione, e periodi di crisi vissuti e fronteggiati solo dall’interno di C.C. Questo avveniva specie per il rifiuto di un atteggiamento di dipedenza nei confronti di soluzioni esterne, per via del forte orgoglio di campanile dei civitonici.

A partire dalla seconda metà degli anni ‘80, con la crisi dei mercati, la riorganizzazione aziendale ha anche comportato una progressiva separazione dei ruoli tra chi impersonava la "domanda" e chi l’"offerta" di capitali, oltre ad un parallelo affermarsi della programmazione delle funzioni aziendali (piani programmatici di periodo).

Ciò ha avviato un lento processo di polarizzazione in cui, da una parte, si collocano le numerose piccole imprese (sottodimensionate anche finanziariamente), che sopravvivono grazie a peculiari meccanismi di salvezza tipici delle dimensioni distrettuali, dall’altra nascono i cosiddetti "gruppi di fatto" e i gruppi finanziari, che sottendono un controllo finanziario strategico.

La prima tipologia comprende il piccolo imprenditore artigiano, di tipo tradizionale, e l’imprenditore innovatore.

La seconda tipologia si distingue a sua volta in sottocategorie, a seconda delle strategie finanziarie e gestionali:

- famiglie che controllano un certo numero di aziende attraverso forme di partecipazione azionaria (forma più diffusa);

- interventi sul territorio di merchant bank, ossia di capitali esterni, alla ricerca di buoni investimenti, nell’ambito di un progetto di differenziazione orizzontale dei propri interessi ed ambiti produttivi.

In entrambi i casi l’operazione svolta dal gruppo è quella di acquisire ma non di assorbire le aziende.

Nel primo e più frequente caso, che ha realmente sovvertito la tradizionale distribuzione della proprietà e del management aziendale, gli investitori locali hanno liquidato i vecchi soci e sono entrati in possesso di quote variabili delle aziende, con diversi casi di "scalata" delle società.

Un limite di queste operazioni sta nel fatto che gli ingressi (o acquisizioni) dei gruppi in altre società avvengono solo nei momenti di crisi. Solo in un caso (Gruppo Sanitari Italia - GSI) c’è stata una transazione tra aziende sane per cercare di attivare sinergie concrete.

 

Per quanto riguarda le normali fonti di finanziamento, il risparmio e gli investimenti dei civitonici (non solo degli imprenditori) sono di tipo classico, prevalentemente bancario. Inoltre le forme più avanzate proposte dagli operatori di settore, come fondi obbligazionari o fondi comuni di investimento, non sono ancora diffuse, mentre la preferenza va ancora a quelle tradizionali (Bot, libretti di risparmio,ecc.).

Dopo le banche, il secondo gruppo di fornitori di capitali comprende gli investitori istituzionali (SIM) e le compagnie di assicurazione. Ma le banche restano sempre al primo posto e sono in crescita.

Il mercato finanziario propone capitali a basso rischio su larga scala, mentre la domanda delle aziende riguarda principalmente capitali di rischio con un ammontare più modesto. Tale situazione è all’origine dei problemi di sotto-capitalizzazione a cui vanno incontro le aziende.

I fondi di incentivazione pubblici sono, invece, una fonte di finanziamento poco disponibile (in quanto C.C. è stata esclusa dall’Obiettivo 5B, dopo esserci rientrata per cinque anni) e, quando ci sono, poco sfruttata dagli imprenditori.

L’esclusione dall’ob. 5B non è un fatto di scarso rilievo in quanto va ad incidere sulle decisioni prese a livello nazionale e di Unione Europea in termini di politiche industriali, che riducono l’incidenza di leve positive come quelle fiscali, oggi imprescindibili per una crescita imprenditoriale.

In sintesi, la situazione degli investimenti non presenta un quadro adeguato a fronteggiare i rischi d’impresa a causa della scarsa propensione degli imprenditori al frazionamento del rischio (si investe in poche forme finanziarie, di tipo tradizionale) e della scarsa affluenza di capitale pubblico, né di prevede una crescita degli investimenti come una delle strategie aziendali, in quanto la preferenza è verso capitali contenuti.

 

 

6. IL SUPPORTO DEGLI ATTORI LOCALI ALLO SVILUPPO ECONOMICO DEL DISTRETTO

 

6.a. Il rapporto tra mondo della produzione e comunità locale

Nel caso di C.C., le attività e le iniziative a supporto dello sviluppo del distretto produttivo sono riconducibili più ad un processo di convalida sociale e culturale di tipo informale e comunitario del "fare ceramica" che a politiche e programmi di sviluppo promossi dagli attori istituzionali (Comune, Associazioni imprenditoriali, Provincia, Camera di Commercio, Regione, Comunità Europea, ecc.).

E’ infatti soprattutto la subcultura locale, trasmessa costantemente dalla rete di relazioni informali tipiche dei piccoli centri, il principale sistema di legittimazione e sostegno dello sviluppo imprenditoriale nel distretto. Essa si snoda in ogni situazione sociale (dentro e fuori la fabbrica) e coinvolge ogni soggetto (partiti politici, sindacato, famiglia, Chiesa, gruppi di aggregazione, ecc.).

L’etica del lavoro, l’orgoglio di essere un bravo ceramista, il senso di appartenenza alla comunità locale, la capacità di creare il lavoro per sé e per gli abitanti dei comuni limitrofi, caratterizzano in maniera forte la comunità civitonica (non allo stesso modo gli altri comuni del comprensorio, la cui economia è di origine agricola).

Le aziende di soci-operai hanno cementato questo rapporto tra fabbrica e società. Le fabbriche gestite da soci-operai sono state un luogo di aggregazione sociale e una fucina di quadri politici e sindacali. Non è un caso che il percorso formativo di molti sindaci sia stato ceramista-sindacalista-sindaco.

L’esistenza storica di una base politica e ideologica comune ha fatto sì che i conflitti abbiano trovato sedi informali in cui esprimersi ed essere ricomposti. La convivenza fianco a fianco sul luogo di lavoro fra operai-soci e operai ha contribuito a creare un sistema di valori condivisi. Al punto che, nei periodi di congiuntura economica, invece di ricorrere, da parte dell’imprenditore, al taglio dei salari o, da parte degli operai, alla richiesta di massicci aumenti salariali, solitamente si rinuncia a tali strumenti e si fanno sacrifici insieme.

In sostanza tra parte datoriale e forza-lavoro (sostenuta da un forte tasso di sindacalizzazione) è stato raggiunto un "compromesso sociale": gli operai offrono una flessibilità nell’uso del lavoro, gli imprenditori danno in cambio la crescita dei salari e il mantenimento dell’occupazione locale. Inoltre è stata accettata una condivisione collettiva dei rischi e dei benefici, che negli anni ‘80 è culminata con la monetizzazione della malattia professionale (la silicosi) piuttosto che con la lotta per il miglioramento effettivo dell’ambiente di lavoro.

Oggi, in relazione ai mutamenti socio-culturali e a quelli organizzativi all’interno dell’azienda, anche la strategia del sindacato va modificandosi. La soluzione al fronteggiamento delle malattie professionali consiste nel miglioramento delle condizioni e dell’ambiente di lavoro, ma questo implica una ristrutturazione della fabbrica e delle tecnologie, con notevoli investimenti da parte dell’imprenditore. Il sindacato ha pertanto avviato una vertenza su un problema difficile da risolvere sia in termini economici sia di cultura imprenditoriale.

 

La fabbrica influenza anche il modo di organizzare la propria vita al di fuori di essa. Il lavoro a cottimo ha sempre indotto un orario di lavoro compreso mediamente tra le 5.00 e le 12.30, in tal modo anticipando il lavoro rispetto a tutte le altre attività e modificando anche le abitudini di riposo. Ancora oggi le piazze del paese si popolano nel primo pomeriggio fino ad ora di cena e si spopolano dopo cena. Gli orari di lavoro ereditati dal lavoro a cottimo e le conseguenti abitudini di vita sono talmente radicati che i civitonici non hanno intenzione di rinunciarvi, nonostante i tentativi recenti di imprenditori e sindacati a riorganizzare gli orari di lavoro.

 

Di attività ceramica si parla nei luoghi di ritrovo e qui ha sede quella che è stata definitiva "socializzazione anticipatoria" al lavoro di ceramista, molto più influente nelle scelte personali e nelle politiche delle assunzioni di una formazione professionale di tipo istituzionale. Rispetto alle scelte personali, il motivo principale per cui la maggior parte dei giovani continua ancora oggi a preferire il lavoro in fabbrica, faticoso, nocivo e routinario, piuttosto che proseguire gli studi ed intraprendere un altro percorso professionale, consiste nel bisogno di integrazione nella vita comunitaria.

Tuttavia, come visto precedentemente, è in atto un cambiamento culturale nei confronti di un progetto professionale che investe nella fabbrica di ceramica, cambiamento che potrebbe incrinare l’attuale equilibrio tra società e fabbrica, tra "struttura" e "sovrastruttura". Questa incrinatura potrebbe acuirsi con l’immissione di nuove tecnologie produttive, soprattutto nell’ambito dei sanitari, e con la trasformazione dell’organizzazione dell’impresa secondo modelli più formalizzati. Tutto ciò comporterebbe una modifica dell’orario di lavoro e di conseguenza dei tempi e degli spazi di vita sociale.

 

6.b. Le politiche formative ed occupazionali

Come visto, né i giovani né gli imprenditori considerano la formazione professionale come fondamentale per costruire una professionalità "tradizionaale" nel campo della produzione ceramica, mentre si privilegiano l’esperienza, i processi di socializzazione e la cultura d’impresa.

Le uniche reali possibilità di accrescimento professionale in futuro sono legate all’adozione di scelte tecnologiche che richiedono lavori più qualificati e competenze più complesse.

In linea con questi atteggiamenti neppure gli Enti locali hanno perseguito una politica formativa rivolta ai giovani per lo sviluppo di figure tecniche impegnate direttamente nel ciclo produttivo.

Il Centro Ceramica (unica iniziativa locale di un certo rilievo per sostenere lo sviluppo produttivo del settore) ha attivato corsi per:

- funzionari di strutture commerciali;

- preparatori di barbottina (competenze chimiche);

- contabilità industriale per gli imprenditori;

- lingue straniere;

- capireparto e direttori di produzione;

- produzione per tecnologia ceramica;

- workshop e giornate di studio per gli imprenditori sui problemi relativi alla qualità.

Si nota pertanto che i corsi riguardano la formazione di figure non direttamente coinvolte nella produzione, oppure l’aggiornamento e la specializzazione di personale già impiegato in azienda (formazione sul lavoro).

Con queste premesse non sono mai state concertati programmi e progetti comuni tra le parti sociali e tra Ente locale e mondo del lavoro.

 

Per quanto riguarda l’occupazione giovanile, nè il sindacato, nè gli Enti locali nè gli stessi imprenditori e le loro associazioni hanno attivato politiche attive in quanto il problema non è mai stato avvertito in maniera preoccupante. Circa il 90% dei giovani assunti in fabbrica con contratto formazione lavoro vengono poi generalmente confermati con contratti a tempo indeterminato.

 

Per quanto riguarda le politiche di sostegno allo sviluppo economico promosse da Regione e Ministero, Provincia e Camera di Commercio, C.C. non ha mai potuto contarci, fatta eccezione per il Centro Ceramica (v. oltre).

Inoltre le politiche comunitarie non ricomprendono più il comprensorio di C.C. tra i beneficiari dell’Ob. 5B, per cui essa non può più contare su questa fonte di finanziamento per piani di sviluppo economico locale e per la formazione professionale.

Normalmente, tuttavia, questo non è un problema per il carattere orgoglioso dei civitonici, abituati a contare solo sulle proprie forze e sui propri capitali interni. Tuttavia la recente consapevolezza di rivedere le strategie aziendali alla luce di un maggiore sviluppo tecnologico non può prescindere da finanziamenti esterni, che per essere a beneficio di tutte le imprese dovrebbero provenire dal pubblico (il privato garantisce investimenti solo alle aziende che ritiene possano trarne grossi profitti).

 

6.c. Il Centro Ceramica

Il Centro Ceramica costituisce l’unica iniziativa che vede cooperare Enti pubblici e mondo delle imprese in sinergia per lo sviluppo di strategie di sviluppo del comparto produttivo.

Esso nasce nel 1982 dalla legge 40/81 ed è una società mista a maggioranza privata che coinvolge l’Associazione Industriali, la Provincia, il Comune, la Camera di Commercio e la maggior parte delle aziende ceramiche presenti nel comprensorio.

Il Centro è nato per unire le aziende in modo sinergico, al fine di fronteggiare insieme problemi comuni, quali:

- aumentare il loro potere contrattuale nei confronti dei fornitori (per le materie prime e l’energia);

- trovare accordi e indirizzi comuni nel campo della regolamentazione e dell’organizzazione del lavoro;

- accrescere il loro potere politico ed economico;

- promuovere campagne promozionali comuni;

- migliorare la rete dei servizi e delle infrastrutture a supporto delle aziende;

- attivare progetti di formazione professionale.

Le attività a tali scopi realizzate sono:

- la promozione di ricerche, studi, aggiornamenti relativamente alla tecnologia nella produzione ceramica, materie prime, impianti, prodotti;

- la facilitazione di scambi tecnologici di macchinari, soprattutto con i Paesi in via di sviluppo;

- consulenza alle aziende per accedere a programmi europei di innovazione tecnologica;

- la formazione professionale;

- le attività di supporto in termini di infrastrutture.

 

Le attività finora concretamente realizzate dal Centro Ceramica si riferiscono allo sviluppo tecnologico e alla formazione professionale.

Sul piano tecnologico il Centro svolge funzioni di aggiornamento ed è attualmente impegnato con cinque aziende (tre di C.C., una portoghese e una francese) in un progetto tecnologico innovativo nel settore dei sanitari, relativo ad un robot a lettura ottica del pezzo per la rifinitura (che è la fase in cui i lavoratori sono maggiormente esposti alle polveri di silicio).

Il Centro ha dovuto, invece, abbandonare il progetto relativo all’istituzione di un laboratorio tecnologico che avrebbe dovuto stimolare l’attività di ricerca, in quanto sono mancati i fiinanziamenti (soprattutto pubblici) e non si è ottenuta la necessaria collaborazione da parte degli imprenditori, poco propensi a riconoscerne l’utilità.

 

Un secondo progetto portato avanti dal Centro, che non ha ottenuto il necessario supporto da parte del mondo imprenditoriale e che pertanto rischia di naufragare, è legato alla promozione di un comune marchio di qualità. Questo potrebbe consentire di identificare il prodotto con un’area produttiva ben definita, di offrire delle garanzie ai consumatori e di attivare una sorta di politiche comuni. Ma attualmente su questo progetto non si riesce a trovare un accordo tra gli imprenditori.

 

Un terzo progetto promosso dal Centro si riferisce alla disincentivazione del lavoro a cottimo e all’incentivazione di tutte le altre forme alternative basate sulla qualità del prodotto e sull’apporto soggettivo del lavoratore.

Le strategie sono state di due tipi:

- prima si è tentanto di disincentivare il lavoratore, facendo corrispondere ad un aumento dei pezzi prodotti, un aumento non altrettanto proporzionale dello stipendio;

- poi la strategia si è incentrata sull’imprenditore, facendo in modo che i pezzi prodotti in aggiunta al carico di lavoro giornaliero venissero pagati di più.

Questa seconda strategia ha avuto un po’ più di successo, ma nel complesso entrambe non si sono dimostrate realmente efficaci a fronte di un radicamento profondo della cultura del cottimo tra i lavoratori e tra gli imprenditori.

 

Il Centro finora non si è mai dovuto porre il problema di attivare politiche per l’occupazione giovanile, in linea con il sindacato e gli imprenditori, in quanto la disoccupazione non è un vero problema a C.C.

Allo stesso modo, coerentemente con gli atteggiamenti verso la formazione istituzionale diffusi tra sindacato, imprenditori e nella comunità locale, non ha mai investito nella formazione professionale al lavoro per la costruzione di profili professionali "tradizionali" (si veda al par. 6.b.).

 

Le potenzialità del Centro Ceramica sono altissime se si considerano le opportunità offerte dalla UE per la promozione di progetti innovativi, la realizzazione di attività formative, l’incentivazione dell’occupazione, la creazione di nuovi profili professionali e di servizi alle imprese.

I campi in cui queste iniziative potrebbero essere sfruttate sono, ad oggi, soprattutto la tutela della salute e dell’ambiente e lo sviluppo della qualità in azienda (di processo, di prodotto, ecc.).

Rispetto a questi temi il Centro potrebbe inoltre offrire servizi di consulenza, di assistenza finanziaria, fiscale, tecnica, commerciale, organizzativa.

Ma le potenzialità del Centro sono ancora tutte da sfruttare, in quanto, pur essendo molto propositivo, si è trovato sempre a dover fronteggiare una serie di ostacoli alla realizzazione dei progetti promossi, riconducibili soprattutto alla mancanza di finanziamenti da parte dei soggetti pubblici coinvolti e al forte individualismo degli imprenditori, che porta le aziende a lavorare spesso in un clima di competizione non solo aziendale ma anche personale.

 

 

7. CONCLUSIONI

 

Il distretto di C.C. presenta alcuni punti di debolezza, che costituiscono non solo un freno allo sviluppo del settore, ma anche un rischio per la sua sopravvivenza in un contesto di globalizzazione dei mercati, il quale richiede strategie unitarie di innovazione tecnologica, commercializzazione e formazione professionale.

 

Analizziamo in sintesi questi punti di debolezza e le possibili soluzioni per un loro superamento.

Lo studio del ciclo produttivo ha consentito una riflessione sulla tecnologia e sul ruolo che questa assume. Il livello di molte imprese dell’area sembra, infatti, presentare un notevole ritardo rispetto alla tecnologia utilizzata nell’ambito dello stesso settore produttivo e le tecnologie utilizzate sono per lo più imitate dalle grandi aziende (anche se spesso la loro introduzione ha comportato l’apporto di originali modifiche da parte degli imprenditori di C.C.).

Questo pone il comprensorio in una condizione di diversità rispetto alla maggior parte dei sistemi produttivi locali, che in genere sono luoghi dove si sperimenta e si produce innovazione.

I fattori che concorrono a spiegare il difficile rapporto tra distretto e tecnologia sono:

- le caratteristiche dell’imprenditoria locale, finora più interessata al guadagno immediato che agli investimenti produttivi;

- le dimensioni aziendali, in relazione al costo delle innovazioni;

- le strategie di vendita (fascia di mercato medio - bassa, particolari nicchie di mercato);

- il tipo di relazioni industriali;

- il cottimo, che ha contribuito a mantenere competitivo il costo della manodopera rispetto a quello delle macchine;

- la bassa conflittualità operaia nei confronti degli imprenditori, anche su aspetti come la salute in fabbrica.

Il superamento di questa impasse può avvenire solo se muta l’atteggiamento degli imprenditori nei confronti della cooperazione e delle sinergie interne al distretto, il che permetterebbe di unire le forze ed abbattere i costi di ricerca e sviluppo tecnologico.

Questo cambiamento di strategia consentirebbe inoltre di promuovere comuni iniziative di commercializzazione e progetti innovativi finanziabili dalla UE e dai fondi pubblici, nonché di sfruttare al massimo le potenzialità offerte dal Centro Ceramica, ad oggi unica struttura di servizi e di ricerca tecnologica presente nel comprensorio.

 

Un secondo problema è dato dalla scarsa propensione degli imprenditori civitoni a ricorrere a finanziamenti esterni alla comunità locale, pubblici (già non cospicui) e privati (provenienti soprattutto dalle merchant bank), che costituirebbero invece una valida iniezione di finanziamenti per tutte le attività finora in stallo. La possibilità di sfruttare questa opportunità dipende ancora una volta da una maggiore apertura culturale degli imprenditori alla novità, a quanto è "diverso" dal civitonico, abbandonando il timore di "dipendere" da altri e l’orgoglio di fare tutto da soli (in senso stretto, senza neppure un accordo locale) nei momenti di crisi così come nei periodi di espansione.

L’unico atteggiamento di apertura (se così si può chiamare) finora riscontrabile si riferisce all’"imitazione" dei prodotti e di alcune tecnologie, più parassitico che costruttivo di un progetto comune (con le altre imprese del distretto, con i soggetti esterni da cui si "copia").

 

Anche l’atteggiamento dell’Ente locale nei confronti delle politiche di supporto allo sviluppo dell’economia locale costituisce un grande punto di debolezza. Gli sforzi per favorire la concertazione delle forze sociali, trovare un accordo su progetti comuni, intervenire direttamente presso gli organi centrali dello Stato, la UE e gli altri soggetti pubblici per ottenere finanziamenti ai progetti, non sono mai stati un obiettivo delle amministrazioni Comunali.

Da parte loro, gli Enti pubblici territoriali (Regione, Provincia, Camera di Commercio) non solo risultano assenti, ma hanno assunto, per motivi non molto chiari, iniziative e comportamenti negativi per il polo ceramico.

 

Altri cambiamenti sono tuttavia in atto e comporteranno un graduale mutamento degli atteggiamenti negativi che hanno finora prevalso.

1) Stanno mutando le imprese: da un tessuto omogeneo estremamente parcellizzato stanno nascendo e si stanno diffondendo le concentrazioni industriali (gruppi finanziari e "gruppi di fatto").

Le aziende di soci-operai si stanno avviando verso un altro modello organizzativo imprenditoriale non ancora chiaramente identificabile.

2) Stanno cambiando le strategie di mercato in un’ottica di maggior qualità sia nel campo delle stoviglie che dei sanitari, per cui si inizia a dare maggior spazio all’ideazione e alla innovazione progettuale, con la collaborazione di progettisti e disegnatori esterni all’impresa.

3) Sta mutando anche la professionalità del fare ceramica. L’introduzione delle macchine non richiede quasi più il "mestiere", ma un tipo di conoscenza legato alla tecnologia e alla capacità di utilizzarla.

4) Sta inoltre emergendo il bisogno di nuove figure professionali più qualificate, per un’aumentata complessità della gestione aziendale.

5) Nel settore delle stoviglie sono sorte alcune aziende innovatrici che si dedicano alla produzione di pezzi speciali con forme organizzative e mezzi meccanici artigianali.

6) Sta cambiando l’incidenza della produzione artistica ed artigianale , in quanto sta riprendendo piede, specie nel campo del cotto per rivestimenti.

7) Sta mutando l’atteggiamento verso la salute in fabbrica, un valore che si costruisce con un impegno collettivo a migliorare l’ambiente di lavoro. La silicosi non è più considerata "la malattia del ceramista", ma si stanno preparando battaglie sindacali affinché venga riconosciuta come danno biologico, in linea con le nuove normative della UE.

 

 

Questi cambiamenti sono ancora lenti, ma, una volta avviati, permettono di sperare che la forte capacità produttiva del distretto possa essere supportata da un nuovo atteggiamento degli imprenditori, delle istituzioni e della comunità locale verso l’innovazione, la cooperazione interna, l’apertura verso l’esterno e le sinergie strategiche. Tutto ciò consentirebbe al comprensorio di C.C. di fronteggiare la concorrenza dei paesi ultimi industrializzati con manodopera a basso costo e dei paesi più sviluppati sul piano delle nuove tecnologie produttive.