di Elena Spettoli
1. Caratterizzazione produttiva
1. a. Le tipologie di prodotto2. La professionalità nel settore ceramico
1. b. La struttura produttiva
1. c. Le radici produttive e la loro evoluzione
1. d. Il rapporto tra artigianato e industria
1. e. I modelli organizzativi delle imprese
3. Le strategie di diffusione del prodotto
4. L’innovazione tecnologica
5. Le strategie di finanziamento
6. Il supporto degli attori locali allo sviluppo economico del distretto
6. a. Il rapporto tra mondo della produzione e comunità locale7. Conclusioni
6. b. Le politiche formative ed occupazionali
6. c. Il Centro Ceramica
1.b. La struttura produttiva
Come già menzionato, la struttura imprenditoriale di C.C.
è caratterizzata principalmente da aziende di sanitari (325, con
2007 addetti nel 1993) e aziende di stoviglie (27, con 1472 addetti).
Seguono industrie di ceramiche artistiche (artigianato), piastrelle,
accessori in ceramica e un indotto, per un totale di 31 aziende e 528 addetti.
Nel 1992 il fatturato globale dei due principali settori è
stato di 354 miliardi, di cui 193 relativi alla produzione di sanitari
e 135 relativi alla produzione di stoviglie.
I due principali comparti produttivi del comprensorio si strutturano
in un tessuto di piccole imprese. Ciò vale soprattutto per le stoviglie,
il ché non impedisce comunque ad alcune di esse di avere un mercato
internazionale ed un fatturato che si aggira tra i 7 e i 10 miliardi.
Le imprese più grandi, in entrambi i settori, si connotano
comunque per una dimensione media. Solo otto aziende hanno più di
cento addetti e di esse solo una arriva a 250.
Le aziende artigiane vere e propri sono 11 e occupano solamente
84 addetti. Si tratta di imprese a conduzione familiare, con due o tre
dipendenti oltre il proprietario, il quale lavora insieme a loro in laboratori
artigianali, indirizzati verso produzioni artistiche.
Solo di recente la produzione artistica ed artigianale, soppiantata
da quella industriale, sta riprendendo piede, specie nel campo del cotto
per rivestimenti.
1.c. Le radici produttive e la loro evoluzione
La produzione di ceramiche a C.C. risale al periodo etrusco (C.C.
era la capitale dell’antico popolo dei Falisci, prima denominata Falerii
Veteres, poi ricostruita in Falerii Novi nel periodo della dominazione
romana). Nel periodo medievale si perdono le tracce della produzione vasaia
e si ritrovano nel 1400 tramite documenti commerciali ufficiali.
Nel 1600-1700 una serie di imprenditori non civitonici sfruttarono
il caolino, materia prima abbondante in quel territorio, per lo sviluppo
del settore e favorirono l’introduzione di uno "stile" civitonico che permise
a C.C. di competere con le importazioni inglesi di terraglia. In quel periodo
C.C. acquistò larga fama per gli oggetti artistici di biscuit
(oggi definiti biscotto).
Fu dunque proprio l’intervento esterno che rilanciò il settore
ceramico e l’intero sistema produttivo locale e inserì nuove competenze
tecniche di cui i civitonici hanno potuto beneficiare. Il punto di partenza
è quindi il valore aggiunto esogeno col quale si è
impostata una sinergia positiva da parte di quello endogeno, portatore
di una propensione imprenditoriale.
Questo fenomeno è anche alla base del passaggio fondamentale
da una struttura artigianale ad una industriale. In particolare, nei primi
anni del ‘900 imprenditori non civitonici hanno permesso che si innescasse
un processo di sviluppo separato di due comparti produttivi, quello delle
stoviglierie e quello dei sanitari, che avranno anche sviluppi in parte
distinti.
Tuttavia di vero e proprio sviluppo industriale si può parlare
solo a partire dal secondo dopoguerra e per motivazioni più che
endogene.
Infatti negli anni ‘50 scoppiò una crisi finanziaria e produttiva
che spinse molti imprenditori ad operare una serie di licenziamenti in
massa e a chiudere le aziende. La reazione degli operai fu prevalentemente
quella di rilevare ciò che restava e di darvi la forma della società
di capitali gestita da soci-operai. Da quel momento la gestione aziendale
civitonica si spostò da figure imprenditoriali in senso classico
ad una tipologia di collegialità/collettivismo produttivo e gestionale.
La figura tradizionale dell’imprenditore (singolo individuo proprietario
con funzioni prevalentemente gestionali) fu sostituita da quella del socio-operaio
che svolgeva il duplice ruolo di lavoratore in azienda e di proprietario
(possessore di quote azionarie).
Il successo ottenuto da questi primi tentativi spinse molti altri
a seguire la stessa strada, anche non a seguito di licenziamenti o fallimenti
aziendali. Facendo un bilancio risulta che addirittura solo un 22% delle
aziende è sorto sulle ceneri delle precedenti, mentre la quota restante
è il frutto di scelte autonome di distacco dall’azienda madre.
Non si è mai trattato di un vero e proprio associazionismo
di tipo cooperativistico in quanto a C.C. è carente la conoscenza
della realtà cooperativistica e anche perché è forte
il desiderio di ottenere dal proprio lavoro un tornaconto individuale attraverso
una regolare redistribuzione degli utili.
La forma scelta è invece la società di capitali, dove
i soci-operai sono possessori in parti uguali delle quote azionarie.
Il vantaggio di questa forma societaria sono gli aspetti di democrazia
gestionale e di flessibilità organizzativa; gli svantaggi sono principalmente
il fatto di privilegiare la spartizione degli utili ai reinvestimenti di
capitale per la crescita aziendale; in più, la lentezza decisionale,
grave problema soprattutto nei momenti di crisi.
In un periodo in cui la domanda del mercato era in costante crescita
e il processo produttivo era ancora prevalentemente artigianale, ciò
che serviva per costituire un’azienda era poco capitale e molta professionalità.
Questo processo e la tipologia aziendale adottata hanno segnato non solo
l’evoluzione e le caratteristiche di tutte le aziende ceramiche di C.C.,
ma anche le condizioni politiche, economiche e sociali del Comune e del
distretto.
Dagli anni ‘50 l’assetto produttivo e organizzativo delle aziende
civitoniche ha subìto una lenta ma progressiva evoluzione, che può
essere analizzata secondo i seguenti indicatori:
Gli anni ‘70 sono invece caratterizzati da:
- un’espansione imprenditoriale ai comuni limitrofi, in cui prevaleva un’economia agricola, ed un aumento della produzione (evoluzione del mercato);
- l’introduzione di due innovazioni tecnologiche: i forni a tunnel, che sostituiscono le antiche fornaci toscane e migliorano la resa in termini di qualità e quantità di prodotto; il colaggio, che sostituisce la foggiatura;
- il conseguente cambiamento della professionalità del ceramista e l’introduzione di nuovi profili professionali di tipo tecnico, più di bassa specializzazione in quanto le nuove tecnologie richiedono in parte una semplificazione delle mansioni (sia in termini operativi che cognitivi) ed una standardizzazione delle operazioni;
- dal punto di vista dei mutamenti organizzativi, il passaggio graduale (anche se tuttora incompleto) dal lavoro a cottimo a quello regolato contrattualmente, grazie al potere contrattuale assunto dal sindacato.
- un aumento della produzione e una differenziazione del prodotto, a seguito dell’aumento e del diversificarsi della domanda, con l’abbassamento dei prezzi e della qualità dei prodotti;Sul piano tecnologico, nessuna innovazione; sul piano organizzativo, nessun mutamento.
- conseguente abbassamento della professionalità (gli operai di bassa qualifica provengono soprattutto dai paesi limitrofi, mentre i civitesi si specializzano).
1.d. Il rapporto tra artigianato e industria
Nel caso dei due maggiori comparti produttivi la produzione e, di
conseguenza, la struttura aziendale sono di tipo industriale. L’originaria
matrice artigianale delle stoviglie è stata abbandonata già
a partire dai primi anni ‘50, al di là di alcune fasi del ciclo
produttivo (come si vedrà più oltre), mentre quella sanitaria
non è nata con questa valenza.
Tuttavia nel settore dei sanitari, anche nelle aziende tecnologicamente
più avanzate, si conservano alcuni banchi di colaggio manuale a
fianco di quelli semiautomatici e automatici. Una produzione a carattere
industriale che conserva ancora, quindi, un posto centrale a figure
professionali con grandi abilità manuali e in possesso della
conoscenza completa del ciclo produttivo.
La spiegazione fornita dagli imprenditori è che, oltre all’elevato
costo legato all’acquisto dei macchinari, il colaggio manuale consente
una produzione di qualità, intendendo con ciò non quella
intrinseca del prodotto, ma la qualità del design, ossia un prodotto
migliore in quanto diverso dalla produzione standardizzata.
Le aziende di stoviglie, rispetto a quelle dei sanitari presentano
una maggiore continuità di livello tecnologico all’interno delle
fasi del ciclo produttivo , ma diversi livelli tra le aziende.
Queste sono infatti di tre tipi:
Tranne che per le aziende del primo tipo (che utilizzano quel ciclo per opportune scelte di mercato), le altre aziende del comprensorio non presentano un vero ritardo tecnologico, visibile più nel campo dei sanitari.
- aziende artigianali/industriali: in esse si utilizzano tecniche artigianali (foggiatura al tornio, l’uso di presse manuali per la foggiatura di pezzi particolari, la decorazione a mano), ma la produzione è di tipo industriale;
- aziende intermedie: dove si utilizzano molte macchine ma l’intervento umano è ancora determinante nel processo produttivo: le decorazionoi sono effettuate a macchina e si utilizzano presse automatiche, ma molte fasi sono ancora svolte manualmente, come la verniciatura e la rifinitura;
- aziende automatizzate: dove il ciclo produttivo è quasi del tutto automatizzato, anche nel caso di operazioni complesse come rifinitura. Gli addetti alla produzione sono pochi ed espletano funzioni di controllo del funzionamento macchine.
1.e. I modelli organizzativi delle imprese
Il modello organizzativo che accomuna le imprese di C.C. è
quello di tipo distrettuale, con caratteristiche peculiari rispetto
ad un modello di impresa non inserito in un’area a forte caratterizzazione
produttiva, in quanto il funzionamento di un’impresa distrettuale risente
fortemente di variabili di natura sociale e culturale.
Tali variabili sono conoscenza e frequentazione reciproca, legami
di amicizia e parentela, vicinanza e senso di appartenenza, tradizioni
di cooperazione e solidarietà. Esse si intrecciano anche nella definizione
del pratico operare delle istituzioni, concorrendo alle forme di regolazione
di quel tipo di relazioni, che può essere sintetizzato nel concetto
di comunità locale.
Questo tipo di relazioni sociali si riflette inoltre nell’organizzazione,
nella struttura e nella strategia delle imprese.
L’informalità diviene una variabile centrale nel regolare
i rapporti tra imprese e all’interno della stessa impresa. Dentro l’impresa
prevalgono un basso grado di gerarchia e di formalizzazione dei rapporti
e dei compiti e il frequente coinvolgimento dell’imprenditore nella produzione;
un minor filtro selettivo in entrata e un processo di apprendimento imperniato
sul learning by doing e centrato su alcune figure di operai qualificati,
nonché sullo stesso imprenditore.
Questo sistema di relazione ha come conseguenza un aggiustamento
flessibile dei rapporti, dei trattamenti contribuitivi, delle questioni
sindacali.
Ma la flessibilità che ne deriva è anche in relazione
alla programmazione della produzione, il che permette all’azienda di adeguarsi
alle crisi e alle trasformazioni più di un’altra più rigida
e formalizzata.
Inoltre lo spazio lasciato alla collaborazione del basso favorisce
una maggiore apporto personale all’innovazione di prodotto e di processo,
nonché innovazioni incrementali all’utilizzo delle macchine.
Con queste premesse, le altre peculiarità delle aziende distrettuali
che ritroviamo nel caso di C.C. sono:
- unità tra proprietà e management (modello solo di recente in fase di "scorporo" per fronteggiare le nuove esigenze del mercato);Inoltre il modello produttivo di C.C. si connota per alcune peculiarità sue proprie, non sempre presenti in altri modelli distrettuali.
- l’origine professionale degli imprenditori, quasi tutti ex-operai specializzati che interagiscono quotidianamente con gli operai, spesso con funzioni di verifica e controllo;
- la preponderanza del lavoro direttamente produttivo su quello manageriale, con una bassa terziarizzazione (pochi impiegati e quasi totale assenza di quadri e dirigenti);
- l’individuazione del punto di forza dell’azienda nella conoscenza diretta e specifica di un particolare processo produttivo, sulla base della quale si innesta il meccanismo di formazione per affiancamento;
- centralità delle relazioni informali (familiari e amicali) nell’ambito delle soluzioni organizzative e nei processi di reclutamento del personale (affidabilità desunta da parentele o amicizie);
- reclutamento: giovani leve non formate al di fuori dell’azienda, ma avviate alle modalità produttive tipiche di quell’azienda; inoltre, nel caso di competenze specifiche, operai bravi "rubati" alle altre aziende;
- formazione incentrata su due processi principali: socializzazione manifatturiera, ossia socializzazione anticipata nella comunità locale e nelle reti informali del saper fare ceramica, e formazione professionale per affiancamento in impresa (learning by doing), a scapito della formazione istituzionale al di fuori dell’impresa;
- specializzazione in una mansione e scarsa rotazione / intercambiabilità delle mansioni tra gli operai;
- ricorso a consulenti esterni per competenze tecniche specifiche di alto livello (in particolare chimici e disegnatori).
2. LA PROFESSIONALITA’ NEL SETTORE CERAMICO
La professionalità nelle aziende ceramiche del distretto di
C.C. presenta peculiarità tipiche dell’assetto distrettuale e peculiarità
presenti quasi esclusivamente su questo territorio.
Come già visto, la professionalità dell’imprenditore
è caratterizzata da:
3. LE STRATEGIE DI DIFFUSIONE DEL PRODOTTO
In relazione alla domanda del mercato, occorre fare una distinzione
tra i due maggiori comparti produttivi.
Nel settore dei sanitari la domanda è legata all’edilizia
abitativa, nell’ambito della quale, con il tempo, i gusti dei consumatori
finali si sono "standardizzati".
Il settore delle stoviglie è invece legato all’andamento
delle mode ed è quindi maggiormente soggetto a cambiamenti repentini
dei gusti. Tuttavia le grandi aziende del settore lavorano sulla quantità
e devono imporsi per costi marginali bassissimi.
Attualmente le esportazioni in entrambi i settori stanno attraversando
una fase positiva grazie alla svalutazione della lira, fattore che ha permesso
di compensare le minori vendite in Italia. I principali mercati di sbocco
sono: per i sanitari Paesi europei extra-UE e UE (Francia, Spagna, Grecia,
Germania) e Medio Oriente; per le stoviglie gli Stati Uniti, seguiti da
Europa, Asia, Medio Oriente, Giappone.
In questo momento, comunque, la concorrenza è molto forte.
I principali Paesi concorrenti sono i Paesi dell’Est e il Brasile, dotati
delle necessarie materie prime e in grado di produrre a costi di manodopera
concorrenziali. Inoltre, in relazione alle fasce più basse di mercato
la concorrenza viene soprattutto da Corea, Thailandia e Taiwan.
Circa la creazione di imprese in altri Paesi c’è molta reticenza
tra gli imprenditori, in quanto non amano delegare la gestione aziendale
in Italia, il che permetterebbe loro soggiorni all’estero necessari a seguire
le nuove filiali.
Nel settore delle stoviglie può essere operata una tipologizzazione
delle imprese rispetto alle strategie di mercato.
La grande impresa è rappresentata da aziende riunite
in gruppi industriali e dispone di ampie quote di mercato. La politica
di tali gruppi consiste nella massima differenziazione del prodotto in
modo tale che anche nei periodi di crisi sia possibile mantenere alcune
nicchie di mercato aperte. La loro rete commerciale è assai sviluppata
e si rivolge principalmente alla grande distribuzione, ai grossisti, alla
vendita per corrispondenza, alle promozioni. In particolare negli ultimi
anni tali gruppi hanno compiuto accordi commerciali con grandi catene alimentari,
come la Barilla, o con la Procter & Gamble in relazione ai detersivi.
Tutto questo è stato possibile in quanto la loro produzione è
soprattutto basata sulle terraglie tenere, che si rivolgono ad una fascia
di mercato medio-bassa grazie alla competitività della variabile
prezzo.
Le imprese di medie (50-200 addetti) e di piccole dimensioni
(fino a 50 dipendenti) hanno invece adottato spesso politiche commerciali
di tipo "complementare", che riducono la concorrenza interna: alcune si
sono specializzate in pezzi di terraglia, altre in pezzi di porcellana.
In sintesi, le strategie del mercato delle stoviglie si basano soprattutto
sulle seguenti variabili:
Non sono invece decollate le seguenti strategie:
- la standardizzazione dei prodotti (come reazione alla crisi di settore, per ridurre i costi di produzione);
- la flessibilità della forza lavoro, dei macchinari, delle modalità di lavoro (cottimo) e dello stoccaggio per i magazzini;
- l’introduzione dei Sistemi Qualità, che implicano inoltre la sistematicità di controlli / verifiche;
- per alcune aziende, la qualità dei prodotti (ampliamento della gamma dei pezzi "particolari");
- per poche altre (le più grandi), il marketing-mix (immagine, marchio di qualità, ricerca di design e di tipo tecnologico).
1) una politica finalizzata all’introduzione del marchio di qualità, portata avanti dal Centro Ceramica di C.C. (Civita Quality World). L’introduzione del marchio avrebbe dei risvolti sia dal punto di vista delle garanzie fornite al consumatore, che sarebbe certo delle caratteristiche del prodotto, sia da quello commerciale, in quanto verrebbe attuata una campagna promozionale unitaria (con conseguente riduzione dei costi). La causa sta soprattutto nello spiccato individualismo degli imprenditori, che impedisce forme efficaci di cooperazione e coordinamento strategico.Il miglioramento della qualità del prodotto a livello strategico dovrebbe riguardare non solo le caratteristiche intrinseche del prodotto, ma anche la capacità di soddisfare particolari ordinazioni, le reti pre e post-vendita, le consegne rapide e i rifornimenti, le informazioni tecniche, le progettazioni ad hoc. A questi scopi la flessibilità produttiva resta una variabile imprescindibile ai fini della "personalizzazione" del prodotto.
2) La ricerca: solo il Centro Ceramica si è incaricato di questo ruolo, ma è carente del punto di vista del laboratorio scientifico e tecnologico e delle collaborazioni con l’ENEA e l’Università.
3) L’attività promozionale.
4) Il potenziamento dei trasporti e delle infrastrutture: manca una rete ferroviaria adeguata, reti attrezzate per carico-scarico merci, strutture per ospitare eventuali interlocutori commerciali e clienti.
4. L’INNOVAZIONE TECNOLOGICA
Abbiamo già accennato al fatto che per le industrie ceramiche di C.C. non è possibile parlare di avanguardia tecnologica, pur a fronte di un’espansione del distretto. Ciò dipende principalmente dai seguenti motivi:
5. LE STRATEGIE DI FINANZIAMENTO
Fino agli anni ‘80 c’era una sovrapposizione tra
chi "attingeva" e chi "accordava" denaro, in quanto si trattava sempre
dei soci-operai. Ciò aveva generato un circuito di finanziamento
chiuso che non prendeva in considerazione apporti esterni, con benefici
ma anche danni alla produzione, e periodi di crisi vissuti e fronteggiati
solo dall’interno di C.C. Questo avveniva specie per il rifiuto di un atteggiamento
di dipedenza nei confronti di soluzioni esterne, per via del forte orgoglio
di campanile dei civitonici.
A partire dalla seconda metà degli anni
‘80, con la crisi dei mercati, la riorganizzazione aziendale ha anche comportato
una progressiva separazione dei ruoli tra chi impersonava la "domanda"
e chi l’"offerta" di capitali, oltre ad un parallelo affermarsi della programmazione
delle funzioni aziendali (piani programmatici di periodo).
Ciò ha avviato un lento processo di polarizzazione
in cui, da una parte, si collocano le numerose piccole imprese (sottodimensionate
anche finanziariamente), che sopravvivono grazie a peculiari meccanismi
di salvezza tipici delle dimensioni distrettuali, dall’altra nascono i
cosiddetti "gruppi di fatto" e i gruppi finanziari, che sottendono un controllo
finanziario strategico.
La prima tipologia comprende il piccolo imprenditore
artigiano, di tipo tradizionale, e l’imprenditore innovatore.
La seconda tipologia si distingue a sua volta
in sottocategorie, a seconda delle strategie finanziarie e gestionali:
In entrambi i casi l’operazione svolta dal gruppo è quella di acquisire ma non di assorbire le aziende.
- famiglie che controllano un certo numero di aziende attraverso forme di partecipazione azionaria (forma più diffusa);
- interventi sul territorio di merchant bank, ossia di capitali esterni, alla ricerca di buoni investimenti, nell’ambito di un progetto di differenziazione orizzontale dei propri interessi ed ambiti produttivi.
6. IL SUPPORTO DEGLI ATTORI LOCALI ALLO SVILUPPO ECONOMICO DEL DISTRETTO
6.a. Il rapporto tra mondo della produzione e comunità locale
Nel caso di C.C., le attività e le iniziative a supporto dello
sviluppo del distretto produttivo sono riconducibili più ad un processo
di convalida sociale e culturale di tipo informale e comunitario del "fare
ceramica" che a politiche e programmi di sviluppo promossi dagli attori
istituzionali (Comune, Associazioni imprenditoriali, Provincia, Camera
di Commercio, Regione, Comunità Europea, ecc.).
E’ infatti soprattutto la subcultura locale,
trasmessa costantemente dalla rete di relazioni informali tipiche dei piccoli
centri, il principale sistema di legittimazione e sostegno dello sviluppo
imprenditoriale nel distretto. Essa si snoda in ogni situazione sociale
(dentro e fuori la fabbrica) e coinvolge ogni soggetto (partiti politici,
sindacato, famiglia, Chiesa, gruppi di aggregazione, ecc.).
L’etica del lavoro, l’orgoglio di essere un bravo
ceramista, il senso di appartenenza alla comunità locale, la capacità
di creare il lavoro per sé e per gli abitanti dei comuni limitrofi,
caratterizzano in maniera forte la comunità civitonica (non allo
stesso modo gli altri comuni del comprensorio, la cui economia è
di origine agricola).
Le aziende di soci-operai hanno cementato questo
rapporto tra fabbrica e società. Le fabbriche gestite da soci-operai
sono state un luogo di aggregazione sociale e una fucina di quadri politici
e sindacali. Non è un caso che il percorso formativo di molti sindaci
sia stato ceramista-sindacalista-sindaco.
L’esistenza storica di una base politica e ideologica
comune ha fatto sì che i conflitti abbiano trovato sedi informali
in cui esprimersi ed essere ricomposti. La convivenza fianco a fianco sul
luogo di lavoro fra operai-soci e operai ha contribuito a creare un sistema
di valori condivisi. Al punto che, nei periodi di congiuntura economica,
invece di ricorrere, da parte dell’imprenditore, al taglio dei salari o,
da parte degli operai, alla richiesta di massicci aumenti salariali, solitamente
si rinuncia a tali strumenti e si fanno sacrifici insieme.
In sostanza tra parte datoriale e forza-lavoro
(sostenuta da un forte tasso di sindacalizzazione) è stato raggiunto
un "compromesso sociale": gli operai offrono una flessibilità nell’uso
del lavoro, gli imprenditori danno in cambio la crescita dei salari e il
mantenimento dell’occupazione locale. Inoltre è stata accettata
una condivisione collettiva dei rischi e dei benefici, che negli anni ‘80
è culminata con la monetizzazione della malattia professionale (la
silicosi) piuttosto che con la lotta per il miglioramento effettivo dell’ambiente
di lavoro.
Oggi, in relazione ai mutamenti socio-culturali
e a quelli organizzativi all’interno dell’azienda, anche la strategia del
sindacato va modificandosi. La soluzione al fronteggiamento delle malattie
professionali consiste nel miglioramento delle condizioni e dell’ambiente
di lavoro, ma questo implica una ristrutturazione della fabbrica e delle
tecnologie, con notevoli investimenti da parte dell’imprenditore. Il sindacato
ha pertanto avviato una vertenza su un problema difficile da risolvere
sia in termini economici sia di cultura imprenditoriale.
La fabbrica influenza anche il modo di organizzare
la propria vita al di fuori di essa. Il lavoro a cottimo ha sempre indotto
un orario di lavoro compreso mediamente tra le 5.00 e le 12.30, in tal
modo anticipando il lavoro rispetto a tutte le altre attività e
modificando anche le abitudini di riposo. Ancora oggi le piazze del paese
si popolano nel primo pomeriggio fino ad ora di cena e si spopolano dopo
cena. Gli orari di lavoro ereditati dal lavoro a cottimo e le conseguenti
abitudini di vita sono talmente radicati che i civitonici non hanno intenzione
di rinunciarvi, nonostante i tentativi recenti di imprenditori e sindacati
a riorganizzare gli orari di lavoro.
Di attività ceramica si parla nei luoghi
di ritrovo e qui ha sede quella che è stata definitiva "socializzazione
anticipatoria" al lavoro di ceramista, molto più influente nelle
scelte personali e nelle politiche delle assunzioni di una formazione professionale
di tipo istituzionale. Rispetto alle scelte personali, il motivo principale
per cui la maggior parte dei giovani continua ancora oggi a preferire il
lavoro in fabbrica, faticoso, nocivo e routinario, piuttosto che proseguire
gli studi ed intraprendere un altro percorso professionale, consiste nel
bisogno di integrazione nella vita comunitaria.
Tuttavia, come visto precedentemente, è
in atto un cambiamento culturale nei confronti di un progetto professionale
che investe nella fabbrica di ceramica, cambiamento che potrebbe incrinare
l’attuale equilibrio tra società e fabbrica, tra "struttura" e "sovrastruttura".
Questa incrinatura potrebbe acuirsi con l’immissione di nuove tecnologie
produttive, soprattutto nell’ambito dei sanitari, e con la trasformazione
dell’organizzazione dell’impresa secondo modelli più formalizzati.
Tutto ciò comporterebbe una modifica dell’orario di lavoro e di
conseguenza dei tempi e degli spazi di vita sociale.
6.b. Le politiche formative ed occupazionali
Come visto, né i giovani né gli
imprenditori considerano la formazione professionale come fondamentale
per costruire una professionalità "tradizionaale" nel campo della
produzione ceramica, mentre si privilegiano l’esperienza, i processi di
socializzazione e la cultura d’impresa.
Le uniche reali possibilità di accrescimento
professionale in futuro sono legate all’adozione di scelte tecnologiche
che richiedono lavori più qualificati e competenze più complesse.
In linea con questi atteggiamenti neppure gli
Enti locali hanno perseguito una politica formativa rivolta ai giovani
per lo sviluppo di figure tecniche impegnate direttamente nel ciclo produttivo.
Il Centro Ceramica (unica iniziativa locale di
un certo rilievo per sostenere lo sviluppo produttivo del settore) ha attivato
corsi per:
- funzionari di strutture commerciali;Si nota pertanto che i corsi riguardano la formazione di figure non direttamente coinvolte nella produzione, oppure l’aggiornamento e la specializzazione di personale già impiegato in azienda (formazione sul lavoro).
- preparatori di barbottina (competenze chimiche);
- contabilità industriale per gli imprenditori;
- lingue straniere;
- capireparto e direttori di produzione;
- produzione per tecnologia ceramica;
- workshop e giornate di studio per gli imprenditori sui problemi relativi alla qualità.
6.c. Il Centro Ceramica
Il Centro Ceramica costituisce l’unica iniziativa
che vede cooperare Enti pubblici e mondo delle imprese in sinergia per
lo sviluppo di strategie di sviluppo del comparto produttivo.
Esso nasce nel 1982 dalla legge 40/81 ed è
una società mista a maggioranza privata che coinvolge l’Associazione
Industriali, la Provincia, il Comune, la Camera di Commercio e la maggior
parte delle aziende ceramiche presenti nel comprensorio.
Il Centro è nato per unire le aziende
in modo sinergico, al fine di fronteggiare insieme problemi comuni, quali:
- aumentare il loro potere contrattuale nei confronti dei fornitori (per le materie prime e l’energia);
- trovare accordi e indirizzi comuni nel campo della regolamentazione e dell’organizzazione del lavoro;
- accrescere il loro potere politico ed economico;
- promuovere campagne promozionali comuni;
- migliorare la rete dei servizi e delle infrastrutture a supporto delle aziende;
- attivare progetti di formazione professionale.
Le attività a tali scopi realizzate
sono:
- la promozione di ricerche, studi, aggiornamenti relativamente alla tecnologia nella produzione ceramica, materie prime, impianti, prodotti;Le attività finora concretamente realizzate dal Centro Ceramica si riferiscono allo sviluppo tecnologico e alla formazione professionale.
- la facilitazione di scambi tecnologici di macchinari, soprattutto con i Paesi in via di sviluppo;
- consulenza alle aziende per accedere a programmi europei di innovazione tecnologica;
- la formazione professionale;
- le attività di supporto in termini di infrastrutture.
Un secondo progetto portato avanti dal Centro, che non ha ottenuto il necessario supporto da parte del mondo imprenditoriale e che pertanto rischia di naufragare, è legato alla promozione di un comune marchio di qualità. Questo potrebbe consentire di identificare il prodotto con un’area produttiva ben definita, di offrire delle garanzie ai consumatori e di attivare una sorta di politiche comuni. Ma attualmente su questo progetto non si riesce a trovare un accordo tra gli imprenditori.
Un terzo progetto promosso dal Centro si riferisce
alla disincentivazione del lavoro a cottimo e all’incentivazione
di tutte le altre forme alternative basate sulla qualità del prodotto
e sull’apporto soggettivo del lavoratore.
Le strategie sono state di due tipi:
- prima si è tentanto di disincentivare il lavoratore, facendo corrispondere ad un aumento dei pezzi prodotti, un aumento non altrettanto proporzionale dello stipendio;Questa seconda strategia ha avuto un po’ più di successo, ma nel complesso entrambe non si sono dimostrate realmente efficaci a fronte di un radicamento profondo della cultura del cottimo tra i lavoratori e tra gli imprenditori.- poi la strategia si è incentrata sull’imprenditore, facendo in modo che i pezzi prodotti in aggiunta al carico di lavoro giornaliero venissero pagati di più.
7. CONCLUSIONI
Il distretto di C.C. presenta alcuni punti di debolezza, che costituiscono non solo un freno allo sviluppo del settore, ma anche un rischio per la sua sopravvivenza in un contesto di globalizzazione dei mercati, il quale richiede strategie unitarie di innovazione tecnologica, commercializzazione e formazione professionale.
Analizziamo in sintesi questi punti di debolezza
e le possibili soluzioni per un loro superamento.
Lo studio del ciclo produttivo ha consentito
una riflessione sulla
tecnologia e sul ruolo che questa assume.
Il livello di molte imprese dell’area sembra, infatti, presentare un notevole
ritardo rispetto alla tecnologia utilizzata nell’ambito dello stesso settore
produttivo e le tecnologie utilizzate sono per lo più imitate dalle
grandi
aziende (anche se spesso la loro introduzione ha comportato l’apporto di
originali modifiche da parte degli imprenditori di C.C.).
Questo pone il comprensorio in una condizione
di diversità rispetto alla maggior parte dei sistemi produttivi
locali, che in genere sono luoghi dove si sperimenta e si produce innovazione.
I fattori che concorrono a spiegare il difficile rapporto tra distretto e tecnologia sono:
- le caratteristiche dell’imprenditoria locale, finora più interessata al guadagno immediato che agli investimenti produttivi;Il superamento di questa impasse può avvenire solo se muta l’atteggiamento degli imprenditori nei confronti della cooperazione e delle sinergie interne al distretto, il che permetterebbe di unire le forze ed abbattere i costi di ricerca e sviluppo tecnologico.- le dimensioni aziendali, in relazione al costo delle innovazioni;
- le strategie di vendita (fascia di mercato medio - bassa, particolari nicchie di mercato);
- il tipo di relazioni industriali;
- il cottimo, che ha contribuito a mantenere competitivo il costo della manodopera rispetto a quello delle macchine;
- la bassa conflittualità operaia nei confronti degli imprenditori, anche su aspetti come la salute in fabbrica.
Un secondo problema è dato dalla scarsa
propensione degli imprenditori civitoni a ricorrere a finanziamenti
esterni alla comunità locale, pubblici (già non cospicui)
e privati (provenienti soprattutto dalle merchant bank), che costituirebbero
invece una valida iniezione di finanziamenti per tutte le attività
finora in stallo. La possibilità di sfruttare questa opportunità
dipende ancora una volta da una maggiore apertura culturale degli imprenditori
alla novità, a quanto è "diverso" dal civitonico, abbandonando
il timore di "dipendere" da altri e l’orgoglio di fare tutto da soli (in
senso stretto, senza neppure un accordo locale) nei momenti di crisi così
come nei periodi di espansione.
L’unico atteggiamento di apertura (se così
si può chiamare) finora riscontrabile si riferisce all’"imitazione"
dei prodotti e di alcune tecnologie, più parassitico che costruttivo
di un progetto comune (con le altre imprese del distretto, con i soggetti
esterni da cui si "copia").
Anche l’atteggiamento dell’Ente locale
nei confronti delle politiche di supporto allo sviluppo dell’economia locale
costituisce un grande punto di debolezza. Gli sforzi per favorire la concertazione
delle forze sociali, trovare un accordo su progetti comuni, intervenire
direttamente presso gli organi centrali dello Stato, la UE e gli altri
soggetti pubblici per ottenere finanziamenti ai progetti, non sono mai
stati un obiettivo delle amministrazioni Comunali.
Da parte loro, gli Enti pubblici territoriali
(Regione, Provincia, Camera di Commercio) non solo risultano assenti, ma
hanno assunto, per motivi non molto chiari, iniziative e comportamenti
negativi per il polo ceramico.
Altri cambiamenti sono tuttavia in atto e comporteranno
un graduale mutamento degli atteggiamenti negativi che hanno finora prevalso.
1) Stanno mutando le imprese: da un tessuto omogeneo estremamente parcellizzato stanno nascendo e si stanno diffondendo le concentrazioni industriali (gruppi finanziari e "gruppi di fatto").
Le aziende di soci-operai si stanno avviando verso un altro modello organizzativo imprenditoriale non ancora chiaramente identificabile.2) Stanno cambiando le strategie di mercato in un’ottica di maggior qualità sia nel campo delle stoviglie che dei sanitari, per cui si inizia a dare maggior spazio all’ideazione e alla innovazione progettuale, con la collaborazione di progettisti e disegnatori esterni all’impresa.
3) Sta mutando anche la professionalità del fare ceramica. L’introduzione delle macchine non richiede quasi più il "mestiere", ma un tipo di conoscenza legato alla tecnologia e alla capacità di utilizzarla.
4) Sta inoltre emergendo il bisogno di nuove figure professionalipiù qualificate, per un’aumentata complessità della gestione aziendale.
5) Nel settore delle stoviglie sono sorte alcune aziende innovatrici che si dedicano alla produzione di pezzi speciali con forme organizzative e mezzi meccanici artigianali.
6) Sta cambiando l’incidenza della produzione artistica ed
artigianale , in quanto sta riprendendo piede, specie nel campo del
cotto per rivestimenti.
7) Sta mutando l’atteggiamento verso la salute in fabbrica, un valore che si costruisce con un impegno collettivo a migliorare l’ambiente di lavoro. La silicosi non è più considerata "la malattia del ceramista", ma si stanno preparando battaglie sindacali affinché venga riconosciuta come danno biologico, in linea con le nuove normative della UE.
Questi cambiamenti sono ancora lenti, ma, una volta avviati, permettono di sperare che la forte capacità produttiva del distretto possa essere supportata da un nuovo atteggiamento degli imprenditori, delle istituzioni e della comunità locale verso l’innovazione, la cooperazione interna, l’apertura verso l’esterno e le sinergie strategiche. Tutto ciò consentirebbe al comprensorio di C.C. di fronteggiare la concorrenza dei paesi ultimi industrializzati con manodopera a basso costo e dei paesi più sviluppati sul piano delle nuove tecnologie produttive.