1 - Introduzione
Le nuove e continue emergenze del sociale spingono gli operatori
sociali, soprattutto quelli maggiormente consapevoli e
motivati, a pensare e a realizzare programmi di prevenzione primaria
con un intento informativo e dissuasivo sui cosiddetti
"comportamenti a rischio". La loro attenzione, là dove il target
sono i "giovani", si indirizza prevalentemente a 3 tematiche:
il consumo delle "nuove droghe", le "morti del sabato sera" e l’AIDS.
Generalmente questi interventi, pur con qualche lieve differenza, puntano
a fornire un quid di informazione aggiuntiva sul
"comportamento a rischio", tentando di illustrare quanto di spiacevole
può conseguire a coloro che intraprendono tali
azioni. Altri provano a dissuadere esortando, stigmatizzando o deridendo.
Chi opera nelle attività di prevenzione primaria, quali esse
siano, ritiene più o meno implicitamente che l’incorrere in una
"situazione a rischio" sia l’effetto di un non altrimenti meglio definito
"disagio" sociale, ovvero che in tali comportamenti vi
sia un appello, una richiesta, se si vuole implicita, di aiuto.
Attraverso questo lavoro si tenterà al contrario di dimostrare
che tali comportamenti non sono altro che forme definite di
ricerca del piacere e come tali andranno considerati nella progettazione
di un intervento per eventualmente prevenirli.
Solamente comprendendo questo significato altro del "comportamento
a rischio" si potrà impostare un’azione preventiva
efficace.
2 - Considerazioni sociologiche sul piacere
Qui si sostiene l’ipotesi secondo la quale il "comportamento a
rischio" è attuato dagli individui per conseguire tipi di
piacere accettati e voluti da alcuni gruppi sociali e rifiutati da
altri. E’ opposta a quella che lo suppone effetto di una
contingente fatalità piena di effetti negativi. E’ anche differente
dal ritenere il "comportamento a rischio" manifestazione di
un "non agio", di una difficoltà, di un bisogno, che si esprime
in un appello o nella ricerca di una risposta.
Per trovare conferma a questa ipotesi occorre preliminarmente considerare
i "comportamenti a rischio" non innescati
meccanicamente nell’individuo per assunzione irriflessiva e mimica
di forme di azione sociale abituali o abitudinarie nel
gruppo, bensì valutarli come attuati per raggiungere una forma
di piacere che sarà effetto diretto del comportamento
adottato e effetto indiretto dell’espressione di sé ottenuta
nell’adottarlo.
Il piacere, di cui si tratta qui, non è quindi il sollievo da
un bisogno naturale, ma l’uso di un’occasione sociale per ottenere
una liberazione o liberalizzazione del sé. Nel tentare questa
liberalizzazione occorre per ciascuno accettare/produrre forme
di "esserci" innovative e caduche. Un esempio: se l’automobile la si
utilizza "normalmente" per spostarsi, piacevole sarà
farlo con modi e forme diverse o non routinarie, come zigzagare nel
traffico di un’autostrada a tre corsie, o "chiedere
strada" lampeggiando e non rispettando la distanza di sicurezza.
Non vi è nulla di razionale in tutto ciò. E’ il tentativo,
l’occasione di raggiungere un’espressione innovativa e libera di sé
in
un frammento del sociale. Liberazione del sé che implica piacere
e rischio allo stesso tempo. Rischio come effetto non
voluto, ma necessario del piacere che si incontra in un’azione di rimodellazione
del sociale.
Ogni azione sociale è fondata sulla lettura e sull’interpretazione
della realtà (Cifiello 1998). Non può esistere per l’uomo
la
sola lettura, il solo adeguamento senza interpretazione. L’azione sociale
però, per quanto innovativa essa sia, non potrà
esistere se non nella scelta contingente dell’uso e della combinazione
di dispositivi sociali già soggettivamente presenti.
Quindi è strutturalmente paradossale.
Anche negli atteggiamenti volutamente conformisti, non si riduce questa
dimensione interpretativa e creativa, ma si accetta
di adattarla parzialmente e contingentemente a quanto si ritiene "socialmente
corretto", per trovare in altro luogo o forma
le occasioni di un "errare".
Così la ricerca di questa libertà si svilupperà
in percorsi differenti. Si tratterà per qualcuno di arrivare all’uso/abuso
di
sostanze od oggetti tradizionalmente limitati (), per altri si manifesterà
nell’arroganza della sottrazione implicita o esplicita
di un bene ad altri. Ma, nel grande gioco combinatorio che è
l’esistenza, tutti gli essere umani "sono" nella possibilità di
agire assortendo, per ciascuno in modo diverso, frammenti del sociale
in un insieme dotato di senso solamente in un
ex-post.
Interrogarsi sul comportamento reale degli individui, com’è compito
del sociologo, consisterà allora nel valutare le
occasioni di espressività sociale di cui ciascuno è portatore,
considerandole come tendenzialmente equivalenti rispetto al
conseguimento di un piacere più o meno differito e più
o meno adattato o adatto ().
Per questo allora, fare leva in un programma di prevenzione sull’irrazionalità
di un comportamento () potrà essere
superfluo per chi già ha accettato una tale concezione, inutile
per chi da essa se ne distacca o non la coglie.
3 – Limiti dell’intervento preventivo sull’AIDS
La descrizione di una situazione circostanziata può ben
illustrare quanto espresso finora in termine generali. Si riferisce al
rapporto fra informazione e prevenzione nelle campagne contro l’AIDS.
Le indagini (), anche se non numerosissime,
condotte sul successo o no di tali campagne ci ricordano che:
1.esiste nella popolazione un’informazione "sufficiente"
sul tema: è presente una conoscenza di base, anche se per
alcuni aspetti vaga, ma tale da consentire
di evitare il "comportamento a rischio";
2.questa informazione è direttamente proporzionale
alla cultura generale propria dell’individuo; in altri termini, più
se
ne sa in generale, più si è
in grado di integrare tutte le nuove conoscenze acquisite e queste in particolare;
3.è possibile segmentare la popolazione proprio
in base alle conoscenze maturate o rifiutate sul tema AIDS, in quanto
si nota immediatamente che esso fa "cristallizzare"
strutture cognitive o pregiudiziali ben evidenti.
In particolare fra i giovani scolarizzati si è potuto osservare
che, su un buon livello di informazioni di quali siano le
prescrizioni per evitare il possibile "contagio", si sono innescate
2 tipi di condotte antagoniste:
1.comportamenti generalizzati di chiusura nei confronti
dell’altro: si assiste ad una lieve contrazione della ricerca di
promiscuità sessuale, in quanto è
sull’"altro indifferenziato" che si fissa il sospetto AIDS;
2.e all’opposto, là dove si sceglie una persona
come oggetto del proprio interesse o desiderio sessuale, si riscontra la
caduta, l’annullamento, la non considerazione
del sospetto AIDS.
Quindi paradossalmente, là dove un comportamento di prevenzione
sarebbe più utile, perché solo in quei casi si incontra
veramente il "rischio", è il non uso della precauzione a diventare
espressione dell’importanza della relazione.
Le campagne informative di prevenzione, se hanno avuto successo, lo
hanno avuto in quanto sono riuscite a inserire una
barriera cognitiva alla promiscuità sessuale, favorendo l’introduzione
di una cultura "ritentiva", ma non hanno ottenuto
quasi nulla nell’altro aspetto, quello fondamentale: l’uso del preservativo
durante il rapporto sessuale.
Ciò dipende dal fatto che l’uso di una "precauzione" non è
proporzionale all’informazione ricevuta, bensì è inversamente
proporzionale alla carica emotiva che si immette nella relazione col
partner ().
Più in generale, si conclude (Cifiello 1992) che:
4 – Verso una comunicazione differenziata
La produzione di un intervento di prevenzione, per essere efficace,
deve fondarsi sull’analisi del significato, accettato dal
gruppo a cui ci si rivolge, del fenomeno su cui si intende operare.
L’intervento preventivo non può essere quindi solo informativo
o ridistributivo di conoscenze maturate in un altro luogo e
in un’altra generazione, ma di scoperta del sistema di conoscenze in
atto in un determinato gruppo sociale. Un apparato
conoscitivo che esiste, ricordiamolo, con scopi e forme assolutamente
diversi da quelli di chi intende approntare
l’intervento preventivo.
Questo è ciò che emerge anche dalla ricerca Dalla scuola
al lavoro senza ritorno (Minardi 1994). La maggioranza degli
studenti delle scuole medie intervistati nell’indagine (68,6% su 740)
riteneva utile consigliarsi, per risolvere i propri
problemi di informazione, con gli studenti delle scuole superiori o
con i giovani lavoratori, piuttosto che con i docenti delle
scuole superiori, i genitori o gli esperti. Dagli studenti viene scelta
una comunicazione da "giovane a giovane", piuttosto che
adulto a giovane.
Lo stesso messaggio emerge dall’indagine I tempi dei giovani (Altieri
1997), ma con un’ulteriore specificazione. Per i
"giovani" le persone più importanti sono gli amici, i coetanei.
Esistono però tipi diversi di amici. Questa ricerca ci dice che
il mondo della scuola è un mondo vivo, sensibile, ma un po’
a parte rispetto al mondo della vita. Pertanto le amicizie
hanno un significato diverso a seconda del luogo in cui sono maturate:
le più forti sono quelle maturate al di fuori della
scuola. Questo significa che gli adulti non potranno agire sui giovani
senza considerare che il "mondo della vita" assume e
assumerà sempre un significato più caldo, più
incisivo di qualsiasi momento scolastico, anche il più informale.
In un’attività di prevenzione occorre informare, per far sì
che la dimensione di significato che si dà ad un’esperienza diventi
il meno "condizionata" possibile, ma occorre anche cercare di conoscere
il processo individuale di attribuzione di
significato a quell’esperienza. Questo è uno dei compiti fondamentali
e non vicariabili della ricerca sociologica.
5 – Il significato del consumo
Un esempio pratico, del tipo di indagine qui auspicato, è la
ricerca (), condotta dall’Osservatorio delle dipendenze
patologiche della AUSL di Imola su circa 800 studenti delle scuole
superiori, per individuare il significato che essi
attribuivano ad alcune sostanze o prodotti riassumibili nella locuzione
molto generale di "sostanze che non producono
dipendenza", precisamente: alcol, analgesici, caffè, cannabinoidi,
cioccolato, ecstasy, sigarette e sonniferi.
L’ipotesi alla base del lavoro di indagine risulta auto-evidente. Il
significato e l’utilizzo di quei prodotti è ascrivibile ad uno
"stile di vita". Ciascun stile di vita propone in modo coerente significati
e tipi di consumo. Ciascuno di essi poi,
aggiungeremo noi, risulta identico nella propria coerenza interna,
differente solamente nel maggiore o minore successo
sociale che un tipo di comportamento ottiene rispetto ad un altro.
Per questo nell’indagine, in luogo di una classificazione funzionalista
basata su supposti caratteri oggettivi: età, sesso etc, si
è tentato di ottenere una tipizzazione degli intervistati a
seconda delle caratteristiche di consumo o delle abitudini di vita
manifestate.
Si sono individuati così 3 Tipi. Chiameremo il Tipo A "Bravi
ragazzi", sono quelli che hanno fatto del binomio casa/scuola i
poli su cui far ruotare la loro giornata; chiameremo il Tipo C "Consumatori
specializzati", essi si sono rivolti a forme di
consumo esterne alla casa, ma definite a livello di generazione. Infine
il Tipo B: i "consumatori tradizionali" che studiano, a
differenza dei "consumatori specializzati", ma, in opposizione ai "bravi
ragazzi", assumono occasioni di consumo e di
relazione maggiormente rivolte all’esterno della famiglia ().
E’ confermato a livello statistico quello che si poteva supporre già
nel senso comune: il Tipo C è maggiormente diffuso fra
i maschi (Sign. 0,00 Cramer’s v 0,32), mentre gli appartenenti al Tipo
A sono i nati (Sign. 0,04 Phi 0,13) o risiedono
(Sign. 0,00 Phi 0,19) nella città piuttosto che nel suo hinterland.
L’appartenenza a uno dei gruppi non è nel nostro
campione assolutamente determinato né da età, né
dalle caratteristiche della composizione familiare, né dal ceto
dei
genitori, né dalla possibilità di accesso agli strumenti
tecnologici.
L’appartenenza a ciascuno dei 3 Tipi citati differenzia la concezione
che gli intervistati hanno delle sostanze. Per alcune di
esse non vi è relazione statistica fra i giudizi espressi e
il Tipo, mentre per altre ciò avviene in modo ben evidente.
Importante è notare che per l’ecstasy e per i cannabinoidi c’è
una relazione significativa, vale a dire che in modo evidente i
3 tipi individuati la "pensano" sul tema in modo diverso. All’opposto
la concezione degli analgesici, il farmaco per
eccellenza, è quella meno determinata dall’appartenenza al Tipo.
In modo maggiormente analitico, per i cannabinoidi è con riferimento
all’energia che si ritiene essi diano e all’utilizzo per
amore del rischio che i 3 gruppi si differenziano maggiormente. Per
l’ecstasy gli items su cui si realizza una differenza
statisticamente significativa sono quelli in cui si afferma che tale
sostanza è utile per il sollievo del dolore e in quanto dà
piacere.
L’appartenenza al Tipo influisce anche sulla stima di quale sia il limite
massimo di assunzione oltre al quale per ciascuna
sostanza si possono rischiare danni fisici o psichici rilevanti (Cfr.
tabella n° 1). Si nota che il Tipo C dichiara quasi sempre
una quantità più elevata degli altri due.
N° massimo
Tipo a
Tipo b
Tipo c
Tot. Pop.
Tazze caffè (il giorno)
4,6
4,9
4,7
4,7
Analgesici (la settimana)
6,0
5,9
6,3
6,0
Sonniferi (la settimana)
5,5
5,2
5,4
5,4
Ecstasy (il mese)
4,4
4,2
4,8
4,4
Cannabinoidi (il mese)
19,0
20,0
24,0
19,7
Sigarette (il giorno)
15,6
16,0
18,0
16,0
Tabella n° 1
Si delinea quindi che il Tipo C ha una concezione "esagerata" delle
sostanze qui studiate. Gli appartenenti a questo gruppo
ritengono che tutto faccia "meno male". La differenza però è
lieve. Forse è una maggiore liberalità nell’uso di cannabinoidi
e in quello di alcolici () la "marca" di questo gruppo, mentre il Tipo
B (quello che accetta i consumi tradizionali) opta per
un certo abuso di caffè ed il Tipo A familiarizza ovviamente
con i sonniferi.
Per quanto si riferisce all’attività di prevenzione, che si potrebbe
realizzare con gli appartenenti a suddetti 3 Tipi, si evince
innanzitutto che essi sono diversamente consapevoli della loro condizione.
Il Tipo C, con la sua condotta "esagerata", è ben più
consapevole dei "rischi che corre" del Tipo B, il quale adotta
tipologie di consumo e di abuso più vicine a quelle della generazione
adulta. Le scelte attuate dal Tipo C sembrano
determinate dal tentativo di raggiungere un’espressione di sé
innovativa e differenziata rispetto agli adulti.
Agire sul livello di consapevolezza, in alcuni casi già alto,
non potrà che produrre ulteriori differenziazione e l’innescarsi
di
forme reciprocamente pregiudiziali. All’opposto abbandonando la stigmatizzazione,
proponendo una visione comparativa
ed olistica di un fenomeno sociale, si potranno allentare le tensioni
identificatorie.
6 - Conclusioni
Non si hanno "buone ragioni" per ricercare un comportamento a rischio,
tuttavia lo si fa ugualmente. Conoscere tali
situazioni "rischiose" per il sociologo significherà calarsi
nella condizione esistenziale di coloro che le vivono e non, come
troppo spesso accade, aderire semplicemente alla visione dell’osservatore
esterno o a quella del professionista
dell’intervento sociale.
La maggior parte degli attuali interventi di prevenzione si limita soltanto
a fornire forme "altre" di comprensione della realtà
e non riesce o non può determinare comportamenti sociali innovativi.
La ragione di ciò sta a nostro avviso nel fatto che
questi interventi dimenticano l’esistenza di una precisa ricerca di
piacere in ciò che è definito da qualcuno e non da tutti
"comportamento a rischio".
Se in termini generali la sociologia ha come scopo di ricondurre l’azione
sociale degli individui ad alcuni "tipi-ideali", il suo
contributo, nell’impostazione di un’attività di prevenzione
primaria, si deve indirizzare ad individuare le caratteristiche
sociologiche della popolazione target e a segmentare lungo tali caratteristiche
la domanda di intervento, che altre
discipline tentano o credono di riconoscere.
Bibliografia
Altieri L. (a cura di)
1997, I tempi dei giovani, Faenza, Homeless Book
Cifiello S.
1992, La definizione di handicap: un processo di categorizzazione,
in Rassegna di servizio
sociale, n° 2
1998, Per una sociologia professionale: teorie e metodi, Torino, L’Harmattan Italia
Minardi E. (a cura di)
1994, Dalla scuola al lavoro senza ritorno, Faenza, Cultura
popolare
Imola, ottobre 1998