Facoltà di Scienze Politiche - Pais



Prof. Everardo Minardi
Sociologia Generale

Società tecnologica, etica del pensare e responsabilità
Giorgio Cavazzoni


1. Il passaggio verso una nuova situazione storica, quella in cui il lavoro, organizzato secondo gli imperativi della tecnica, mobilita tutte le risorse del pianeta, rende possibile una ripresa radicale del discorso sull'essere dell'uomo e sul suo destino terreno.
Davanti alla riduzione della natura a oggettività producibile, senza limiti né materiali né morali predeterminabili, invece che celebrare l'efficacia e la potenza dei calcoli della ragione, ci troviamo in una situazione di disorientamento, per il venir meno dei riferimenti tradizionali. Lo smarrimento che accompagna la coscienza del nostro tempo davanti al potere incalcolabile di forze sconosciute scatenate dall'uomo, rende il volto del mondo ancora più enigmatico. Il divario tra la forza del sapere predittivo e il potere dell'azione genera un nuovo problema etico (Jonas). In tali condizioni, il pensare diventa un dovere impellente, dovendo porsi all'altezza del nostro agire tecnico. Alle visioni etiche tradizionali si viene così sostituendo un'etica del pensare, un'urgenza del pensare l'essenza della tecnica moderna. Constatiamo che l'accelerazione dello sviluppo alimentato dalla tecnologia lascia sempre meno tempo all'autocorrezione e che le correzioni stesse diventano sempre più difficili e la libertà di farle sempre più ridotta.
Lo scontro si attua tra una sfera produttiva che è penetrata sempre più nel dominio dell'agire che conta e una moralità che sotto la forma di politica pubblica dovrà penetrare nella sfera produttiva.
La difficoltà di inaugurare un'etica del pensare si deve confrontare innanzitutto con l'idea che la tecnica sia un fattore di nichilismo. Quando alla nuova forma dell'esistenza non corrisponde lo sviluppo di contenuti adeguati, quando la realtà viene plasmata e trasformata dalla tecnica senza che le idee, le persone e le istituzioni si adeguino con la stessa rapidità, allora la tecnica produce nichilismo (Volpi). Il vuoto di valori e di senso nasce con il nuovo principio del lavoro che dà forma a tutta la realtà grazie alla potenza che la tecnica gli mette a disposizione.

2. È destino dell'epoca della tecnica, con le sue caratterizzazioni di razionalizzazione e intellettualizzazione e soprattutto di disincanto del mondo, che proprio i valori supremi siano diventati estranei al grande pubblico per rifugiarsi nel regno extramondano della vita mistica o nella fraternità dei rapporti immediati e diretti tra i singoli. La tecnica come apparato, come dispositivo, si è venuta sostituendo ad ogni concezione etica intesa come guida all'azione. Tecnica e scienza forniscono una guida all'agire assai più potente di qualsiasi morale, imponendoci obbligazioni e vincolando la nostra quotidianità più di qualsiasi imperativo etico.
La tecnica si iscrive totalmente all'interno della modalità di intendere l'ente (la cosa) tipica del pensiero greco. Ciò che è nel mondo oscilla tra l'essere e il nulla. Ogni cosa, prima di essere, era nulla; ogni cosa è destinata a non essere più in futuro. Il dibattersi tra l'essere e il non essere di ogni cosa è il significato profondo del termine divenire (Severino).
L'Occidente è così organizzato in funzione della produzione e della distruzione delle cose. Se il pericolo estremo è il senso greco del divenire, il rimedio è il dominio del divenire, e la previsione il fondamento del dominio. Ciò che angoscia è l'imprevedibilità degli eventi che portano il dolore e la morte. La scienza moderna è la forma più potente di dominio, perché è la fonte più potente di previsione (Severino). Ma la scienza non è il sapere che permette previsioni necessarie; essa si pone solo sul terreno delle previsioni ipotetiche senza poter dare garanzie assolute. Il paradosso della scienza è che essa è esatta ma non vera. Nella ricerca della definizione di un'etica del pensare come fondamento di una morale per la civiltà tecnologica il problema della verità, proprio del sapere filosofico, precede tutto il resto. Nel porre il problema della tecnica noi poniamo il problema del nostro rapporto con la sua essenza. L'essenza della tecnica moderna si mostra in ciò che chiamiamo l'im-posizione (Heidegger). L'im-posizione ci impedisce di pensare il modo in cui gli uomini si conformano alla tecnica. L'uomo di oggi non incontra più proprio se stesso in alcun luogo: non incontra più, cioè, la propria essenza. L'im-posizione, la tecnica come dispositivo universale, mette in pericolo l'uomo nel suo rapporto con se stesso e con tutto ciò che è.

3. Questa im-posizione, questo dispositivo si è caratterizzato inizialmente per la forte carica astrattiva innestata nella produzione. Questa, distruggendo i differenziati contesti del mondo della vita, ha alimentato la potenza produttiva a scapito del senso. Dove sono arrivate macchine, procedure tecniche, calcolo razionale delle convenienze, lì il contributo dell'uomo alla produzione è stato ridotto a lavoro astratto, a tempo-lavoro indifferenziato, a intelligenza puramente strumentale: in una parola a un risultato monetario, misurato dal denaro ricavabile dal lavoro. Ogni valore, avrebbe detto Marx, decade a pura forma di valore, denaro appunto.
L'uomo smarrisce così la propria essenza nell'alienazione del feticismo delle merci che gli appaiono come quel che sono: non rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma anzi, come rapporti di cose fra persone e rapporti sociali fra cose (Marx). Se questo è il portato del mercato nel modo di produzione capitalistico, con l'avvento dell'alta tecnologia (atomo, gene, processore) anche i criteri di regolazione posti dal mercato entrano in crisi.
Sotto la spinta del profitto economico si dischiude un nuovo scenario ancor più imprevedibile, come eccesso del nostro potere di fare rispetto al nostro potere di prevedere. Nella globalizzazione e nella esasperata concorrenzialità che ne consegue si dà il via all'impiego massiccio di tecniche sempre nuove che non vengono sufficientemente testate relativamente alle loro conseguenze. La più grande abilità convive con un sapere minimo.
Nella globalizzazione una nostra illimitata capacità di produzione si accompagna ad una capacità di percezione e immaginazione limitate. Il troppo grande finisce per lasciarci indifferenti: il nostro meccanismo di reazione entra in difficoltà non appena si supera una certa grandezza. Le stesse teorie dell'equilibrio di mercato si mostrano insufficienti: al teorema dei rendimenti decrescenti si sostituisce quello dei rendimenti crescenti, dominato dall'innovazione tecnica.
In un contesto economico in permanente squilibrio prevale un sentimento di incertezza che investe gli individui, le comunità, l'intero corpo sociale.

4. La calcolabilità economica, come presa di possesso da parte dell'economia della centralità sociale, rivela la sostituzione del tornaconto personale a qualsiasi etica. Il denaro si presenta così come il simbolo della moderna necessità di tenere sotto controllo una realtà che la dimensione globale e tecnica hanno reso infinitamente estesa e difficilmente comprensibile. La natura matematica del denaro introduce nel rapporto tra i vari aspetti dell'esistenza la stessa precisione, la stessa affidabilità nel determinare equivalenze che l'uso dei computers impone ai modi d'essere della nostra esistenza. Il denaro diviene il valore centrale assoluto: la sua totale sordità emotiva trova un corrispettivo nella cultura della società che esso è chiamato a valutare. A questo materialismo si associa un orientamento spiccatamente secolare, cioè il fatto che gli individui sono sempre meno disposti a riflettere su credenze e valori trascendenti e a orientarsi a questi nei loro comportamenti (Poggi).
Come il denaro si presta a servire da mezzo per tutti i fini, la tecnica moderna tende a trapassare da mezzo per un fine a fine essa stessa.
Se in Marx la perdita di umanità risiedeva nella dimensione di merce del lavoro imposta dal modo di produzione capitalistico, in Heidegger lo smarrirsi dell'essenza dell'uomo deve essere ricercato nel carattere di im-posizione della tecnica moderna: oggi queste due dimensioni si vengono saldando nella globalizzazione.
La ricerca sociale deve perciò esperire la novità del modo di produzione capitalistico nell'epoca della tecnica come la ricerca filosofica deve sondare il mistero dell'essenza della tecnica.
L'alienazione e la difficoltà per l'uomo moderno di incontrare la propria essenza sono dovute al dominio dell'im-posizione nel sistema tecnico economico. Esso minaccia la possibilità stessa che all'uomo possa essere dato di raccogliersi in un disvelamento più originario, esperendo così l'appello di una verità più principale (Heidegger).
A questo appello si può rispondere sia ricercando un dio che può salvarci che ponendosi laicamente dinanzi alla realtà della finitezza.
Un'etica del pensare può solo ricondurci a questi fondamenti ultimi dell'esistenza, da cui trarre linfa per ripartire nella definizione di una filosofia pratica, di un'etica adeguata all'età della tecnica.

5. L'imprevedibilità delle conseguenze che possono scaturire dai processi tecnici rende l'etica dell'intenzione (cristiana e kantiana) ma anche l'etica della responsabilità (weberiana) assolutamente inefficaci, perché la loro capacità di ordinamento è enormemente inferiore all'ordine di grandezza di ciò che si vorrebbe ordinare.
Infatti dove il fare tecnologico, crescendo su se stesso in unità con il modo di produzione capitalistico, genera conseguenze che sono indipendenti da qualsiasi intenzione diretta, e imprevedibili quanto ai loro esiti ultimi, sia l'etica dell'intenzione che l'etica della responsabilità assaporano una nuova impotenza, che non è più quella tradizionale misurata dalla distanza tra l'ideale e il reale, ma quella ben più radicale che si incontra quando il massimo di capacità si accompagna al minimo di conoscenza intorno alle conseguenze ultime dell'agire (Galimberti).
La pressione della concorrenza, in vista di profitti (ma anche di potere, di sicurezza, di prestigio), costituisce il motore nell'acquisizione universale di perfezionamenti e avanzamenti tecnici.
La tecnica può solo andare avanti e deve ricavare dalla tecnica stessa i rimedi per la sua malattia: la coazione al progresso.
Due grandi pensatori critici, come Marx e Heidegger, sono in grado di sorreggerci nel processo di comprensione della società tecnologica: il primo rivelando il contenuto, la sostanza di lavoro del valore delle merci, il secondo avviando il disvelamento del contenuto non-tecnico della tecnica, del suo essere im-posizione che preclude la comprensione della reale essenza dell'uomo: la sua finitezza.
Nella nostra società moderna, basata sulla divisione del lavoro, l'essere inquadrati in una struttura fissa, in un dispositivo, non costituisce tuttavia la totalità della nostra esistenza sociale. La nostra prassi non consiste nell'adattarsi a funzioni prestabilite e nell'escogitare mezzi adatti a scopi prefissati: questa è la tecnica.
La nostra prassi consiste nel determinare scopi comuni attraverso un'accorta scelta comune e nel concretizzarli tramite una riflessione pratica su quel che si deve fare nella situazione attuale.
Noi esistiamo in modo integrale. Se un'etica del pensare ricerca i fondamenti dell'agire nella società della tecnica, in assenza di sistemi di valore, il metodo delle scienze umane assume come principio euristico la dimensione conoscitiva della partecipazione (Gadamer): occorre, nel vuoto di senso, integrare l'ideale della conoscenza obiettiva con l'ideale del prender parte, della partecipazione. Chi crede di poter prescindere da se stesso nel comprendere cade nell'ingenuità della fede metodologica.
Per chi cerca di comprendere, l'applicazione è la sola vera comprensione della cosa. In ogni comprensione accade un'applicazione. Non si tratta dell'applicazione posteriore di qualcosa che sarebbe innanzitutto compreso in se stesso. L'applicazione è un momento implicito di ogni comprendere. Attraverso l'incontro con l'altro veniamo innalzati oltre la limitatezza delle nostre informazioni.
Solo nella situazione concreta si verifica la razionalità che guida la prassi e si trova in una connessione vivente di convinzioni, consuetudini e valutazioni comuni.
La sociologia pratica si organizza attorno ad un esser-ci effettivo, umano, che si trova già sempre in una situazione: è il comprendere come un esistenziale, cioè come una fondamentale determinazione categoriale del nostro essere-nel-mondo. Che cosa ci sia di razionale nella situazione concreta, che cosa si debba fare nel senso di ciò che è giusto, è qualcosa che gli orientamenti generali etici non sono più in grado di prescrivere. L'etica del pensare, come dovere di ricercare l'essere delle cose, si coniuga con l'ermeneutica come arte dell'intesa, intesa che accade nel dialogo e si compie nel linguaggio, ricomprendendo in ciò anche lo spazio politico.
L'irrompere della tecnica planetaria, con le sue dimensioni lontane, future, globali, costituisce quindi una novità etica, di cui la tecnica moderna ci ha fatto carico. La categoria etica che viene chiamata in causa principalmente da questa nuova situazione è la responsabilità. Dal momento che la tecnica aumenta il potere dei suoi effetti, la responsabilità dell'uomo si estende al futuro della vita sulla terra, che oramai è esposta senza possibilità di difendersi all'abuso di tale potere (Giddens).
La responsabilità per il tutto costituisce il valore per il mondo di domani, con un vivo senso per il suo oggetto, il tutto appunto: l'umanità in quanto tale. Le grandi decisioni visibili avvengono sul piano politico, ma ognuno può preparare il terreno cominciando da se stesso. Dovremo costruirci le nostre vite in modo più attivo di quanto non facessero le generazioni che ci hanno preceduto, ed essere più attivi nell'accettare la responsabilità delle conseguenze di ciò che facciamo e degli stili di vita che adottiamo.
Con l'estendersi dell'individualismo, si pone il problema della definizione di una politica basata sul principio di nessun diritto senza responsabilità.

Bibliografia

- Dialogando con Gadamer, a cura di C. Dutt, Cortina, 1995.
- GALIMBERTI U., Psiche e techne, Feltrinelli, 1999.
- GIDDENS A., La terza via, Il Saggiatore, 1998.
- HEIDEGGER M., Saggi e discorsi, Mursia, 1976.
- JONAS H., Il principio di responsabilità, Einaudi, 1993.
- MARX K., IL Capitale, Editori Riuniti, 1970.
- POGGI G., Simmel e la modernità del denaro, Il Mulino n. 337.
- SEVERINO E., Essenza del nichilismo, Adelphi, 1982.
- VOLPI F., Il nichilismo, Laterza, 1996.


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