Facoltà di Scienze Politiche - Pais



Prof. Everardo Minardi
Sociologia Generale

La famiglia nell'approccio del collettivismo metodologico
Federica Bertocchi


Il pensiero positivistico dell'Ottocento ci ha abituati a pensare la famiglia non solo come un prodotto dell'evoluzione dal regno animale a quello umano (dalla cosiddetta orda primitiva su su fino alle forme più "civilizzate"), ma essa stessa come un sistema sociale soggetto a pretese leggi generali di evoluzione.
Queste teorie, infatti, concepivano la storia della famiglia come cambiamento più o meno lineare e progressivo, per stadi successivi, da uno stato iniziale di "promiscuità sessuale illimitata" (ipotesi di E. Durkheim) attraverso il mondo antico e poi feudale, alla moderna famiglia monogamica borghese (Marx) e coniugale (Durkheim).
La mentalità di fondo che pervade tutto il pensiero ottocentesco e giunge praticamente indisturbata fino alle soglie dei nostri giorni può essere espressa in questi termini: la famiglia è un'istituzione prodotta socialmente che all'inizio della preistoria coinciderebbe con l'intera società (tribù, clan, villaggio) e verrebbe poi via via differenziandosi e restringendosi, rispetto alla società, come nucleo distinto e separato, finché, per la prevalenza dei caratteri acquisitivi moderni su quelli ascrittivi antichi (dallo status al contratto), essa sarebbe destinata a perdere i connotati istituzionali di "cellula primaria" della società per divenire una pura aggregazione di individui, basata essenzialmente sull'affettività e sui rapporti primari connessi alla riproduzione biologica.
Durkheim, per esempio, formula una comparazione storico-sociale delle forme familiari che spazia dalle società primitive fino al primo Novecento. Egli elabora alcune "leggi" che sono ancor' oggi considerate paradigmatiche, benché siano state ridimensionate o smentite da tempo dagli specialisti .
L'idea fondamentale di questo autore è che la famiglia vada dalla forma del "clan esogamo amorfo" (cioè dalla tribù che cerca le spose al di fuori di se stessa ed ha una nulla o bassissima divisione del lavoro sociale) alla moderna famiglia nucleare ristretta attraverso un processo di restrizione progressiva dell'ampiezza familiare (per numero di componenti e di funzioni) in proporzione all'accrescimento della divisione del lavoro nella società. Questa legge è nota con il nome di "legge di contrazione progressiva della famiglia".
Nel pensiero sociale a cavallo tra tutto l'Ottocento ed il Novecento, domina l'idea che, così come la società umana andrebbe da un primitivo assetto semplice ed indifferenziato ad un assetto sempre più evoluto di tipo complesso e differenziato, parimenti la famiglia si sarebbe evoluta da un'organizzazione di tipo tribale a forme sempre più ristrette e specifiche, fino alla moderna famiglia nucleare e coniugale. È evidente che la famiglia viene così a cadere sotto uno schema di tipo organicistico che assimila l'evoluzione della società (e della famiglia) a quello degli organismi biologici.
Le critiche all'impostazione organicistica, sul piano storico, antropologico, etnologico, sociologico, sono tante e tali che non è più possibile concepire oggi l'evoluzione della famiglia in senso lineare e progressivo.
Con Durkheim la società moderna si accorge di essere intrinsecamente anomica e di non sapere a quali fatti poter attingere per ri-normatizzare il sociale. Durkheim stesso tenta dapprima la strada dei fattori strutturali, in antitesi, ma anche sullo stesso piano di discorso di Marx, facendo appello alla forza normativa della divisione del lavoro sociale, ma poi deve riconoscere che tale base è del tutto inadeguata ed insufficiente (dopotutto la divisione del lavoro sociale in Durkheim si rivela come un sostituto funzionale dell'utilitarismo collettivistico di Marx, che il sociologo francese aveva giustamente respinto fin dall'inizio come possibile fondazione di un'etica moderna).
Durkheim cerca allora una fonte di autorità "sacrale" e la trova nella stessa società come "coscienza collettiva", esterna e coercitiva verso l'individuo, che impone rispetto e conformità. Su tale linea, poi Durkheim, ha fatto appello a misteriose "correnti calde sotterranee" della società, che sono state in seguito assimilate ai cosiddetti movimenti sociali.
Lo stesso Durkheim si rese conto che tutto ciò non bastava: egli tentò altre vie, che possono essere intese come una sorta di primitiva bio-etica a sfondo positivistico.
Nonostante tutto, egli poté però ben dimostrare l'impossibilità di fondare la norma sociale su etiche utilitaristiche di qualunque genere, in particolare quelle che facevano della stessa anomia la molla del progresso.
La tendenza evoluzionistica di Durkheim, come afferma Donati , è figlia della sua epoca. Il tentativo di individuare una legge che consentisse di leggere, comprendere e spiegare la nascita e le trasformazioni della società umana a partire dalla società animale, l'individuazione di stadi nella storia dell'umanità, l'ipotesi che ogni stadio successivo fosse il risultato di cambiamenti intervenuti negli stadi antecedenti, fanno parte del paradigma evoluzionistico dell'Ottocento. In una fase storica di grandi e accelerati cambiamenti sociali (che diventano percettibili ed evidenti appunto perché rapidi e ravvicinati), l'individuazione di una "legge del mutamento sociale" rispondeva non solo ad una funzione esplicativa (capire il perché dei cambiamenti), ma anche ad una funzione predittiva e di controllo (capire la direzione del mutamento - il perché nel senso di "a quel fine" - e fornirsi degli strumenti teorici per apportare gli eventuali correttivi).
L'obiettivo-sfida era la costruzione di un modello esplicativo che desse ragione di tutti i passaggi che dalla società animale avevano portato alla società umana e, all'interno di questa dalle prime forme di aggregazione sociale alla civiltà, passando attraverso le barbarie. Tale modello esplicativo, che ambisce ad avere una pretesa di generalizzazione (individuazione di una legge valida per tutti gli aspetti della società umana) e di universalità (applicazione della legge a tutte le società umane) si deve poter applicare anche alla famiglia.
Anche l'opera di Lewis Henry Morgan può essere considerata esemplificativa del paradigma scientifico tipico dell'Ottocento. Morgan propone una storia della famiglia che ripercorre gli stadi della storia dell'umanità, la quale vorrebbe cogliere le linee del progresso umano dallo stato selvaggio alla civiltà.
Uno schema evoluzionistico simile lo si trova in Engels che nel 1884, riprendendo esplicitamente le ipotesi di Morgan, individua tre epoche principali nella storia dell'uomo: stato selvaggio, barbarie (stati preistorici) e civiltà.
Per Morgan, livelli sempre più restrittivi del tabù dell'incesto (proibizione di rapporti sessuali prima tra genitori e figli e quindi tra fratelli e sorelle) determinano la nascita della prima forma familiare, mentre la proprietà privata porta alla famiglia ed alla sostituzione del computo della discendenza per linea materna con la discendenza patrilineare. Mentre il tabù dell'incesto introduce un criterio classificatorio degli individui su base parentale (individua le classi di genitore, di figlio e di fratello), la necessità di trasmettere la proprietà ad una discendenza certa induce l'uomo a legare a sé in maniera esclusiva una donna, i cui figli saranno sicuramente anche figli biologici dell'uomo.
Le teorie di questi studiosi sono tutte fortemente influenzate dall'evoluzionismo darwiniano; perciò essi hanno concepito lo sviluppo della famiglia come rigidamente unilineare, come un susseguirsi logico e necessario di forme familiari, dall'orda primitiva alla famiglia monogamica dell'epoca moderna, concepita illuministicamente come il culmine del progresso della civiltà.
Tutte queste ricostruzioni sono in larga misura ipotetiche, nel senso che non si fondano sulla conoscenza delle strutture familiari del passato (e di un passato specifico, per esempio quello europeo), bensì sulla conoscenza, non sempre di prima mano, delle strutture familiari nelle cosiddette società primitive, arbitrariamente assunte come documento del passato collettivo dell'umanità, laddove la società europea capitalistica ne è considerata il presente.
Di quelle prime ricostruzioni della storia della famiglia è tuttavia rimasta l'idea, oggi comunemente diffusa, che la famiglia nucleare di tipo monogamico, costituita dalla coppia con i figli, avente una residenza propria distinta da quella dei parenti, nonché una vita economica, sociale e affettiva autonoma dal gruppo parentale, costituisca un fenomeno esclusivamente moderno, tipico delle società industriali. Si dà cioè comunemente per scontato che nelle società pre-industriali del passato e del presente, con un'economia fondata sull'agricoltura e sull'artigianato, si sia avuta invece una struttura familiare di tipo esteso, la cui riduzione in termini quantitativi e funzionali sarebbe appunto provocata dalla nascita dell'industria.
Sul processo di lento slittamento della famiglia dalla forma estesa alla forma nucleare sono state poste delle pesanti ipoteche da parte di antropologi, sociologi e, soprattutto, storici e demografi. Studi e riflessioni sempre più numerosi sulle caratteristiche e sull'organizzazione della famiglia in Europa prima dell'industrializzazione hanno dimostrato i limiti di un approccio evoluzionistico unilineare ai mutamenti della famiglia, contribuendo, insieme all'antropologia, ad una revisione del paradigma di analisi delle strutture familiari.
Gli apporti critici sono molteplici e, come si è detto, provengono da più discipline. Pur se non sempre sistematici, anche se risulta ancora lontana la possibilità di scrivere una storia generale della famiglia, tali contributi critici rafforzano e confermano la posizione di quanti, rifiutando la chiave di lettura evoluzionistica, si sono posti al margine del paradigma dominante, proponendo teorie ed ipotesi interpretative raramente raccolte.
Antropologia ed etnologia hanno inferto un duro colpo al paradigma evoluzionistico; per merito di tali discipline tramonta l'ipotesi mito dell'esistenza di un'orda primitiva che viveva in promiscuità sessuale illimitata e dell'introduzione del tabù dell'incesto, che avrebbe portato alla nascita di prime forme familiari. Parallelamente si mette anche in discussione che la discendenza secondo la linea materna preceda comunque la discendenza secondo la linea paterna. Il matriarcato, o meglio la discendenza matrilineare non risulta essere una tappa obbligatoria dell'evoluzione, così come la proprietà privata non sempre è legata alla famiglia monogamica.
L'apporto della sociologia ad una revisione dello schema evoluzionistico circa i mutamenti della famiglia è stato meno ricco e decisivo di quello dell'antropologia e, soprattutto, della storia e della demografia. Tuttavia, sebbene sia stato meno ricco il contributo dei sociologi per quanto riguarda le forme familiari esistenti nel passato, merito di alcuni esponenti di tale disciplina è stato quello di avere problematizzato il punto di arrivo del processo evolutivo che avrebbe interessato la famiglia, vale a dire l'asserzione secondo la quale nella società moderna e contemporanea la famiglia assume la forma nucleare, isolata dalla parentela.
Estremamente ricco e proficuo risulta l'apporto della storia e della demografia alla puntualizzazione e revisione del paradigma evoluzionistico applicato ai mutamenti della famiglia. Già negli anni Quaranta, Marc Bloch dimostrò che la storia della famiglia non si snoda in maniera unilineare, ma secondo cicli di dilatazione e contrazione. Per cui la famiglia monogamica/coniugale non costituisce l'ultimo anello di una catena, ma rappresenta momenti/fasi di un mutamento ciclico e come tale si ritrova prima dell'industrializzazione e della modernizzazione.
Comunque il contributo più rilevante ai fini della necessità di riscrivere una storia della famiglia proviene da Peter Laslett e dal gruppo di lavoro (gruppo di Cambridge) costituitosi intorno a lui agli inizi degli anni Settanta. La rilevanza dell'apporto scientifico di Laslett è data non tanto e non solo dall'originalità della sua posizione, quanto dall'aver assolto ad una funzione per così dire di catalizzatore delle ricerche storiche sulla famiglia, aprendo un dibattito sul tema che ha portato alla luce, oltre che incentivare, ricerche storiche su fonti e documentazioni estremamente variegate e ricche.
La difficoltà di scrivere una storia universale della famiglia, quali evidenziate dai contributi presentati sono ben riassunte da Lévi-Strauss:

Non possiamo più credere che la famiglia evolva unilinearmente da forme arcaiche, per sempre scomparse, verso altre, da esse distinte e più progredite. Potrebbe darsi invece che la mente umana, con il suo potere d'invenzione, abbia concepito ed espresso prestissimo quasi tutte le modalità dell'istituzione familiare. In tal caso, ciò che scambiamo per evoluzione non sarebbe altro che un susseguirsi di scelte compiute tra tutte quelle possibili, come conseguenza di movimenti variamente orientati entro i confini di un reticolo già tracciato.

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