DOPO LE POLITICHE CULTURALI:

il rilancio dell’industria culturale per nuovi consumi e per nuove domande stratificate

 

di Everardo Minardi

 

Come le politiche di Welfare avevano portato con sé una rinnovata valorizzazione della cultura e dell’informazione come “quarto diritto” di cittadinanza e le politiche per la cultura come strumento di ampliamento della democrazia degli accessi individuali alla fruizione ed al consumo dei beni e dei servizi culturali, così le politiche neo-liberiste hanno avuto l’effetto di rilanciare l’attenzione nei confronti della industria culturale (dall’editoria alle telecomunicazioni) come ambito di esercizio della libertà individuale da un lato, e come business strategico, dall’altro.

In modo particolare, dopo la ripresa negli anni 80 delle politiche per la cultura ed il loro ridisegno a partire dal decentramento regionale e dal ruolo delle autonomie locali nella promozione e gestione di istituzioni culturali e dei nuovi sistemi a rete tra strutture e servizi culturali per le comunità (biblioteche, musei, circuiti teatrali, cinematografici, musicali, etc.), abbiamo assistito a:

1.     una forte tendenza alla riduzione della spesa e dell’intervento delle regioni e degli enti locali;

2.     un orientamento dello stato a riorganizzare il settore delle istituzioni culturali in senso regionalistico, attivando un sistema misto (tra pubblico e privato) nel finanziamento delle risorse pubbliche per la cultura (un esempio è offerto dal caso delle fondazioni culturali);

3.     un progressivo abbandono dell’attenzione nei confronti dei soggetti e dei processi di formazione della domanda culturale;

4.     una forte esposizione alle tendenze alla spettacolarizzazione degli eventi culturali, con l’inevitabile ricorso, attraverso mirati benefici fiscali, alla sponsorship di imprese industriali e di servizi ad elevata crescita di redditività e di diffusione della propria immagine presso larghi pubblici di consumatori;

5.     una rapida differenziazione della gamma dei prodotti e dei servizi culturali in relazione ad una individualizzazione dei gusti e degli interessi, anche in ragione di una estesa applicazione delle nuove tecnologie informatiche e telematiche;

6.     una spiccata tendenza alla diffusione di una cultura e di metodi di gestione manageriale delle istituzioni, delle reti e dei circuiti culturali in ragione di domande del pubblico, valutate anche in relazione al valore di mercato da esse espresse.

Anche sulla base di tali elementi, tuttora in atto, la ricerca sulle politiche per la cultura sembra dover dirottare i propri fuochi di analisi dal settore pubblico (enti locali, regioni, stato) al settore industriale, dove la produzione, la distribuzione ed il consumo culturale sono oggetto di una crescente attività imprenditoriale, caratterizzata da flessibilità, diffusività, estesa fruibilità e spiccata innovazione tecnologica.

Per certi versi si potrebbe dire che la ricerca sociologica sulle politiche culturali tende ad assumere inevitabilmente alcune caratteristiche della ricerca socio-economica, tesa ad individuare non solo gli attori imprenditoriali che operano nel settore dell’offerta culturale, ma anche le caratteristiche dei sistemi produttivi e distributivi e la loro evoluzione verso modelli di specializzazione tipica dei distretti industriali.

A tale proposito, occorre evidenziare che le forme ed i processi che stanno assumendo le politiche per la cultura, sia con riferimento agli ambiti territoriali che ai settori tecnologici e produttivi, sono tuttora largamente inesplorati. In modo particolare, l’attività di ricerca potrebbe essere rivolta ad analizzare:

1.     l’influenza esercitata dalle tecnologie digitali nella riconfigurazione e nelle modalità di fruizione dei beni culturali (da quelli librari alle performing arts);

2.     gli effetti della riproduzione elettronica delle opere d’arte sui mercati della cultura e sulle modalità dell’accesso agli stessi;

3.     l’evoluzione dei mercati culturali nell’evoluzione del rapporto tra domanda ed offerta;

4.     la formulazione e la diversificazione dei sistemi produttivi e distributivi di beni e servizi culturali, anche con riferimento a delimitati ambiti territoriali (distretti culturali);

5.     la costruzione e la qualificazione di profili professionali innovativi nell’ambito dei nuovi sistemi di produzione, organizzazione e gestione dei prodotti, dei sistemi e delle reti di servizi culturali.