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Confucio:
I Dialoghi e il Grande studio
(Daxue)
(A cura di P.C. Bori)
N.B. Testo completo
con note si trova nel libro di Bori-Marchignoli, "Per
un percorco etico tra culture", ed. Carocci.
L'opera di Confucio
(la datazione tradizionale è 551-479 a.C.) si situa
alle soglie di un' epoca di grave crisi politica. L'epoca Zhou, cominciata
verso l'XI secolo, finisce con il periodo definito «degli stati
combattenti» (403-222 a.C.). Confucio appartiene alla classe dei
ru, che
facevano dell'insegnamento la loro professione principale; è
un funzionario
di rango minore dell'amministrazione nel piccolo stato di Lu e, nella
sua
aspirazione a rendere un servizio politico, va incontro a varie traversie,
secondo il racconto tradizionale di Sima Qian (cfr. F. Tomassini, in
Testi
confuciani, UTET ,Torino 1974, 55, ss. ed E. Masi, Confucio, I dialoghi
,
BUR, Milano 1989, 27 ss.). La sua opera è volta a conservare
e restaurare
la tradizione, e a ripristinare i riti (li), accentuandone il valore
etico-sociale, e quindi secolare.
Il suo pensiero è affidato soprattutto ai Dialoghi (Lunyu), per
cui si veda
D.C. Lau, Confucius, The Analects (Lun yü), The Chinese University
Press
Hong Kong 1983, e, in italiano, Testi confuciani, trad. di F. Tomassini,
cit. (comprende Mencio; esiste una ristampa economica presso le edizioni
TEA, Milano), A. Castellani (I dialoghi di Confucio,Sansoni, Firenze
1949)
e E. Masi, cit.
Il Grande studio, 1, è un breve testo unitario, probabilmente
più tardo di
qualche generazione rispetto a Confucio, importante sia per il suo
contenuto pedagogico sia perché consente di mettere bene in luce
il
complesso lavoro di commento cui sono sottoposti questi testi tradizionali.
I brani sono tradotti e curati da P. C. Bori. Per il Grande Studio si
è
tenuto presente la classica versione e il commento di J. Legge, The
Four
Books (esistono varie edizioni) e le versioni sopra ricordate. In
particolare dalla versione Tomassini, in base ai paragrafi, si citano
il
commento antico al Grande studio, e in genere i testi della tradizione
confuciana, compreso Mencio (salvo il testo primario, proposto alla
lettura
più avanti). Per i Dialoghi, si sono avute presenti le versioni
di Lau,
Tomassini e Masi, citt.
In generale può servire da introduzione il classico M. Granet,
Il pensiero
cinese, tr. it. Adelphi, Milano 1971, libro IV. Molto utile M. Scarpari,
La concezione della natura umana in Confucio e Mencio, Cafoscarina,
Venezia
1991.
Dai Dialoghi (Lunyu)
Il Maestro disse: «Il
gentiluomo estende il suo studio nella cultura ma si
concentra nei riti. Così può non sconfinare». 146(VI,
27)
Il Maestro disse: «Essere virtuosi con l'invariabile mezzo, è
cosa
eccellente. Da molto tempo è raro nel popolo». 147 (VI,28)
Zigong disse: «Se vi fosse un uomo che spandesse largamente benefici
sul
popolo e fosse capace di elevare le moltitudini, che ne dici: potrebbe
essere considerato benevolo?» «Altro che benevolenza!- rispose
il Maestro -
sommamente sapente, dovrebbe essere! Gli stessi Yao e Shun non arrivarono
a
tanto. Il benevolo, volendo per sé la saldezza, rende saldi gli
altri;
desiderando per sé la riuscita, fa progredire gli altri. Essere
capaci di
valutare in base a ciò che è vicino, può dirsi
il metodo della
benevolenza».147 (VI, 28)
Il Maestro disse: «Io tramando non fabbrico. Stimo ed amo gli
antichi.
Indegnamente mi paragono al vecchio Peng». 148 (VII, 1)
Il Maestro disse: «Tacere ma apprendere, studiare senza saziarsi,
istruire
senza stancarsi: sono capace di questo?» 149 (VII, 2)
Il Maestro disse: «Non coltivare la virtù,10 studiare senza
interpretare,
udire un giusto principio e non essere capace di attuarlo, non riuscire
ad
emendarsi dai difetti: sono le mie preoccupazioni». 150 (VII,
3)
Il Maestro disse: «Applicare la volontà alla Via,11 aggrapparsi
alla virtù,
confidare nella benevolenza, svagarsi con le arti». 153 (VII,
6)
Il Mestro disse: «Mangiare riso non raffinato, bere acqua, il
braccio
ripiegato per cuscino: anche in questo c'è gioia. Senza rettitudineavere
ricchezze e onori, per me è come nuvola fuggente». 162(VII,
15).
Ciò di cui il Maestro parlava sovente era: le Odi, i Documenti
13 e
l'osservanza dei riti. Di tutto ciò parlava sovente.164(VII,
17)
Il Maestro disse: «Io non sono nato sapiente: sono uno che ama
gli antichi
e si sforza di ricercarli».166(VII, 19)
Il Maestro non parlava di eventi straordinari, di violenze, di disordini
e
di esseri spirituali.167(VII,20)
Dal Grande studio
Il maestro Chengzi disse:
«Il "Grande studio" è lo scritto lasciatoci da
Confucio, ed è la porta per cui chi fa i primi studi entra nella
virtù.
Oggi possiamo percepire l'ordine in cui gli antichi perseguivano lo
studio
unicamente grazie alla conservazione di questo libro, seguito dai Dialoghi
e da Mencio. Chi vuole studiare deve cominciare da questo, e si può
così
sperare che non cada in errore.
(Testo di Confucio)
1.La via del grande studio consiste nel far risplendere la virtù
luminosa,
nel rinnovare il popolo permanendo così nel bene ultimo. 2. Sapere
dove
permanere vuol dire avere un punto fermo, avere un punto fermo vuol
dire
poter essere tranquilli, poter essere tranquilli vuol dire essere in
pace,
essere in pace vuol dire poter deliberare, poter deliberare vuol dire
poter
ottenere.
3.Gli esseri hanno radici e rami, le azioni hanno una fine e un inizio.
Sapere il prima e il dopo vuol dire essere vicini alla via.
4. Gli antichi che volevano far risplendere nel regno la virtù
luminosa,
prima ordinavano il loro stato, volendo ordinare il loro stato, prima
regolavano la loro famiglia, volendo regolare la loro famiglia, prima
coltivavano la propria persona,volendo coltivare la propria persona,
prima
rettificavano il loro cuore, volendo rendere retto il loro cuore, prima
rendevano sinceri i loro pensieri, volendo rendere sinceri i loro pensieri,
prima portavano a compimento la loro conoscenza. Portare a fondo la
conoscenza consiste nell'investigare le cose.
5.Investigate le cose la conoscenza era compiuta, compiuta la conoscenza,
i pensieri erano quindi sinceri, i pensieri sinceri, i loro cuori erano
quindi retti, i cuori retti, le persone erano quindi coltivate, le persone
coltivate, le famiglie erano quindi regolate, regolate le famiglie,
gli
stati erano quindi governati, governati gli stati, lo era anche l'impero.
6. Coltivare la propria persona per tutti è la radice, dal Figlio
del Cielo
a tutto il popolo.
7. Non può essere che si trascuri la radice e i rami siano curati,
né s'è
mai dato che si tratti con leggerezza ciò che è importante
e si accudisca
con attenzione ciò che è poco importante.
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